Sulle orme del Vangelo: Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti

 

Gv 10,1-10

"In verità, in verità io vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da un’altra parte, è un ladro e un brigante. Chi invece entra dalla porta, è pastore delle pecore.
Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori. E quando ha spinto fuori tutte le sue pecore, cammina davanti a esse, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce. Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei". Gesù disse loro questa similitudine, ma essi non capirono di che cosa parlava loro.
Allora Gesù disse loro di nuovo: "In verità, in verità io vi dico: io sono la porta delle pecore. Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo. Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza”.

di Ettore Sentimentale

Il brano proposto per la nostra riflessione rientra in una scelta che la Chiesa conduce da 51 anni: alla IV Dom. di Pasqua si celebra, infatti, la Giornata di Preghiera per le Vocazioni. E per tale avvenimento ogni anno ci viene suggerito un brano evangelico tratto dal IV cap. del vangelo secondo Giovanni, che tratta del “Pastore bello”. Della pericope in oggetto vorrei sottolineare due espressioni: “ascoltare la sua voce” e “seguire il pastore”. Prima, però, è necessario puntualizzare che la “similitudine” detta da Gesù ha sullo sfondo la controversia del Maestro con i capi dei farisei che hanno rinchiuso nel “recinto” (il cortile del tempio) il popolo di Jahwe, attraverso imposizioni legalistiche e cultuali. In tale contesto, “ascoltare la sua voce” acquista un significato particolare e rivoluzionario, perché denota il rifiuto delle pecore di sentire le “solite prediche” pronunciate da “pastori che hanno pasciuto se stessi e non il gregge” (Ez 34,12). Ma c’è di più. L’ascolto, per l’uomo che ha dimestichezza con la Bibbia, non è tanto una funzione dell’udito quanto del cuore. Secondo la Bibbia si ascolta con il cuore. Bisogna quindi concludere che alla base della “conoscenza” (per S. Giovanni è sinonimo di “amore”) che le pecore hanno del pastore c’è la piena disponibilità ad accogliere la freschezza e l’originalità della sua voce. Si tratta di lasciarsi attrarre personalmente da Lui, nella misura in cui si scopre gradualmente che solo Lui può rispondere alle domande vitali, agli aneliti più intimi del cuore.
Applichiamo questo passaggio alla nostra situazione. Il desiderio che dovrebbe accomunare tutti è quello della piena libertà, dell’essere “espulsi “ (nel testo troviamo “spinto fuori”) dal recinto religioso artefatto per incontrare Lui che dona la sua vita. Purtroppo fin quando restiamo dentro – schiavi di vuoti approcci dottrinali, pur desiderando svincolarci da tutto ciò – ripresentiamo la metafora del “vino nuovo in otri vecchi”. La nostra conversione, infatti, deve essere suggellata dal “seguire” il pastore, cioè dal credere in Lui e non tanto nelle cose dette su di Lui. Dalla fiducia posta nel “pastore bello” ne consegue uno stile di vita ispirato alla sua sequela, al camminare “dietro a Lui”. E se all’inizio di tale itinerario sarà normale farci delle domande e porre qualche resistenza, pian piano la nostra esistenza acquisterà in lucidità e responsabilità. Se poi diamo uno sguardo disinteressato alla realtà di parrocchie o comunità, vediamo che il tarlo dell’incredulità comincia ad affiorare. Perché? Forse il gregge è narcotizzato dalla routine, dall’indifferenza e dalla non-curanza dovute all’incomprensione della similitudine dei pastori contemporanei… A tale situazione imbarazzante, dà una risposta papa Francesco quando propone di creare “spazi e luoghi nuovi ove rimotivare, guarire e rigenerare la fede”.