20 settembre, Giornata degli internati italiani nei campi di concentramento tedeschi durante la Seconda guerra mondiale

di Roberto Malini

Con Legge dello Stato 13 gennaio 2025, n. 6 è stata istituita la “Giornata degli internati italiani nei campi di concentramento tedeschi durante la Seconda guerra mondiale”, stabilendo nella giornata del 20 settembre la ricorrenza annuale per commemorare tutti coloro che vissero quella condizione di prigionia, privazione dei diritti e lavoro coatto.[1]

La memoria pubblica ha progressivamente identificato la vicenda degli Internati Militari Italiani con il “no” collettivo da parte di centinaia di migliaia di soldati che, dopo l’8 settembre 1943, avrebbero preferito il lager all’adesione alla Germania nazista e alla Repubblica Sociale Italiana. Il dato fondamentale è reale, ma la storia appare più complessa se viene sottratta alla retorica. Non ci fu infatti un unico momento nel quale seicentomila uomini furono contemporaneamente messi davanti alla scelta fra eroismo e collaborazione. Dopo il disarmo, circa 600-650 mila militari furono deportati nei territori controllati dal Reich; nei campi continuarono poi per mesi i tentativi di reclutarli nella Wehrmacht, nelle SS o nelle nuove forze di Mussolini. Secondo le diverse stime riportate dalla Commissione storica italo-tedesca, circa 186-197 mila ufficiali e soldati, entro il marzo 1944, finirono per scegliere di continuare la guerra al fianco dell’Asse.[2]

Gli altri furono ripetutamente posti davanti alla possibilità di cambiare condizione. Ed è proprio qui che la spiegazione meramente idealistica diventa insufficiente. La stessa Commissione osserva che chi aderiva non era necessariamente fascista, perché potevano spingerlo la fame, il freddo, i maltrattamenti, le condizioni degli alloggi o semplicemente il desiderio di tornare dalla famiglia. Ma neppure chi rifiutava era necessariamente un antifascista consapevole. Potevano contare la fedeltà al giuramento al re, l’ostilità maturata verso i tedeschi, la solidarietà con i compagni e soprattutto una profonda stanchezza della guerra.[3]

Questa considerazione aiuta forse a comprendere un fenomeno che, altrimenti, potrebbe apparire sorprendente. Perché così tanti uomini comuni, sottoposti a fame e privazioni, non accettarono una via che prometteva di migliorare la loro condizione? Per molti il problema potrebbe essere stato proprio nella percezione del minore dei mali. Accettare non significava necessariamente tornare liberi alla propria casa. Poteva voler dire rientrare in uniforme, essere nuovamente sottoposti alla disciplina militare e continuare una guerra che, dopo tre anni di sconfitte e sacrifici, moltissimi non volevano più combattere. Il lager significava fame, lavoro forzato e incertezza; l’altra possibilità poteva significare ancora il fronte, ancora le armi, ancora la possibilità di morire.

La decisione individuale poteva quindi assumere un significato molto diverso da quello successivamente attribuitole. Restare prigioniero poteva apparire, paradossalmente, anche come il modo più concreto per rifiutare di tornare in guerra. In altri uomini quel rifiuto maturò invece in una vera opposizione morale o politica; in altri ancora prevalse il senso dell’onore militare o il rancore verso un ex alleato che li aveva improvvisamente disarmati, deportati e sottoposti a condizioni umilianti. La condizione materiale, del resto, era durissima. Tolto loro lo status ordinario di prigionieri di guerra e classificati come “internati militari”, gli italiani vennero impiegati massicciamente come forza lavoro. La Commissione ricorda razioni alimentari legate alla produttività, trattamenti umilianti e lavoro spesso imposto senza riguardo per capacità e condizioni fisiche. Con l’eccezione iniziale degli ufficiali, la maggior parte fu destinata al lavoro coatto.[4]

È dunque corretto ricordare il grande valore collettivo di quel rifiuto, ma forse è ancora più rispettoso verso gli internati non trasformarli tutti in personaggi di una narrazione edificante ai limiti dell’epica. Furono uomini diversi fra loro; monarchici, fascisti delusi, antifascisti, apolitici, giovani coscritti, padri di famiglia, ufficiali legati al proprio giuramento, uomini semplicemente esausti, consumati dagli eventi bellici, emotivamente turbati. La Commissione storica italo-tedesca conclude che la stragrande maggioranza rifiutò comunque di riprendere la collaborazione militare con il Terzo Reich o con la RSI. Ma riconosce nello stesso tempo una gamma di comportamenti che andava dalla resistenza e dal sabotaggio fino all’acquiescenza e alla collaborazione.[3]

Forse è proprio questo a dare alla loro storia una particolare forza. Non occorre immaginare seicentomila eroi senza paura. È sufficiente pensare a centinaia di migliaia di uomini comuni che, per motivazioni differenti e spesso molto concrete, arrivarono alla conclusione che la condizione loro offerta non fosse preferibile alla prigionia. In alcuni casi fu una scelta ideale, in altri una scelta di dignità, in altri ancora la scarna speranza di non tornare a combattere una guerra ormai percepita come perduta. Ma proprio dalla somma di motivazioni così diverse nacque un risultato corale di enorme significato. Quel “no” non ha bisogno di essere trasformato in leggenda per conservare il suo valore. Anzi, forse ci parla ancora oggi proprio perché fu pronunciato da uomini normali, non da figure impavide o senza contraddizioni. Ricordarli significa allora non solo onorare il loro rifiuto, ma comprendere quanto possa contare, nei momenti decisivi della storia, la scelta individuale di non oltrepassare una soglia che ciascuno sente come incompatibile con la propria coscienza.

Nella foto (fonte: Wikipedia), Campo di internamento per militari italiani catturati dai tedeschi dopo l’Armistizio dell’8 settembre 1943. Foto di propaganda bellica nazista proveniente dal Deutsches Bundesarchiv, firmata “Schwahn”.

Note

[1] Legge 13 gennaio 2025, n. 6, art. 1, Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana.
https://www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?urn%3Anir%3Astato%3Alegge%3A2025%3B6=

[2] Commissione storica italo-tedesca, Rapporto, luglio 2012, pp. 124-126. Le stime riportate indicano 600-650 mila deportati e 186-197 mila militari che entro marzo 1944 decisero di continuare la guerra al fianco di Hitler e Mussolini.
https://italien.diplo.de/resource/blob/1600290/91b68fe8ac6b370ee612debfee141419/rapporto-hiko-data.pdf

[3] Ivi, pp. 134-135, “Cambio di fronte e Resistenza senz’armi”. Il rapporto esamina esplicitamente la pluralità delle motivazioni sia degli optanti sia di coloro che rifiutarono.
https://italien.diplo.de/resource/blob/1600290/91b68fe8ac6b370ee612debfee141419/rapporto-hiko-data.pdf

[4] Ivi, sezioni dedicate alle condizioni di vita e di lavoro degli IMI.
https://italien.diplo.de/resource/blob/1600290/91b68fe8ac6b370ee612debfee141419/rapporto-hiko-data.pdf