Un Paese dimezzato: Rigenerare lo spirito di comunità e il senso dello Stato

Il Rapporto Italia 2026, giunto quest’anno alla 38a edizione, ruota attorno a 6 capitoli, ciascuno dei quali offre una lettura dicotomica della realtà esaminata, e si struttura attraverso 6 saggi e 60 schede fenomenologiche. Vengono affrontati, quindi, attraverso una lettura duale della realtà, temi che l’Eurispes ritiene rappresentativi della attualità politica, economica e sociale del nostro Paese.

Le dicotomie tematiche individuate per il Rapporto Italia 2026 sono:
Opes/Inopiae • Democrazia/Autoritarismo • Pace/Guerra
Omologazione/Identità • Distopia/Utopia • Presente/Futuro

Le Considerazioni generali a firma del Presidente dell’Eurispes, Gian Maria Fara, aprono il Rapporto Italia e tratteggiano la situazione del Paese offrendo una lettura di alcuni dei processi in atto: «Per anni, dalle pagine del Rapporto Italia, abbiamo segnalato le fratture che nel nostro Paese si andavano allargando: la crisi della rappresentanza, l’erosione della democrazia, il ritiro dell’individuo dalla sfera pubblica, la desertificazione demografica, l’arretramento della scuola e della sanità, il divario strutturale tra Nord e Sud. Abbiamo descritto i “giganti che ci sovrastano”, ossia le sfide principali che minacciano le nostre società, e abbiamo sollecitato “il coraggio di avere coraggio”. Guardando il Paese nelle sue dinamiche profonde, d’altronde, si ha la sensazione che la realtà abbia corso più veloce di ogni previsione. E come Medardo di Terralba, Il Visconte Dimezzato di Calvino, ferito in guerra da una cannonata che lo divide in due metà, lo osserviamo diviso in due parti, ognuna delle quali tira dalla sua, senza trovare accordo e interezza».

«L’Italia del 2026 – spiega il Presidente dell’Eurispes – è un Paese che si trova dinanzi a una costellazione di crisi che non sono emergenze da gestire con il metodo del rattoppo, ma di nodi che, se non sciolti, rischiano di stringerci in una morsa irreversibile. Il nostro sistema valoriale, istituzionale, economico, sociale, demografico è sottoposto a pressioni che esigono risposte e non ammettono rinvii.
Benedetto Croce scrisse che «la storia è sempre storia contemporanea». Oggi questa affermazione risuona con tutta la sua gravità. Ciò che chiamiamo passato – i decenni di inerzia, di populismo, di riforme rinviate – abita il presente e lo condiziona. Non siamo liberi di ricominciare da capo, possiamo solo scegliere da dove ripartire.
L’Italia è la terza economia dell’area euro; eppure, paradossalmente, il nostro è uno dei Paesi sviluppati con la crescita più lenta, con il più alto debito pubblico tra le democrazie avanzate, con il più basso tasso di natalità d’Europa, con un flusso di emigrazioni giovanili tra le più consistenti del continente. Le nostre stime più recenti indicano che l’Italia perde almeno 34.700 giovani che emigrano ogni anno: un caso unico in Europa. È lo stesso Paese che, tra il 1950 e il 1970, trasformò una nazione agricola, uscita a pezzi dalla guerra, in una potenza industriale. Quella generazione non era più intelligente di quella odierna: era semplicemente più disposta a sacrificare il presente per costruire il futuro. Questa disponibilità è il capitale che abbiamo dilapidato».

«C’è una domanda – secondo Fara – che, da qualche anno, in tanti si pongono: la democrazia liberale è ancora in grado di governare la complessità del XXI secolo? Negli ultimi anni abbiamo assistito a un fenomeno che si può definire la “cattura dell’agenda pubblica” da parte di soggetti privati: le decisioni di interesse collettivo vengono prese in sedi non pubbliche, mentre la sfera privata degli individui è diventata un grande libro aperto, spesso condizionato da algoritmi che conoscono di noi più di quanto conosciamo noi stessi. In tale contesto, il sistema democratico tradizionale mostra crepe profonde. Non perché sia sbagliato nei suoi princìpi, ma perché le sue Istituzioni sono state progettate per un mondo che non esiste più. L’Italia non è immune da questo processo. La nostra crisi della rappresentanza è numerica ma è prima di tutto simbolica. I cittadini non si astengono perché non capiscono il valore della democrazia ma perché non si fidano più del fatto che il voto cambi qualcosa. Quando il dibattito politico viene ridotto a slogan, quando la multicomplessità viene sistematicamente banalizzata, quando i talk show e i Social sostituiscono le Aule parlamentari come arena del confronto politico, o le Aule giudiziarie, i processi si svolgono nei salotti televisivi; la democrazia si svuota lentamente».

«Viviamo in un’epoca – prosegue il Presidente Fara – in cui la narrazione dominante si concentra sull’Intelligenza artificiale, strumento potente e trasformativo, capace di ridisegnare interi settori economici e di modificare in profondità la struttura delle imprese, la organizzazione dei servizi, il mercato del lavoro; e, tuttavia, rimane uno strumento senza valori, senza coscienza e senza responsabilità. E, soprattutto, non ha un’agenda propria perché risponde a quella di chi la controlla. Ma regolamentare l’Intelligenza artificiale con gli strumenti concettuali del diritto del Novecento è come cercare di arginare un fiume in piena con un secchio.

Accanto alle grandi opportunità di modernizzazione e sviluppo, locale e globale, create dall’Intelligenza artificiale, esistono situazioni di grande rischio e negatività che riguardano non soltanto il controllo dei comportamenti delle persone, ma soprattutto l’impoverimento del loro pensiero critico, e la diffusione del cosiddetto “pensiero corto”, processi che possiamo identificare con l’espressione “Ignoranza Artificiale”. L’Intelligenza artificiale e l’Ignoranza artificiale sono due processi che hanno cominciato a combinarsi tra loro in questa fase di nuovo ciclo politico, economico e tecnologico che è solo nella fase iniziale del suo percorso evolutivo».

«Una generazione senza grandi obiettivi è una generazione senza futuro. Ed ecco un altro nodo nevralgico: l’Italia ha bisogno di grandi cause, cioè di obiettivi collettivi condivisi attorno ai quali mobilitare energie, risorse, intelligenze. Ma, per coglierle occorre una politica capace di pensiero lungo. E il pensiero lungo è incompatibile con il ciclo elettorale permanente e con la logica del consenso estemporaneo.
Occorre – secondo Gian Maria Fara – recuperare ciò che per i Padri Costituenti era il “senso dello Stato”: l’idea che esistano interessi superiori a quelli di partito, di coalizione, di mandato elettorale. È una posizione che riconosce la differenza tra chi governa per sé e chi governa per la comunità. Tra il politico che chiede: “cosa posso promettere per vincere le prossime elezioni?” e il politico che chiede: “cosa devo fare per lasciare il Paese in condizioni migliori di come l’ho trovato?”. La seconda domanda è quella giusta ed è anche la più difficile da porsi. Esiste un processo in atto che riguarda il nostro Paese ma anche l’intera comunità internazionale: il potere decisionale ha trovato casa altrove. Lo troviamo nelle piattaforme tecnologiche che decidono che cosa milioni di persone vedono ogni giorno orientando, insieme ai consumi, credenze, valori e modi di pensare. Lo troviamo nei fondi di investimento globali che condizionano le politiche economiche degli Stati. In reti di potere informali che si incontrano in dimore private piuttosto che nelle Aule parlamentari e che dispongono delle risorse finanziarie per concretizzare il costrutto filosofico di una società che vada oltre la democrazia. E che hanno la convinzione che la loro visione sia l’ineluttabile destino dell’umanità».

«Chi abbia buona memoria, ricorderà che nel 1999, quasi trent’anni fa, dalle pagine di questo Rapporto, affidammo all’immagine di Gulliver bloccato dai lillipuziani il compito di descrivere un’Italia bloccata, imbrigliata, legata al suolo da una miriade di piccoli fili, che nell’insieme la immobilizzavano. Era la vigilia del Terzo millennio, e il gigante di Swift sembrava la metafora più calzante per un Paese che possedeva tutte le risorse per correre, eppure restava impedito nei suoi movimenti. Quella metafora non è invecchiata, ha trovato anzi un soggetto ancora più adatto al quale essere applicata: l’Europa. Un gigante molto più grande del nostro Paese, con risorse incomparabilmente superiori, con un primato storico, culturale, scientifico e civile che nessun altro continente può vantare.
I lillipuziani che hanno immobilizzato il gigante europeo – sottolinea il Presidente dell’Eurispes – non sono nemici dell’Europa: sono i suoi stessi fondatori e custodi. Sono i governi nazionali che, nel momento in cui dovrebbero cedere sovranità per guadagnare potere collettivo, si ritraggono istintivamente verso il proprio “particulare”. Sono le burocrazie di Bruxelles che hanno progressivamente trasformato lo strumento in fine, il mezzo in ostacolo, il regolamento in labirinto. Sono i partiti politici nazionali che hanno imparato a usare l’Europa come capro espiatorio di ogni difficoltà interna, scaricando su Bruxelles la responsabilità di scelte che avrebbero dovuto rivendicare come proprie.
Si è formato, dunque, un sistema nel quale le decisioni sono prese troppo lentamente perché devono passare attraverso il filtro di ventisette interessi nazionali spesso divergenti e nel quale le risorse comuni sono distribuite secondo logiche di compensazione anziché di strategia. La frammentazione è tale che la politica estera europea di fatto non esiste. Allo stesso modo, la difesa comune resta un cantiere aperto da decenni, mentre le minacce alla sicurezza del continente sono cresciute in modo esponenziale e la modifica degli assetti internazionali ridisegnano le nostre fragilità. Tuttavia, di fronte alle emergenze, l’Europa, in alcune circostanze, ha risposto con una dose di pragmatismo che non va sottovalutata: basti pensare all’emergenza da Covid-19. Quando la necessità diventa urgenza, il sistema europeo riesce ad esprimere una qualche capacità di reazione. Ma reagire non è la stessa cosa che guidare. E l’Europa, finora, ha quasi sempre reagito: agli shock esterni, alle crisi improvvise, alle pressioni dei mercati e non ha quasi mai guidato. Non servirà mettere mano ai regolamenti per semplificarli, quello che occorre è compiere scelte di civiltà. In questo caso, i fili da sciogliere sono quelli della burocrazia che immobilizza e insieme i nodi della sovranità, ben più resistenti perché sono intrecciati con l’identità, con la storia, con la cultura e anche con le paure, gli stereotipi e le credenze dei diversi Stati».
«Come ha scritto Antonio Gramsci, parafrasando Romain Rolland, “il pessimismo dell’intelligenza” non deve impedire “l’ottimismo della volontà”. E l’ottimismo della volontà significa credere che valga la pena di impegnarsi, anche quando i risultati non sono certi o quando il percorso è difficoltoso e le forze sembrano insufficienti.
L’Italia ha vissuto già stagioni di grande progresso e trasformazione. Queste trasformazioni non furono indolore. Ma furono guidate da una visione: dall’idea che ci potesse essere un “dopo” migliore del “prima”, e che valesse la pena di lavorare per costruirlo. Siamo sempre più consapevoli del fatto che oggi quella visione manca. O è frammentata in visioni parziali che finiscono per contraddirsi o entrare in conflitto. Questa mancanza è ciò che più profondamente l’Italia deve affrontare.
Per costruire una visione collettiva dobbiamo essere disposti ad affrontare un difficile processo di dialogo e compromesso che richiede Istituzioni credibili, una cultura politica matura, una società civile attiva, un sistema dell’informazione che si riappropri del proprio ruolo di pilastro della democrazia nella diffusione dei saperi seguendo le regole del pluralismo. E che, soprattutto, sappia svolgere il proprio ruolo senza diventare, di volta in volta, il megafono di una parte o dell’altra». Conclude il Presidente dell’Eurispes: «Il 38° Rapporto Italia che presentiamo oggi non pretende di essere quella visione. È uno sguardo sulla realtà del Paese – il più rigoroso che la nostra metodologia ci consente. Un Paese contraddittorio, spesso, se vogliamo, anche scoraggiante, ma straordinariamente ricco di risorse, di talenti, di bellezza, di intelligenza e di saperi. Un Paese che, come il Visconte dimezzato di Calvino, contiene in sé le sue contraddizioni e le sue differenze: la parte che vuole restare immobile e la parte che vuole cambiare, la parte che guarda al passato e la parte che immagina il futuro.
La speranza, e la scommessa, è che le due metà trovino finalmente il modo di riconciliarsi in un’identità più intera, capace e all’altezza di ciò che la storia ci chiede».

Ad arricchire il Rapporto, le indagini campionarie che, nell’edizione di quest’anno, hanno sondato alcuni dei temi tradizionalmente osservati dall’Eurispes: la fiducia nelle Istituzioni; la politica; l’opinione su alcuni dei temi etici più dibattuti; la situazione economica delle famiglie e i consumi; l’uso delle nuove tecnologie e i rischi ad esse connessi; l’avvento dell’Intelligenza artificiale; i temi della Difesa e gli scenari internazionali; lo smart working; le nuove modalità di viaggio e l’overtourism; le abitudini alimentari; il rapporto con il mondo animale e numerosi altri contenuti di stretta attualità. 

Quasi la metà dei cittadini prevede per il prossimi 12 mesi un peggioramento della situazione economica del Paese anche se la condizione economica dei cittadini resta stabile rispetto allo scorso anno. Più di sei cittadini su dieci arrivano a fine mese ma con difficoltà e circa un terzo (33,1%) deve usare i propri risparmi. A mettere particolarmente in difficoltà le famiglie è l’affitto (45,6%)

Dall’indagine campionaria del Rapporto Italia 2026 dell’Eurispes sull’andamento dell’economia nazionale e della situazione personale dei cittadini, emerge una situazione segnata da fragilità diffusa. La vera incognita riguarda i prossimi mesi: la guerra in Iran, il rincaro delle materie prime energetiche, le tensioni commerciali internazionali e il possibile rialzo dei tassi d’interesse rappresentano una combinazione di rischi che potrebbe invertire i progressi registrati negli ultimi due anni. Il fatto che quasi la metà dei cittadini (47,8%) preveda un peggioramento della situazione economica del Paese nei prossimi dodici mesi (oltre il 10% in più rispetto allo scorso anno) è un eloquente segnale di consapevolezza, timore di una nuova crisi in arrivo e sfiducia nel futuro. Nonostante questa indicazione, la dimensione economica personale e familiare mostra stabilità rispetto alla rilevazione dello scorso anno con la quota più ampia di cittadini (42,1%) che indica “rimasta sostanzialmente invariata” la propria situazione economica negli ultimi 12 mesi; tuttavia, il 36,9% riporta un deterioramento della propria situazione economica (12,7% “molto”; 24,2% “lievemente”) e solo uno su dieci ha sperimentato un miglioramento.
Il pagamento del canone d’affitto mette in difficoltà il 45,6% delle famiglie che devono affrontare questa spesa, seguono le utenze (28,7%), il mutuo (27,2%) e le spese mediche (25,5%). Ne consegue una quota molto elevata di famiglie che arriva a fine mese, ma con difficoltà (62,1%) e circa un terzo (33,1%, ma erano il 35,4% nel 2025) che usa i risparmi accumulati per poter arrivare alla fine del mese.

Prezzi in aumento per 8 italiani su 10 con valori oltre l’8% (38,9%). Alimentari, carburanti e pasti fuori casa le categorie nelle quali sono stati registrati maggiormente gli aumenti

L’indagine sui consumi elaborata dall’Eurispes fa emergere un giudizio negativo sull’andamento dei prezzi nel corso dell’anno passato con un’indicazione di aumento nell’82% dei casi. I cittadini ritengono che l’aumento dei prezzi si sia attestato oltre l’8% (38,9%), ma sono anche molti a riferire un aumento tra il 3% e l’8% (35,7%).
Le categorie dove i rincari sono stati più pesanti sono: generi alimentari (93,3%), carburanti (91,2%), pasti fuori casa (83,4%) e viaggi e vacanze (82,2%), ma anche trasporti (75,4%), vestiario e calzature (72,4%), cura della persona (70,9%), spese per la salute come ticket-medicine (68,8%), tecnologia (61,7%), arrendamento e servizi per la casa (61,4%), cinema/spettacoli e attività culturali (61,1%), affitto (60%). Quote più contenute riguardano invece l’acquisto della casa (56,8%), la palestra e lo sport (56,3%) e le spese telefoniche (49,9%). Resistere e adattarsi: per far fronte alle difficoltà si rinviano anche acquisti considerati necessari (60,2%), si tagliano le uscite fuori casa (54%) e i viaggi (52%). Aiuto in casa, ripetizioni, giardinaggio, ecc. si pagano in nero nel 38% dei casi. Aumenta il numero di chi rinuncia ai controlli medici periodici e cure odontoiatriche. Metà degli italiani rateizzano gli acquisti attraverso le piattaforme digitali a tasso zero. La famiglia d’origine resta un porto sicuro per avere un aiuto economico (29%) o avere un posto dove vivere quando si è in difficoltà

Per contenere le spese, vengono rinviati anche acquisti considerati necessari (60,2%), si riducono le uscite fuori casa (54,1%), i viaggi o le vacanze (52,1%), si spende meno per la cura della persona (43,5%), l’aiuto domestico (42,6%), lavori o ristrutturazioni (39,6%). Quasi 4 italiani su 10, il 38%, ha fatto ricorso al pagamento in nero di alcuni servizi. Anche la quota di chi ha utilizzato la rateizzazione dei pagamenti (41%) si inserisce in questo quadro, con il ricorso a strumenti di dilazione per sostenere spese altrimenti difficilmente gestibili. Le rinunce più specifiche, legate a servizi di cura come babysitter (36,1%) e badante (37,3%), mostrano incidenze significative, pur riferendosi a sottoinsiemi della popolazione (“solo per chi ne ha bisogno”).
Le rinunce più difficili sono quelle relative alle cure per la salute più elevate nei controlli medici periodici (34,6%; erano il 27,2% nel 2025) e nelle cure odontoiatriche (32,1%; 28,2% nel 2025). Seguono visite specialistiche (23,4%), spese veterinarie (20,4%), terapie o interventi medici (19,8%), acquisto di medicinali (15,7%). Anche i tagli su trattamenti e interventi estetici hanno segnato un significativo aumento dal 26,4% all’attuale 34,9%.
Le piattaforme e app digitali per la rateizzazione a tasso zero vengono utilizzate nel 51,3% dei casi, con un calo rispetto al 2025 quando il valore si attestava al 65,3%.
Nelle difficoltà, ci si rivolge in particolare alla famiglia d’origine (29,1%), all’aiuto finanziario chiesto ad amici, colleghi o altri parenti (14,6%) o si chiedono soldi in prestito a privati non appartenenti alla cerchia di amici o parenti né a circuiti bancari (10,6%). Alcuni saldano in ritardo bollette e utenze (23,3%) e le tasse (18,8%). In un caso su dieci le difficoltà costringono a tornare nella casa della famiglia d’origine o dei suoceri (9,6%); a vendere o perdere beni importanti come casa, automobile, attività (11,4%); a contrarre debiti che non si è poi in grado di ripagare (9,3%); ad affittare una stanza/casa di proprietà (9,6%).

Necessità di prestiti per più di 2 italiani su 10. Ci si indebita soprattutto per acquistare casa o pagare debiti accumulati

Più di 2 italiani su 10 (22,1%) hanno chiesto nel corso dell’ultimo anno un prestito bancario, soprattutto per l’acquisto della casa (46,3%) e la necessità di pagare debiti accumulati (29,1%). A questo va aggiunto che il 20,5% ha avuto la necessità di rivolgersi alla banca per saldare prestiti contratti con altre banche/finanziarie, gettando ulteriore luce sul fenomeno del sovraindebitamento che intrappola le famiglie in un circolo vizioso in cui la difficoltà a onorare i finanziamenti spinge a rivolgersi ad altri istituti rinegoziando la propria posizione. Un cittadino su cinque ha poi avuto bisogno di indebitarsi per poter affrontare cure mediche (21,6%) o per sostenere le spese di cerimonie come matrimonio, cresima, battesimi, ecc. (20%), mentre è più basso il ricorso ai prestiti per pagare le vacanze (12,1%). A rivolgersi più spesso alle banche per ottenere un prestito sono state le famiglie composte da coppia di genitori con figli (25,8%).

Ancora agli albori l’uso di Internet, piattaforme e Social per avere indicazioni per la gestione di investimenti e risparmio, solo l’8,4% degli italiani ha comprato o utilizzato bitcon e criptovalute

Sono stati esplorati tre comportamenti che rappresentano altrettante frontiere dell’evoluzione delle abitudini di gestione del risparmio e dell’investimento. Il più diffuso è quello di seguire consigli trovati on line, provenienti da Youtuber/Influencer presenti su Social, gruppi di discussione o forum (14,7%). L’uso di piattaforme di confronto di piani finanziari di accumulo capitale (come Moneyfarm, Scalable Capital, Fineco Replay, ecc.) è limitato al 9,5% del campione e sono pochi ad aver acquistato/utilizzato bitcoin e criptovalute (8,4%).

Scarsa solidarietà sociale e sfiducia verso il prossimo diffusa. In caso di difficoltà economica gli italiani in larghissima maggioranza (82,2%) non si sentono sostenuti delle Istituzioni

Il 65,8% degli italiani ritiene che nel nostro Paese la solidarietà sociale sia scarsa, il 62,5% non si fida del prossimo e ben l’82,2% ritiene che i cittadini non siano adeguatamente sostenuti dalle Istituzioni in caso di difficoltà economica. La sfiducia è più radicata presso i giovani tra i 18 e i 24 anni: sono quelli che più spesso rispondono di avere nessuna o poca percezione di solidarietà sociale (70,2%) e, insieme ai 25-34enni, hanno anche meno fiducia nel prossimo (66,8% e 67,6%), e nell’aiuto delle Istituzioni (83,5% e 85,8%). L’unico segnale positivo proviene dalle persone su cui contare in caso di difficoltà economiche: ne dispone il 54% degli italiani; una percentuale comunque non eccellente, considerando che il 46% si troverebbe privo di sostegno in caso di difficoltà.

Il ceto medio che si sgretola e le prospettive del sistema pensionistico

Il potere d’acquisto del ceto medio italiano è sceso del 7,5% circa dal 2021 (Ocse, 2025); nel 2023 il reddito reale delle famiglie si è ridotto dell’1,6%, mentre i beni essenziali (utenze, cibo, medicine) sono aumentati oltre il tasso d’inflazione. Il 10% più ricco delle famiglie italiane detiene il 59,9% dell’intera ricchezza nazionale; la metà più povera ne detiene appena il 7,4%. Nel 2024 la ricchezza dei 71 miliardari italiani è cresciuta di 61,1 miliardi di euro (+166 milioni al giorno), raggiungendo 272,5 miliardi complessivi. Circa il 43% della popolazione italiana non versa l’Irpef; su 42,6 milioni di dichiaranti, 9 milioni (il 21%) presentano un’imposta netta pari a zero. Il 76,87% del gettito Irpef grava su soli 11,6 milioni di contribuenti. Secondo l’Ocsse, appartiene alla classe media chi guadagna tra 1.877 e 5.006 euro netti al mese. Il reddito familiare più diffuso in Italia è di circa 2.500 euro mensili: la maggior parte delle famiglie italiane si colloca quindi nella parte bassa di questa fascia. La ricchezza netta delle famiglie italiane è scesa del 5,5% nel decennio 2014-2024; il ceto medio sopravvive sempre più grazie al patrimonio ereditato dalle generazioni precedenti.
E mentre la forza del ceto medio a sostegno dell’economia del Paese si affievolisce, ci troviamo a fronteggiare un problema di sostenibilità del sistema pensionistico. Le nascite totali sono in costante calo dal 2004, fino al minimo storico registrato nel 2024, con una riduzione del 34% in vent’anni. Il sistema pensionistico italiano è sotto pressione per la convergenza simultanea di più dinamiche che si alimentano a vicenda. La natalità scende, la base contributiva si restringe, i salari reali ristagnano, il lavoro irregolare sottrae risorse al sistema, i giovani più qualificati emigrano portando con sé il capitale umano finanziato con risorse pubbliche. Ciascuna di queste dinamiche, presa isolatamente, sarebbe gestibile. La loro combinazione produce uno squilibrio strutturale. Le proiezioni prefigurano un miglioramento a partire dal 2040, costruito però su ipotesi che i dati attuali faticano a sostenere: crescita della produttività all’1,3% annuo, inversione della natalità, saldo migratorio positivo di 165.000 unità l’anno. Nel frattempo, le generazioni che contribuiscono, oggi si trovano di fronte a una prospettiva concreta: andare in pensione a 70 anni con un assegno pari a poco più della metà dell’ultima retribuzione. Sono necessari interventi che agiscano simultaneamente su più fronti: ampliare la base contributiva contrastando il lavoro irregolare, valorizzare i flussi migratori come fattore di stabilizzazione del mercato del lavoro, ridurre le barriere strutturali alla genitorialità, correggere le asimmetrie di genere che sottraggono ogni anno al sistema milioni di giornate lavorate. Smart working: un equilibrismo felice

Lo smart working per gli italiani appare come una forma di equilibrismo, generalmente felice, tra spazi di vita ed autonomia, ottimizzazione delle risorse (di tempo ed economiche), senza una totale rinuncia alla socialità, alla distinzione degli spazi e ad alcune abitudini che per molti fanno ormai parte della vita lavorativa. Resta da scoprire come e quanto l’irruzione irrefrenabile dell’Intelligenza artificiale nella vita quotidiana e nel mercato occupazionale influirà anche nell’àmbito dell’organizzazione logistica del lavoro.
Secondo l’indagine 2026 dell’Eurispes, il 31,3% degli lavoratori intervistati fa smart working: il 5,7% sempre, l’8,7% per la maggior parte del tempo, il 16,9 % per la minoranza del tempo. Tra gli smart workers prevale la modalità ibrida, con alternanza di lavoro in presenza e lavoro da casa. Lo smart working si accompagna con maggior frequenza ai rapporti lavorativi flessibili e a quelli autonomi, rispetto a quelli subordinati e stabili (partita Iva 37,9% e 33,7% contratti atipici). L’87,1% degli smart workers vorrebbe continuare a lavorare da casa soprattutto per gli aspetti positivi: gestione degli impegni familiari e domestici (82,7%), qualità della vita (80,8%), e l’organizzazione del lavoro (78,1%). Non potendo più lavorare in smart working, il 46% dei lavoratori si dispiacerebbe, ma si adatterebbe, il 28,8% non avrebbe particolari problemi, il 13,9%, invece, lascerebbe il lavoro/cercherebbe un altro lavoro in smart working, mentre per l’11,3% sarebbe un cambiamento positivo. Dunque le reazioni negative, più o meno drastiche, rappresentano il 59,9%, le reazioni positive o neutre il 40,1%.

Cittadini e Istituzioni: il Presidente della Repubblica è l’unico tra le Istituzioni più importanti a raccogliere la piena fiducia (61,8%). Sempre amatissime le Forze dell’Ordine e di Polizia, le Forze Armate e l’Intelligence insieme a Scuola, Università e Volontariato. La fiducia nella Chiesa divide a metà il campione

I risultati dell’indagine sul livello di fiducia nei confronti delle Istituzioni, nel 2026, parlano di continuità e di stabilità con valori percentuali che replicano e si sovrappongono con quelli dello scorso anno. Ancora sempre amatissimi il Presidente della Repubblica, le Forze Armate e quelle di Polizia, l’Intelligence, ma anche la Scuola e l’Università e il Volontariato. Al contrario, sempre in parallelo con il 2025, si evince una sfiducia verso la politica e i partiti, ma anche verso il Parlamento che dovrebbe essere il luogo dove gli italiani si sentono massimamente rappresentati. Un risultato complessivo che avalla l’idea che nei momenti di crisi si privilegi la stabilità anche come elemento di difesa. Il Presidente della Repubblica, dunque, è l’unico a raccogliere piena fiducia tra le Istituzioni più importanti con il 61,8% dei giudizi positivi. A grande distanza, il Parlamento vede fiducioso circa 1 cittadino su 4 (26,1%), mentre il Governo si attesta al 32,1%. La sfiducia nei confronti della Magistratura arriva al 46,5%, anche se il giudizio dei cittadini è spaccato a metà (i fiduciosi sono il 43,4%). Anche i Presidenti delle Regioni non raccolgono un consenso pieno nel giudizio dei cittadini e si fermano al 41,2%.
Con un risultato simile allo scorso anno, sono sempre amatissime le Forze dell’ordine e le Forze Armate con l’Arma dei Carabinieri che raccoglie il 70,2% dei consensi; la Guardia di Finanza il 71,7%; la Polizia di Stato il 66,8%; l’Esercito Italiano il 71,9%; l’Aeronautica Militare il 74% (77,4% nel 2025) e la Marina Militare il 73,6%; la Guardia Costiera il 71,1%. Anche l’Intelligence ottiene un buon risultato con il 63,5% dei cittadini fiduciosi. Altissimo il grado di fiducia accordato ai Vigili del Fuoco che nel 2026 arriva all’85,8%. La Polizia penitenziaria cala rispetto alla scorsa indagine al 57,6% dei giudizi positivi, mentre la Polizia locale resta al 56,4%.
Tra le altre Istituzioni considerate: positivo e in rialzo, anche se generalmente moderato, il giudizio su Università (73,7%) e Scuola (68%), Protezione civile (78,5%), Volontariato (64%), Sistema sanitario (58%) e (51,3%). Crescono in termini di fiducia ma non riescono a superare la soglia del 50% dei giudizi positivi i partiti che passano dal 21,1% del 2025 al 25,7%; i sindacati dal 38,6% al 41,6% e le altre confessioni religiose diverse da quella cattolica dal 31,1% del 2025 al 32,6% del 2026. Tra le Istituzioni che invece subiscono un calo di fiducia: la Chiesa che passa dal 52,6% al 50,3% del 2026, le Associazioni degli imprenditori (dal 42,5% al 40,7%) e la Pubblica amministrazione (dal 36,3% al 35,9%).

Gli italiani chiedono più potere al Presidente della Repubblica per una democrazia più moderna

L’indagine ha raccolto le opinioni dei cittadini su quali misure potrebbero far lavorare meglio e più efficientemente il nostro sistema. Per vivere in una democrazia moderna ed efficiente, secondo la metà degli italiani (50,3%), il Presidente della Repubblica dovrebbe avere più potere, un’opinione che conferma l’affezione dei cittadini verso questa figura istituzionale. Per più di un italiano su cinque (22,9%), invece, la figura che dovrebbe avere più potere per far funzionare meglio le cose è quella del Presidente del Consiglio dei Ministri, mentre per il 17,1% è il Consiglio Superiore della Magistratura; seguono il Presidente del Senato (4,9%) e il Presidente della Camera (4,8%).

Il 46,8% dei cittadini caldeggia l’istituzione di un Ministero per il Sud. La questione meridionale è ancora aperta, ma in 10 anni gli italiani hanno perso interesse sul tema

Per un italiano su quattro (25,1%) quella del Mezzogiorno è una questione complessa che va affrontata con un approccio e strumenti specifici e più di un italiano su 5 (21,8%) pensa che l’istituzione di un organo di gestione e controllo aiuterebbe a ristabilire trasparenza nell’utilizzo delle risorse per il Sud. Per il 23% istituire un organo specifico per la risoluzione del divario Nord-Sud sarebbe, invece, inutile e gravoso per la spesa pubblica e il 13,8% ritiene che la questione meridionale non sia una priorità per il Paese. Molti, il 16,3%, non hanno un’opinione in merito. Si può affermare, dunque, che prevale la parte dei cittadini che caldeggia (46,8%) l’istituzione di un Ministero per il Sud, anche se nel 2016 il dato arrivava al 54,7%. Dieci anni fa, infatti, ben più di un italiano su tre (37,2%) riteneva che la questione del Mezzogiorno fosse complessa e avesse bisogno di un approccio specifico con strumenti dedicati come un ministero ad hoc (-12%). La quota di italiani secondo cui l’istituzione di un organo di gestione e controllo sarebbe in grado di ristabilire maggiore trasparenza nell’utilizzo delle risorse per il Sud era invece inferiore (17,5%). Il numero di chi non ritiene la questione meridionale una priorità del Paese è quasi raddoppiata dal 2016 (7,7%) ad oggi (13,8%), mentre ha perso circa 3 punti percentuali, dal 2016 ad oggi, la quota di italiani che ritengono il Ministero per il Sud una perdita di denaro (26,4%).
L’idea invece di istituire un Ministero per il Futuro convince il 45% degli italiani ed è un’opzione che raccoglie soprattutto l’interesse dei giovanissimi dai 18 ai 24 anni (63%).

L’idea di investire sulla Difesa e di ripensare esercito e armamenti non convincono gli italiani

Il 44,2% degli italiani considera un costo le risorse destinate alla Difesa, al contrario, il 32,1% le vede come un investimento, mentre moltissimi, il 23,7%, non sanno esprimersi in merito. Mettendo a confronto queste risposte con quelle fornite al medesimo quesito nel 2024, è aumentata la quota di coloro che vedono le spese per la Difesa soprattutto come un costo (dal 36,2% al 44,2%).
La maggioranza degli italiani (54%) guarda con favore l’ipotesi di addestrare volontari che, in caso di necessità, possano essere attivati per affiancare le Forze armate (risponde negativamente il 46%). Invece, la possibilità di ripristinare il servizio militare di leva per i giovani vede contraria la larga maggioranza dei cittadini (63,2%, contro il 36,8% dei favorevoli). Tre italiani su dieci auspicano un incremento della spesa militare volto a garantire dotazione adeguata di armamenti per la difesa del Paese (30,2%, a fronte di un 69,8% contrari). Solo il 27,1% condivide l’idea di un reclutamento obbligatorio al servizio militare tramite normativa o disposizione straordinaria, in vista della possibilità di difendere il Paese.
A distanza di due anni, l’ipotesi di ripristinare il servizio militare di leva per i giovani, che vedeva concorde la metà dei cittadini, raccoglie ora il favore di un più contenuto 36,8%. Continuano ad essere minoritari i cittadini favorevoli al reclutamento obbligatorio al servizio militare tramite normativa o disposizione straordinaria, in vista della possibilità di difendere il Paese, ma la percentuale scende ulteriormente (dal 38,1% del 2024 al 27,1%). Incrementare la spesa militare per garantire una più adeguata dotazione (armamenti) per la difesa del Paese vedeva favorevoli nel 2024 oltre 4 intervistati su 10, ora scesi a 3 su 10 (meno 10,5 punti percentuali).

Il giudizio sul conflitto Russia-Ucraina

Tre quarti dei cittadini (75,6%) giudicano “ingiustificabile” l’invasione russa, la pensa contrariamente il 24,4%. Un quinto dei cittadini (20,7%) ritiene invece l’invasione “comprensibile”. Guardando alle prospettive ed ai rischi futuri, la maggioranza degli italiani (61,8%) non crede che l’invasione dell’Ucraina sia preludio di altri attacchi russi in Europa, mentre il 38,2% ha questo timore. Più della metà (52%) pensa sia invece preludio di un espansionismo russo su altri territori.