Cinque dimissioni su nove al Comitato Tecnico Scientifico, pareri ambientali bloccati, l’Etna Marathon rinviata a settembre per la prima volta in vent’anni. Sul Parco dell’Etna è scoppiato un caso che ha investito la Regione Siciliana, gli organizzatori sportivi e il mondo politico. Ma per l’Ordine degli Architetti PPC di Catania la questione vera è un’altra. «All’Ordine non interessano le beghe burocratiche né le contrapposizioni interne agli organismi tecnici – afferma il presidente Alessandro Amaro – ci interessa che il Parco dell’Etna torni a essere ciò per cui è nato: il cuore vivo dell’architettura, del progetto e del paesaggio etneo. Un grande presidio culturale, non un cantiere di paralisi». Il tema, per il presidente OAPPC etneo, non è chi siede nei comitati: «Vogliamo qualità delle decisioni che da quei comitati devono uscire – prosegue – e capacità del Parco di accompagnare con intelligenza le trasformazioni di un territorio che è patrimonio dell’umanità».
Istituito con la legge regionale del 1987, il Parco dell’Etna nacque con una visione moderna: non semplice apparato vincolistico, ma strumento di equilibrio tra tutela, presenza umana, sviluppo sostenibile e comunità locali. È a quella visione che, secondo l’Ordine, occorre tornare. Una visione che affonda nelle radici della Repubblica – l’articolo 9 della Costituzione, alla cui elaborazione contribuì anche il catanese Concetto Marchesi – e che trova la sua definizione più matura nella Convenzione Europea del Paesaggio del 2000: l’uomo, finalmente, parte integrante del paesaggio e non elemento estraneo. Una sensibilità con radici antiche in Sicilia: già nel Settecento il Regno emanò provvedimenti per la tutela dei castagneti e delle antichità, da Carpineto a Taormina. Il paesaggio dell’Etna, oggi, non è solo la sommità del vulcano. Sono i vigneti, i castagneti storici, i terrazzamenti lavici, i borghi rurali, le strade, le architetture contadine, i sentieri. Un paesaggio culturale vivente, riconosciuto dall’UNESCO. «Le norme paesaggistiche più avanzate non si limitano alla conservazione – sottolinea Amaro – chiedono il migliore inserimento dei manufatti nel paesaggio, valorizzando accanto alle tipologie tradizionali anche le architetture di qualità dedotte da forme e linguaggi contemporanei. Tutela non significa immobilismo: significa accompagnare le trasformazioni attraverso il progetto e la qualità architettonica».
In questa prospettiva il ruolo degli architetti diventa centrale. Non si tratta solo di progettare edifici, ma di interpretare il territorio, leggerne le relazioni storiche, ambientali e culturali, guidarne le trasformazioni senza alterarne l’identità. Sull’Etna il progetto deve farsi strumento di armonia tra lava, boschi, agricoltura e borghi: «L’auspicio dell’Ordine – conclude Amaro – è che la fase attuale sia rapidamente superata e che il Parco torni a essere una grande istituzione territoriale: motore di sviluppo sostenibile, di custodia del territorio, di prevenzione del dissesto idrogeologico, di promozione culturale e turistica, di sostegno alle economie agricole storiche. Non un luogo di paralisi, ma il cuore pulsante della cultura del paesaggio etneo. L’Ordine degli Architetti di Catania è pronto a mettere a disposizione le proprie competenze tecniche e culturali per costruire questo futuro».
