La migrazione legale è diventata un argomento politicamente ingestibile nell’Unione Europea. Lo sostiene David Carretta sul Mattinale Europeo, newsletter quotidiana sulle vicende comunitarie: nonostante l’UE abbia un disperato bisogno di lavoratori stranieri per far fronte alle carenze di manodopera e all’invecchiamento della popolazione, qualsiasi proposta legislativa su canali regolari di ingresso viene sistematicamente bloccata o sabotata da governi e forze politiche timorose del contraccolpo elettorale.
Il paradosso è evidente. Da un lato, come ha riconosciuto lo stesso commissario europeo per gli Affari interni Magnus Brunner, attrarre talenti dall’estero è un obiettivo dichiarato della nuova strategia europea per la gestione dell’asilo e della migrazione. Dall’altro, sul piano pratico quel secondo obiettivo viene sistematicamente rinviato. Brunner è apparso in evidente difficoltà quando gli è stato chiesto come conciliare l’irrigidimento delle politiche di ingresso con la necessità di attrarre forza lavoro qualificata di cui l’Europa ha bisogno.
Il dibattito pubblico, ormai dominato quasi esclusivamente dal tema della migrazione irregolare, rende di fatto impossibile affrontare razionalmente la questione dei canali legali di accesso. Come scrive Carretta, l’Ue sta inseguendo le sirene della destra dura e dell’estrema destra, dimenticandosi di rispondere a una domanda fondamentale: chi pagherà le pensioni degli europei? Nel frattempo, l’Europa invecchia, si riduce demograficamente e soffre di carenze sia di forza lavoro qualificata sia non qualificata, ma le “vie legali” per i migranti restano evocate a parole e mai tradotte in pratica.
Il Patto UE su migrazione e asilo, adottato nel 2024 ed entrato in vigore nell’estate del 2026, ha ulteriormente spostato il baricentro dell’azione europea verso rimpatri, detenzioni e controllo delle frontiere. Come osserva il Comitato economico e sociale europeo, questa politica di rimpatri “aggressiva” non è accompagnata da misure altrettanto energiche per promuovere percorsi migratori legali e sicuri. Solo quattordici Stati membri partecipano all’esercizio di reinsediamento dei rifugiati, e i numeri complessivi restano del tutto inadeguati rispetto alle reali necessità.
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