L’ultimo saluto a Carlo Petrini: «Porteremo avanti la sua gioia di credere in un cambiamento rivoluzionario e in una nuova umanità»

Sono arrivati da tutte le regioni d’Italia, dai Paesi limitrofi, come Svizzera e Germania, e perfino dal Giappone e dal Messico: soci e dirigenti Slow Food, attivisti, amici, studenti e alumni dell’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo, personaggi della cultura e dello spettacolo, esponenti politici, imprenditori e giornalisti. Sono venuti in migliaia a Pollenzo (Bra) per l’ultimo saluto a Carlo Petrini, fondatore di Slow Food e presidente dell’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo, di Terra Madre e delle Comunità Laudato Si’, in quello che, come la pipa di Magritte, non è stato un funerale, ma una celebrazione di un uomo che sfugge a ogni definizione, a ogni cornice, a ogni giudizio definitivo: «un visionario d’altri tempi, ma senza la posa del visionario, un uomo politico, che non sopportava le gabbie della politica, un laico profondissimo, capace di cogliere il senso religioso della terra, del pane, della comunità, dell’amicizia. Un uomo di mondo che restava figlio di Bra. Un agnostico pio, come lo chiamò Papa Francesco, e forse mai definizione fu più esatta e insieme più paradossale» hanno ricordato durante l’elogio funebre.

Nello stesso tempo, centinaia di migliaia di persone lo hanno celebrato nei loro Paesi, nelle loro comunità, riunendosi intorno al suo ultimo desiderio “andate avanti, state uniti”, come in America Latina o in Costa d’Avorio.

Domenica è giornata di Mercati della Terra in tutta Italia, che hanno ricordato Carlo con iniziative diverse, come il minuto di silenzio a Frascati e in altre cittadine, mentre il Mercatale del Valdarno, la prima realtà che ha ispirato il progetto, ha chiuso i battenti per venire a Bra in pullman a salutarlo.

 

Tra gli alberi del viale d’ingresso della sua Università, gli amici di una vita e le persone con cui ha condiviso valori e ispirazioni, tanta gente del suo mondo gli hanno portato il loro elogio funebre: Nicola Perullo, rettore dell’Università di Scienze Gastronomiche ed Edward Mukiibi, presidente di Slow Food che a Bra è arrivato 17 anni fa come studente dall’Uganda. E poi il musicista Moni Ovadia, il vescovo di Verona Domenico Pompili, l’attrice e amica Lella Costa arrivata da Londra, il presidente di Libera e Gruppo Abele Don Luigi Ciotti, Camilla Calabrese e Lucia Hendel, studentesse Unisg, e gli amici vecchi e nuovi, Vincenzo Ercolino, Luca Martinotti e Stefania Giubergia.

 

Nicola Perullo, Rettore dell’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo

 

«Questo, in fondo, non è un funerale. È qualcosa di più complesso, più vivo. È una grande risonanza collettiva attorno a ciò che Carlo ci ha lasciato. Ora è il momento di sentirci uniti nel suo spirito. La frase scelta per oggi dice: “Chi semina utopia raccoglie realtà”. Ed è perfetta. Perché Carlo è stato prima di tutto un seminatore. Molti lo ricordano come un grande gastronomo, un innovatore del cibo, dell’agricoltura, della produzione. Ma chi lo ha conosciuto davvero sa che Carlo non poteva essere rinchiuso in nessuna etichetta. La sua forza era la trasversalità. Sapeva parlare a tutti: dal contadino al papa, dal pescatore al re. E questa capacità nasceva dall’unione rara di due qualità: il carisma e la generosità. Il carisma era un dono naturale. La generosità, invece, era una scelta continua: la capacità di ascoltare, di accogliere idee, esperienze, persone. Carlo era un grande leader, ma anche una persona che sapeva imparare da chiunque, rielaborare tutto e restituirlo al mondo in modo nuovo. E quasi riesco ancora a sentire la sua voce, la sua mimica, il suo modo unico di incoraggiarci: “Avanti tutta. Barra dritta e cuore oltre l’ostacolo».

 

Edward Mukiibi, presidente di Slow Food e alumno Unisg ugandese

 

«Cara Madre Terra, grazie per averci donato tuo figlio Carlo. Caro Carlo, grazie per essere entrato nelle nostre vite. La tua Madre Terra e tutto il mondo Slow Food ti sono profondamente grati per la tua opera. I nostri cuori sono colmi di dolore da un lato, ma dall’altro traboccano di gratitudine per tutti i semi che hai piantato sulla terra. Semi di umanità, di umiltà, di empatia, di amore, di compassione, di intelligenza del cuore. Ci hai insegnato a credere in noi stessi e nella forza che abbiamo di cambiare il mondo attraverso il cibo. Ci hai fatto credere che un mondo migliore è possibile. Hai amato l’Africa, hai dato vita a uno dei progetti più ispiranti, gli Orti Slow Food in Africa. Hai offerto a noi africani la possibilità di studiare la gastronomia e di riscoprire la ricchezza della nostra cultura gastronomica. L’Africa ti ama, ti è grata e ti porterà per sempre nel cuore. Hai amato il pianeta, hai lottato per anni per difendere la biodiversità, hai toccato la vita di milioni di persone in tutto il mondo. Il movimento globale oggi ti rende omaggio: il pianeta ti ha amato, e la tua eredità continua a vivere».

 

Camilla Calabrese (Italia) e Lucia Hendel (Argentina), due studentesse che hanno parlato a nome della grande comunità di studenti e alumni dell’Università di Scienze Gastronomiche sparsa in oltre 100 Stati

 

«Noi, studenti di Pollenzo, più forti e uniti che mai, continueremo ad andare avanti. Metteremo insieme ogni nostra energia per far espandere questo movimento in ogni angolo del mondo. Lo faremo convinti che sia possibile avere un mondo dove il cibo sia buono, pulito e giusto per tutte e tutti; dove l’acqua potabile sia un diritto e la sovranità alimentare una realtà; nel quale i saperi indigeni, gli agricoltori, allevatori, pescatori e artigiani saranno protetti dallo schiacciamento culturale. Vogliamo andare avanti celebrando la diversità umana, culturale e ambientale, e proteggendo il pianeta dall’industria dell’agrochimica, per consegnare un futuro sostenibile a chi verrà dopo di noi e a tutti gli esseri viventi. E anche se tutto ciò può sembrare un’utopia, sappiamo che con la convinzione, l’amore, la gioia e i compagni con cui camminare, la nostra lotta sarà realtà. Carlo era un innamorato della vita: della gente, del cibo, del ballo, delle Langhe e delle lotte con i suoi amici. Ci diceva: «Non si cambia il mondo avendo il terrore. Questa deve essere una lotta di gioia!». E seguendo il suo esempio, crediamo che fare le cose con amore sia l’azione più rivoluzionaria di questi tempi. Tutti noi, fortunati di aver vissuto l’università con Carlin, abbiamo il dovere di trasmettere questo alle prossime generazioni. Continueremo a creare spazi di condivisione e a lottare affinché il cibo sia buono, pulito e giusto per tutti e tutte ovunque».

 

Don Luigi Ciotti, presidente di Libera e del Gruppo Abele

 

«Con Carlin abbiamo toccato con mano un invito a sollevare lo sguardo, come un piccolo esercizio quotidiano di umanità, un’umanità di cui abbiamo bisogno più che mai perché nel nostro Paese, e non solo, c’è una grande emorragia di umanità. Non accettava né la ragione né le mezze parole, né le troppe prudenze. Carlin ha sempre avuto uno sguardo di umanità per quanti avevano bisogno di uno sguardo accogliente. Ha sintetizzato una visione dell’ecologia integrale come una cornice di vita, di senso, necessaria a tutti, nessuno escluso: la gioia di poter credere a un cambiamento rivoluzionario e in una nuova umanità. È stato grande nel promuovere la sacralità del cibo, ha sempre difeso la sacralità della vita, la libertà e la dignità della vita, contro tutti i suoi abusi. Quando vediamo cose che non vanno bene non si può tacere: ci ha insegnato che ci sono momenti in cui tacere diventa una colpa, e parlare diventa obbligo morale, una responsabilità civile, un imperativo etico».

 

L’amico Vincenzo Ercolino, ha ripercorso 40 anni di avventure, progetti e visioni

 

«Immagino il fragore delle celebrazioni. La retorica sfavillante. Ognuno vorrà dire il suo Carlo Petrini: il fondatore, il profeta del cibo buono, pulito e giusto, l’uomo di Slow Food, Terra Madre, Pollenzo, il compagno di papa Francesco, il difensore della biodiversità, il cantore della lentezza, il piemontese universale. Tutto vero, certo. Ma anche tutto insufficiente. La verità è che Carlin non ha mai cercato soltanto il cibo. Ha cercato l’umanità. L’ha cercata nei contadini, nei cuochi, nei vignaioli, nei casari, negli osti, negli studenti, nei vecchi, nei giovani, nei popoli lontani, nelle comunità sperdute, nelle tavole povere, nei mercati, nei congressi, nelle osterie, nei viaggi interminabili, nelle discussioni che sembravano non finire mai. L’ha cercata senza sovrastrutture, senza l’obbligo di dare sempre una spiegazione compiuta a ciò che intuiva. Perché molte volte Carlin vedeva prima di capire. Sentiva prima di ordinare il pensiero. Annusava il futuro come si annusa un vino, un formaggio, una stagione che cambia. E forse proprio qui stava la sua grandezza: nel non ridurre mai la vita a sistema».

Mons. Domenico Pompili, vescovo di Verona

 

«Ho conosciuto Carlo nei giorni del terremoto di Amatrice. L’ultima volta che ci siamo incontrati è stato il 21 marzo scorso, qua a Pollenzo, con le comunità Laudato Si’ che abbiamo fondato insieme. Di Carlin mi ha sempre colpito il tratto elegante e la misura: non aveva un’idea troppo alta di sé, né si prendeva troppo sul serio, sapeva stare in un auditorium affollatissimo e un attimo dopo con tre amici senza cambiare postura e perdere di naturalezza. Carlin ha vissuto dentro precise ascendenze ideali, ma non può essere ricondotto a un partito: era un anarchico felice. La biodiversità è stata la battaglia della sua vita, culturale prima ancora che alimentare. Era un uomo libero, dotato di una sapienza contadina – scarpe grosse e cervello fino – e capace di gustare la vita: in lui il sapore si trasformava miracolosamente in sapere. Carlin non ha mai indossato i panni di una prefica del bel mondo antico: ciò che lo ha salvato dal diventare un custode arcigno della natura, un ambientalista pedante, di quelli che annunciano la fine del mondo a ogni piè sospinto, è stata la logica che lo animava, non del dovere ma del piacere. Non si spiegherebbero i suoi successi se non si tenesse in debito conto che la sua vera aspirazione non era tanto la gola, ma la terra».

 

L’attrice e amica Lella Costa

«La cosa che mi mancherà di più di Carlo è il suo sguardo che era tagliente, ma soprattutto accogliente, che non discriminava, che non giudicava. Carlo non giudicava, magari si incazzava anche tanto, ma non giudicava. Questo l’ha reso un compagno di vita, di strada e di viaggio meraviglioso. […] Carlo era poi capace di fare le robe più serie, più difficili, più complicate e poi smantellare tutto per il gusto di una battuta, per sdrammatizzare».

Il ricordo di Luca Martinotti, alumno Unisg e collaboratore di Carlo Petrini, a nome di tutte le colleghe e i colleghi di Slow Food e dell’Unisg

«In queste ultime lunghe, lunghissime settimane, sentirti chiamare “Carlin” da tua sorella Chiara, mentre ti prestava amorevolmente tutte le sue cure e le sue attenzioni, trasmetteva un senso di tenerezza ed estrema purezza. In questi ultimi giorni però, ho conosciuto la dimensione più intima di questo tuo soprannome: un affettuoso diminutivo che ti portavi dietro dalla nascita. Carlin, sei stato un eterno sognatore. Hai inseguito fino all’ultimo un’isola che forse non c’è, ma che vale la pena cercare. Ce l’hai indicata, instillando in chiunque sia venuto in contatto con te quella voglia di continuare a credere in un mondo migliore: più buono, pulito e giusto. Ma hai fatto di più ancora. Hai tracciato una strada e hai preso per mano milioni di persone per convincerci che dalle cose più umili, dalla semplicità e con la leggerezza è possibile costruire, dai sogni, la realtà. Ci hai insegnato a resistere sempre per ciò che è profondamente giusto e fino all’ultimo hai resistito in un mondo che ancora oggi non è del tutto pronto alla tua rivoluzione. Lo hai fatto con saggezza e dignità, preferendo sempre all’intelligenza artificiale, l’intelligenza affettiva. E così dobbiamo fare anche noi. Hai stravolto la vita a molte persone, spesso nel momento di maggior bisogno. Sei stato un faro da seguire, di quelli che non ti illuminano a pochi centimetri, ma ti indicano il punto più lontano in cui ci si può spingere».