L’impegno per salvare la terra di Calabria si coniuga adesso con quello di dare un nome ai mille migranti dispersi sulle coste calabresi e messinesi

Il 23 febbraio detti voce, in questa rubrica, al giornalista Tommaso Scicchitano comparso sul settimanale “Riforma”, al centro del quale vi era la terribile situazione della Calabria, colpita, negli ultimi tempi, da una serie di cicloni tutti devastanti che hanno seguito il primo, “Harry”, l’unico che ha avuto un minimo di visibilità sui mass media.
Oggi, torno alla firma di questo coraggioso e generoso calabrese, con un altro suo articolo, pubblicato sempre su “Riforma” , nell’edizione cartacea del 27 febbraio, che si intitola “Mille nomi che non sapremo mai
Questa volta, Scicchitano, sposta l’attenzione dai danni subiti a causa di quei cicloni dalla terra e dalla popolazione calabrese alla tragedia dei mille morti in mare per lo stesso motivo – tantissime vite di persone che si erano imbarcate dalle coste africane sperando di trovare una nuova opportunità di vita in Italia o in altri Paesi europei e che hanno solo trovato la tomba nelle profondità del mare, divenuto, come osservato anche da papa Francesco e da Leone, un grande, insopportabile cimitero. E c’è da chiedersi: è davvero questa la nostra cultura, la nostra civiltà – italica ed europea? Lasciar morire spietatamente migliaia di nostri simili in mare?

Prima di affrontare la lettura di questo vibrante pezzo di Scicchitano, desidero però dare in breve un’altra notizia pubblicata su NEV  del 26 febbraio scorso, dal titolo “Mar mediterraneo terra di nessuno le tante (non) narrazioni del ciclone Harry” .
Qui si rende nota l’iniziativa presa dalla diacona valdese Monica Natali che il 22 febbraio, a Reggio Calabria, ha organizzato un incontro aperto a chiunque si sentisse rappresentato, col titolo di cui sopra. Vi hanno, in effetti partecipato, informa l’articolo, «persone dalle fedi, culture e provenienze più diverse, che hanno voluto condividere un’azione pensata e organizzata ben prima che le cronache cominciassero a parlare delle centinaia e centinaia di persone che nei giorni in cui infuriava l’uragano Harry, sono partite dalle coste tunisine trovando una morte assolutamente prevedibile».
E la diacona, da parte sua, ha sottolineato che questo evento, pensato subito dopo il ciclone, quando ancora i mass media non avevano dovuto prendere atto dei cadaveri restituiti dal mare sulle spiagge calabre, ha lo scopo di mobilitare i cittadini calabresi e anche quelli siciliani della costa messinese affinché stendano e firmino, come primo passo, un “Appello della cittadinanza calabrese e siciliana riunita a Reggio Calabria” che non sia solo denuncia o indignazione, ma richiesta concreta alle istituzioni; lotta partecipata “dal basso” per chiedere verità, giustizia, umanità, «perché – conclude la diacona – noi sappiamo , nonostante tutto, immaginare altri mondi possibili».
La richiesta del documento alle istituzioni è quella di «attivare ogni procedura al fine del riconoscimento dell’identità dei cadaveri recuperati in mare (mappatura del DNA), così come l’impegno conseguente a rintracciare le loro famiglie e a procedere con la sepoltura dei corpi: che non sono “numeri”, ma persone vittime di un sistema omicida; una sepoltura che preveda, in assenza di un nome, almeno la presenza di un simbolo che le riconosca, che le identifichi e che le renda “pietre di inciampo” per la società civile tutta». Perché deve essere chiaro che questi migranti non sono stati uccisi dal ciclone Harry, dal maltempo o dal mare, bensì sono vittime, come tante altre, dalle nostre frontiere.

Ed ecco adesso l’articolo di Scicchitano “Mille nomi che non sapremo mai”.
(le messe in evidenza in corsivo e grassetto sono dell’edizione online; le sottolineature nostre).

Il Mediterraneo continua a restituire corpi. I governi continuano a tacere. E noi continuiamo a chiamarlo confine: fino a quando?
«”C’era una donna che sapeva fare il pane”. Non lo so con certezza. Non lo sa nessuno. Ma da qualche parte, prima di salire su quella barca, qualcuno ha fatto un gesto ordinario per l’ultima volta. Ha impastato, ha cucito, ha abbracciato un figlio. Poi ha attraversato il buio, e il buio l’ha tenuta.
Il mare ha cominciato a restituire quello che il buio non riusciva più a trattenere l’8 febbraio, su una spiaggia di Scalea, in Calabria. Una coppia con il cane ha trovato qualcosa che sembrava un ammasso di detriti. Era una persona.
Nei dieci giorni successivi il mare ne ha restituite altre. Ad Amantea il 12 febbraio. A Paola il 17. A Tropea, sempre il 17, due corpi avvistati da un gruppo di studenti mentre galleggiavano tra le onde di fronte alla spiaggia Le Roccette. Il comandante della Guardia Costiera Giuseppe Durante si è gettato in acqua per recuperarli. Ha detto: «Ho riconosciuto il salvagente arancione, sono gli stessi che usano i migranti».
Nel frattempo, dall’altra parte del Canale di Sicilia, il mare ne restituiva altri undici. Cinque a Pantelleria, sulle scogliere e in acqua. Uno a Marsala, ancora con il giubbotto addosso. Uno a Petrosino. Uno a San Vito Lo Capo. Uno davanti all’isolotto della Colombaia, a Trapani. E altri ancora lungo il Vibonese, senza una localizzazione precisa.
Il bilancio, al 18 febbraio, è di almeno quindici corpi. Irriconoscibili. Senza nome.

La matematica del silenzio. Secondo “Mediterranea Saving Humans”, la strage si è consumata tra il 15 e il 22 gennaio, durante il ciclone Harry. Venti a 150 chilometri all’ora. Onde superiori a sei metri. Temperatura dell’acqua intorno ai quattordici gradi: abbastanza fredda da rallentare la decomposizione, abbastanza da far sì che i corpi impiegassero settimane per risalire in superficie.
Almeno otto imbarcazioni erano state tracciate alla partenza dai sistemi Inmarsat. Poi sono sparite dai radar. Nessuna operazione Sar [Search and Rescue – Ricerca e Soccorso] risulta completata dal Maritime Rescue Coordination Centre [Centro di Coordinamento del Soccorso Marittimo] di Roma o da quello maltese. Secondo “Refugees in Libya”, le persone scomparse in quel periodo potrebbero essere mille. La stima è costruita sugli allarmi delle famiglie che non hanno più ricevuto telefonate.
Mille. Non una cifra astratta: mille storie che si sono fermate su quell’acqua
.
Il Viminale, qualche giorno dopo, ha comunicato che gli sbarchi di gennaio 2026 sono calati del 58% rispetto all’anno precedente. Millenovecentotrentotto arrivi contro quattromilaquattrocentodue. Il Ministero ha chiamato questo dato un successo. L’Organizzazione internazionale per le Migrazioni, nello stesso periodo, ha contato oltre 450 morti nel solo mese di gennaio: tre volte il dato di gennaio 2025.
La distanza tra queste due comunicazioni non è tecnica. È morale.

Quello che è successo a Tropea. I ragazzi che hanno chiamato il 113 stavano probabilmente aspettando la campanella. Hanno visto qualcosa galleggiare tra le onde e hanno fatto quello che si fa quando si vede una cosa che non dovrebbe essere lì. Hanno chiamato i soccorsi.
Il comandante Durante ha nuotato tra le onde per raggiungere quello che restava di un uomo. Le onde lo hanno ripreso più volte. Solo quando la corrente lo ha spinto verso riva è stato possibile portarlo a terra. A causa della forza del mare, sulla spiaggia è arrivata solo una parte del corpo.
Quegli studenti hanno visto qualcosa che nessun adolescente dovrebbe vedere. Qualcosa che nessuno dovrebbe poter ignorare.

Il giorno della sentenza. Il 18 febbraio 2026, mentre il Mediterraneo restituiva i suoi morti, il Tribunale civile di Palermo ha condannato lo Stato italiano a risarcire la Ong “Sea Watch” per oltre 76.000 euro. Il fermo della nave Sea Watch 3, nel 2019, era illegittimo. Era la nave di Carola Rackete, quella che aveva forzato il blocco navale di Lampedusa per far sbarcare quarantadue persone.
La portavoce di Sea Watch, Giorgia Linardi, ha dichiarato: «Mentre sulle coste italiane riaffiorano i cadaveri delle vittime invisibili delle ultime settimane, il governo individua ancora nelle Ong il nemico da abbattere. Noi, a differenza loro, non ci voltiamo dall’altra parte». Nello stesso giorno Marco Grimaldi, deputato di Alleanza Verdi-Sinistra, ha detto che quei corpi «non sono una fatalità ma il risultato diretto di politiche che trasformano il Mediterraneo in un confine di morte».
Due dichiarazioni, un solo fatto: qualcuno ha scelto che andasse così.

La domanda che rimane. Le procure di Paola, Vibo Valentia e Trapani hanno aperto fascicoli contro ignoti per omicidio colposo plurimo. Il procuratore di Paola Domenico Fiordalisi ha dichiarato di non avere ancora elementi per collegare i ritrovamenti a un unico naufragio. Le autopsie sono state disposte per accertare le cause di morte ed eventuali segni di violenza sui corpi.
Nella Bibbia, il libro del Deuteronomio chiede di non privare lo straniero e l’orfano del loro diritto. Non lo chiede come esortazione morale: lo chiede come statuto di comunità, come condizione per essere un popolo giusto. «Ricordati che sei stato schiavo in Egitto», dice il testo. La memoria come fondamento dell’etica.
Noi non ricordiamo. O ricordiamo per qualche giorno, poi archiviamo. Poi il mare ci restituisce i corpi e fingiamo di essere sorpresi.
Il vescovo di Trapani Pietro Maria Fragnelli ha celebrato una messa in cattedrale per le vittime dei naufragi. Le chiese, a volte, ricordano quello che gli Stati preferiscono dimenticare.

In fondo all’acqua
Nell’elenco dei corpi restituiti c’è una donna recuperata di fronte alla spiaggia Le Roccette di Tropea. Apparentemente una donna, dicono i giornali, perché lo stato di decomposizione non ha permesso di stabilirlo con certezza.
C’è l’uomo con il giubbotto arancione davanti all’isolotto della Colombaia.
Ci sono i due che galleggiavano a un miglio di distanza l’uno dall’altro al largo di Pantelleria, come se si fossero cercati fino alla fine.
Ci sono i bambini. Non risultano nei ritrovamenti ufficiali, perché i bambini sono più piccoli e le correnti li portano altrove, o in fondo. Ma sui barconi ci sono sempre. Ci sono sempre stati.

Sono mille. Non li conosceremo mai. Ma possiamo almeno rifiutarci di smettere di parlarne».

 

Annapaola Laldi – aduc