Le offese reciproche non escludono i maltrattamenti in famiglia

La fine di un rapporto di coppia, salvo rarissimi casi, è caratterizzata da accuse reciproche e da altissima conflittualità, spesso le offese sono all’ordine del giorno e anche molto pesanti.

Tuttavia non sempre è possibile affermare che siamo innanzi a dei maltrattamenti e neppure le offese reciproche siano sufficienti a escludere la configurazione del reato di maltrattamenti.

E’ necessario, quindi, chiedersi quando è un maltrattamento.

La risposta è fornita dalla sentenza n. 31859/2026 tramite la quale Cassazione ha chiarito che la semplice conflittualità, anche se elevata, non basta a configurare i maltrattamenti che si verificano quando vi è una compressione sistematica della personalità della vittima.

E se le offese sono reciproche? Come si fa a capire se sussistono o meno i maltrattamenti?

Va valutato se esiste o meno uno squilibrio relazionale con caratteristiche di persistenza che determinano che uno dei partner sia dominante sull’altro che conseguentemente viene sempre, o quasi sempre, sopraffatto.

Il caso.

Un marito veniva condannato per maltrattamenti nei confronti della moglie, la difesa sosteneva che la relazione era caratterizzata da un’elevata conflittualità, che le offese e le aggressioni (verbali) erano state reciproche e che, conseguentemente, in un tale contesto non fosse corretto parlare di maltrattamenti.

La Corte di Cassazione respinge la difesa spiegando che la reazione di una vittima non comporta l’esistenza di un rapporto paritario ma un tentativo di superare la condizione di vittima.

Per comprendere, quindi, la realtà processuale occorre capire come si sviluppi il rapporto, se emergono fatti idonei a dimostrare reiterate condotte vessatorie ed aggressioni, allora indubbiamente vi sono maltrattamenti.

Il discrimine, conclude la Corte di Cassazione, tra maltrattamenti e mera litigiosità domestica consiste nell’esistenza di una relazione diseguale e sopraffattrice.

Sara Astorino
legale, consulente Aduc