Valentina Di Salvo: La mia Sicilia contraddittoria, ma allo stesso tempo affascinate. Una terra che ha una capacità quasi inesauribile di raccontarsi

Valentina Di Salvo è una giornalista che si occupa prevalentemente di società, cultura e attualità, con particolare attenzione all’approfondimento, alle interviste e al racconto dei territori. È direttrice di PDQ Magazine collabora con diverse testate giornalistiche, svolge attività di ufficio stampa, comunicazione e docenza.

È autrice del romanzo Fratture (Lombardo Edizioni, 2017), 2° classificato al Concorso nazionale Archeoclub 2015, e di Splendere per se stessi (Lombardo Edizioni, 2019). Il racconto Cicatrice numerica ha ottenuto il 2° posto al Premio ImpavidArte 2019, mentre Con un bacio ti dico che ha vinto il Premio Letterario Scaramuzza 2020. Nel 2022 ha lavorato come ghostwriter al romanzo autobiografico Mi hanno lasciato senza (Lombardo Edizioni).

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Contatto: disalvo.valentina@gmail.com

Valentina, che Sicilia osservi dalla tua finestra?

Una Sicilia contraddittoria, ma allo stesso tempo affascinate. Una terra che ha una capacità quasi inesauribile di raccontarsi e, allo stesso tempo, una grande difficoltà a trasformare ciò che possiede in possibilità concrete. Vedo luoghi straordinari, cultura, storia, persone che provano a costruire qualcosa e altre costrette ad andare via per riuscire a farlo. Vedo luoghi comuni che mi appaiono troppo stretti e altri, invece, che non riesco a comprendere perché diventano barriere e autocensure, e spesso – sempre – condizionano la vita dell’altro. Dal momento che, ovviamente, ogni cosa è la conseguenza di una precedente. E mi riferisco anche alle più piccole e – in apparenza – insignificanti scelte.

A volte sembra una terra severa, altre incantata: possibile che dall’Isola bisogna emigrare per trovare lavoro, riconoscimenti e serenità?

Forse il problema non riguarda soltanto la Sicilia, ma una parte consistente dell’Italia. Conosco tantissime persone che hanno lasciato entrambe. Continuano ad avere il cuore qui, ma hanno trovato in altri luoghi lavoro, opportunità e, qualche volta, la dignità professionale che qui mancava. Forse questa è una sconfitta del territorio, lasciare che la gente parta non come scelta libera ma percorso obbligato.

Vivere di notizie quanto (ri)paga?

Dipende da cosa intendiamo per “ripagare”. Faccio un discorso personale. Io raramente mi occupo della notizia di consumo: mi piace il giornalismo lento, l’approfondimento, quello che non si limita a dire al lettore che cosa è successo, ma prova a capire come e perché sia successo. Forse conservo ancora una visione ideale del giornalismo. Credo nella verifica delle fonti, nel dubbio, nell’approfondimento e nella responsabilità che comporta raccontare persone e fatti. E credo che il giornalismo debba guardare soprattutto dove esiste uno squilibrio di potere, dove qualcuno ha meno strumenti per farsi ascoltare. Poi c’è il giornalismo culturale, anche questo è un aspetto a cui tengo molto. Raccontare cultura non significa occuparsi di qualcosa di marginale: significa lavorare sulla memoria, sull’identità, sulla capacità di comprendere gli altri. Quindi sì, probabilmente sono ancora idealista. Ma smettere completamente di esserlo, almeno per me, significherebbe perdere una delle ragioni per le quali scrivo.

C’è una ricetta per sfondare nel giornalismo?

Non mi piace molto la parola “sfondare”. Oggi la notorietà e il buon giornalismo non necessariamente coincidono. Esistono giornalisti diventati personaggi pubblici, opinionisti, brand; e ne esistono altri che hanno svolto lavori straordinari, portato alla luce fatti importanti, magari rimanendo conosciuti soprattutto e soltanto tra gli addetti ai lavori. Per me l’ambizione più grande dovrebbe essere un’altra: riuscire a essere utili. Mettere insieme elementi che sembravano separati, fare emergere qualcosa che non era stato visto, lasciare al lettore una domanda che prima non aveva. Anche se accade con cento persone e non con centomila. Se quello che hai scritto ha fatto riflettere qualcuno, non hai lavorato inutilmente.

Si dice che la vita è un pugno di sabbia. Lo stringi forte cercando di intrappolarne il calore, ma appena allenti la presa, i granelli scivolano via…E si perdono come il caso vuole, tra milioni di altri. Questa suggestione cosa ti fa venire in mente?

Mi fa pensare al fatto che passiamo una parte enorme della vita a cercare di trattenere cose che, per loro natura, non possiamo trattenere: persone, momenti, luoghi, perfino versioni di noi stessi. Però non credo che tutto quello che perdiamo scompaia davvero. O forse, in questo momento della mia vita, non sono ancora pronta a crederci fino in fondo. Le cose che attraversiamo, in qualche modo, modificano il nostro modo di guardare il mondo, e forse i granelli cadono, per usare la tua immagine, ma qualcosa di quella sabbia rimane. E magari, quando un granello pesa particolarmente, impiega anche più tempo a scivolare via. Però, mentre ti rispondo, rifletto e mi viene in mente un pensiero quasi opposto: forse dovremmo smettere di stringere quel pugno nel tentativo di trattenere ogni granello. Forse dovremmo imparare a essere noi stessi come quei granelli di sabbia, lasciandoci trasportare qualche volta, senza avere sempre la pretesa di controllare tutto.

Quelli bravi dicono che un giornalista deve saper raccontare le storie. Storie che si raccolgono lungo la strada. A te, che cosa ha insegnato la strada?

Che può mentire. Quello che appare evidente non sempre è vero, e quello che viene raccontato per primo non necessariamente è ciò che è accaduto. Ho imparato a diffidare delle persone, delle verità che raccontano, metto in dubbio le cose e, soprattutto, penso sempre che non esistano confini netti.

Scrivere di qualcuno è sempre difficile: se si osserva con attenzione ogni persona sfugge a qualsiasi definizione banale. Se dovessi scrivere di te cosa metteresti in risalto e cosa eviteresti di raccontare?

Probabilmente comincerei scrivendo che preferisco raccontare gli altri. Non so cosa eviterei: forse molto. Non amo il giudizio facile e oggi mi sembra che giudicare sia diventato uno dei modi più veloci attraverso cui ci si convince di conoscere qualcuno. Di me, però, una cosa la scriverei. Che ho un rapporto molto forte e complesso con le parole. Mi piace scrivere perché sulla pagina trovo una forma di ordine e, qualche volta, persino di certezza. Mentre questa cosa non la trovo mai nelle persone, soprattutto in quelle che mi sono state vicine. Tornando alla parola scritta, il nostro mestiere ci obbliga spesso alla prudenza, ai “secondo”, ai “presunti”, ai condizionali, ma io non l’ho mai sentito un obbligo. Le parole possono essere unità definitive – che pur cambiano in base alle loro combinazioni – ma continuano ad essere definitive anche quando raccontano qualcosa che definitivo non è.

La cronaca, purtroppo, ultimamente si è occupata troppo spesso di delitti, violenze e stupri: dove abbiamo sbagliato?

Non so se esista un momento preciso in cui abbiamo sbagliato. La violenza, la sopraffazione e l’ingiustizia attraversano purtroppo tutta la storia umana. Abbiamo fatto enormi progressi tecnologici e molto più lentamente abbiamo imparato a rispettarci. Del resto, anche il riconoscimento universale dei diritti umani è una conquista relativamente recente. Credo però che esista una responsabilità culturale ed educativa. Possiamo insegnare il rispetto dell’altro, il limite, l’empatia, il rifiuto della sopraffazione. A volte guardo le nuove generazioni e penso che qualcosa stia realmente cambiando, poi però arrivano episodi di violenza commessi proprio da giovanissimi e quella convinzione vacilla. Siamo passati dai cavalli alle Tesla, dalle case illuminate dalle candele ad Alexa che accende le luci con una parola. Ma alcune dinamiche umane sono più resistenti del progresso.

Un luogo comune della giornalista Valentina da sfatare?

Forse che sono timida. Almeno, alcune persone vicino a me dicono così me, in realtà, non condivido. Credo di essere soprattutto una persona che rispetta lo spazio dell’altro, dubita molto e lascia vivere, e forse certe volte giustifica troppo. Non ho mai opinioni definitive prima di aver studiato una questione, ascoltato posizioni diverse e, come si dice, averci sbattuto la testa. E provo una certa diffidenza verso le certezze assolute, soprattutto quando riguardano episodi condivisi o, peggio, le scelte degli altri, anche quando sono riferite a particolari precisi. A meno che, certo, io non ci sia dentro pienamente. Forse questa mia caratteristica nell’approccio può essere scambiata per incertezza o timidezza. Non saprei. Ma nel giornalismo considero il dubbio una qualità: quando smetti di porti domande perché sei già convinto di conoscere la risposta, rischi di cercare soltanto conferme a ciò che pensavi prima.

Cosa ti manca per chiudere il cerchio per la vita perfetta?

Non credo nella vita perfetta e, forse, non vorrei nemmeno chiudere il cerchio. Ci sono certamente cose che vorrei fare e altre che vorrei diverse. E ci sono in realtà alcune cose che vorrei conservare esattamente come sono, quelle che riguardano strettamente me. Forse più che una vita perfetta cerco una vita che mi somigli. Che mi guardi nel modo in cui la guardo io.