A ventitré anni dalla tragica morte di Andrea Manganaro, Vice Questore della Polizia di Stato, già dirigente del Commissariato di Polizia di Leonforte per nove anni, dal 26 ottobre 1994 al 4 ottobre 2003, devo assolutamente parlarvi di lui, perché è l’esempio che in questa società mordi e fuggi la storia di uomo è legata al lancio di una monetina: testa o croce?
Andrea perse la vita durante una battuta di caccia, in circostanze che definire singolari è il minimo. Diranno: una tragedia, figlia della sfortuna. Si direbbe che i sentimenti dominanti di questa nostra società che davanti alle telecamere, nelle grandi adunate in piazza parla di valori, siano oggi l’incertezza e la paura, anche delle ombre. E, poiché incertezza e paura sono fortemente nutrite di irrazionalità, passiamo il tempo a rincorrere spiegazioni cervellotiche, consolazioni bislacche, previsioni tendenti al catastrofismo.

Andrea, lo ricordano con commozione i colleghi e amici che non l’hanno dimenticato, come un uomo di cultura, astuto e generoso: a Catania, Messina prima di terminare il suo cammino a Leonforte, si distinse per aver diretto numerose operazioni di polizia, ma anche per le sue qualità umane.
Provo a essere più chiaro: quelli più bravi di me oltre a scrivere sono abili a raccontare. Trasformare la vita di una persona in una esperienza densa di significato. Ci provo!
Il racconto della storia di Andrea parte dalla tragica fine dopo la sua appassionata, sofferta “militanza” nella polizia di Stato a caccia dei criminali per tutelare la comunità. Giovanissimo, poco più che trentenne, al Cep di Messina – (U Ceppi in dialetto messinese) un rione della periferia Sud della II Circoscrizione del comune di Messina, distante circa 5 km dal centro – fu l’artefice della cattura del pericoloso boss Sebastiano Jano Ferrara (poi divenuto collaboratore di giustizia e pretese di verbalizzare alla presenza di Andrea). La cronaca di quei tempi racconterà che Andrea sarà trasferito a Leonforte, il 26 ottobre 1994, dopo che fu coinvolto in un’inchiesta giudiziaria scaturita proprio dalle fasi successive alla cattura del boss Ferrara. Alla fine la situazione si ribalterà, perché il segreto della narrativa (della vita?) è che nessuno è mai chi crede di essere. Le sorprese della narrativa (della vita?) servono a rivelarci chi siamo davvero e a offrire una chance al cambiamento.
Al cambiamento e non al lamento: basta piangere su quello che non è stato! Ci vuole coraggio a metabolizzare cattiverie, soprusi, calunnie, violenza. Ci vuole coraggio!

Andrea come i suoi colleghi e amici da quella indagine uscirà assolto con formula piena, totalmente senza macchia: ma ci sarebbero voluti quasi dieci anni perché ciò avvenisse. La sentenza di assoluzione “perché il fatto non sussiste”, irrevocabile, fu emessa dalla seconda sezione penale del Tribunale di Messina.
Ma Andrea era soprattutto un uomo perbene che si è trovato con i suoi colleghi, Stefano Genovese, ispettore capo, morto da qualche anno, Mario Patania, ispettore capo, Sebastiano De Salvo, ispettore capo, Stefania Montò, nella cattura del boss Ferrara, nel bel mezzo della turbolenta “guerra” – a colpi di pentiti – tra le Procure di Messina e Reggio Calabria: anni bui della giustizia.
La loro era una battaglia alla criminalità portata avanti con pochi mezzi a disposizione ma con tanto spirito di sacrificio. Brutta storia che purtroppo vedrà – loro malgrado coinvolti – Manganaro e i 4 poliziotti nello scontro tra Procure. Con il senno del poi sembra la trama per uno dei tanti film televisivi in voga su Sky: l’affresco della malavita siciliana, dell’umanità del sottosuolo che serve i bisogni e i capricci nascosti della gente perbene così come il mondo della politica, degli affari, del contrabbando, del gioco d’azzardo, dell’incipiente spaccio della droga in un’area metropolitana italiana strategica. Solo che è tutto drammaticamente vero. Compresi morti, feriti, vittime, complotti e bugie.

Andrea è andato via ventitré anni fa e ha lasciato, in chi l’ha conosciuto, amato, vissuto un profumo di vita che mi lascia sperare che ci sia ancora spazio per cercare di uscire da questo pesante, doloroso dolore per la morte. Non mi aspetto fiori né medaglie da parte delle autorità preposte a rendere omaggio ad Andrea. Figurarsi, la questura di Messina lo ha dimenticato tantissimo tempo fa come se fosse un reietto: ma spero di essere smentito. In fin dei conti la storia di Andrea mi dice che abbiamo una vita sola e non la dobbiamo sprecare, anche se vediamo che il tunnel che si allunga e che va proprio nella direzione opposta ai nostri desideri. L’importante è che Andrea ha vissuto come voleva, che sia stata una sfida o una mission. Che in definitiva vuol dire: scordarsi di tutto, gli orari, la famiglia, il tempo libero e correre a pancia a terra alla caccia dei cattivi. Perdendo quasi tutto. Vita compresa!
Lo so, lo sappiamo, perché ci è già successo… epperò, solo quelli come Andrea sono invincibili.
