di Andrea Filloramo
Che all’interno della Chiesa non si parli più del grande scandalo dei preti pedofili – come mi scrive in una e- mail una lettrice di IMGPress – non è assolutamente vero.
Se ne parla e tanto, giacché tra gli scandali che hanno più profondamente colpito e che ancora colpiscono la Chiesa cattolica, quello degli abusi sessuali su minori commessi da sacerdoti, occupa sicuramente, anche se tardivamente, un posto particolare, non soltanto per la gravità e l’estensione dei crimini ma per ciò che numerose inchieste hanno rivelato sulla loro gestione.
È certo che per anni, in diversi Paesi, alcune autorità ecclesiastiche hanno tardato a intervenire, hanno gestito internamente le accuse e, in alcuni casi documentati, hanno privilegiato la reputazione dell’istituzione rispetto alla tutela dei minori.
Negli Stati Uniti, lo studio commissionato dalla Conferenza episcopale al John Jay College ha esaminato gli abusi commessi da sacerdoti e diaconi tra il 1950 e il 2002, rilevando migliaia di accuse e oltre 10.000 persone che denunciarono abusi.
Ancora più significativo è quanto emerso nel Regno Unito. L’inchiesta indipendente IICSA che è stata una delle più importanti e vaste inchieste pubbliche della storia del Regno Unito, con il compito di indagare su come le istituzioni abbiano gestito e, in molti casi, fallito nel loro dovere di proteggere i minori dagli abusi sessuali, ha rilevato che, tra il 1970 e il 2015, la Chiesa cattolica in Inghilterra e Galles aveva ricevuto più di 3.000 denunce riguardanti abusi sessuali su minori. L’inchiesta ha inoltre documentato casi nei quali accuse che avrebbero dovuto essere trasmesse alla polizia furono gestite internamente.
In alcune istituzioni, sempre secondo l’IICSA, la reputazione dei religiosi e delle organizzazioni fu anteposta alla protezione dei bambini.
In Francia, in Germania e in Irlanda sono state istituite commissioni d’inchiesta indipendenti e statali.
In Italia l’avvio di indagini su vasta scala e aperte all’esterno ha incontrato maggiori ritardi, sebbene la Conferenza Episcopale Italiana (CEI) abbia iniziato a discutere di indagini conoscitive interne e linee guida per la tutela dei minori.
C’è forse un aspetto più inquietante dello scandalo. Non soltanto l’esistenza di sacerdoti che hanno commesso abusi, ma la possibilità che un sistema abbia talvolta contribuito a nascondere o ritardare l’emersione di quei fatti.
Il problema, quindi, non può essere liquidato come la responsabilità di qualche “mela marcia”, come si vuole dare ad intendere.
Quando un sacerdote viene trasferito invece di essere immediatamente segnalato alle autorità competenti, quando una denuncia viene trattata esclusivamente all’interno dell’istituzione o quando la priorità diventa evitare lo scandalo, la responsabilità assume inevitabilmente una dimensione più ampia.
L’IICSA ha parlato esplicitamente di fallimenti istituzionali e ha osservato che, in alcuni casi, la reputazione degli individui e delle organizzazioni è stata messa davanti agli interessi dei bambini.
Questo non significa sostenere che tutti i sacerdoti siano coinvolti negli abusi, né che la Chiesa nel suo complesso abbia adottato ovunque le stesse condotte. Significa però riconoscere che il problema del silenzio istituzionale è documentato e che ha avuto conseguenze concrete sulle vittime.
Ma Attenzione! Una denuncia di abuso sessuale contro un sacerdote può essere falsa, come può accadere per qualsiasi altro tipo di reato. Esistono anche casi documentati in cui accuse contro membri del clero sono state giudicate infondate.
Negli ultimi anni la Chiesa ha introdotto nuove procedure di prevenzione e di denuncia. Nel 2023 papa Francesco ha reso permanente e aggiornato il Vos estis lux mundi, che prevede procedure per le segnalazioni riguardanti abusi e condotte di autorità ecclesiastiche e stabilisce forme di attenzione e assistenza per le persone che denunciano di essere state vittime.
Le nuove regole, però, non cancellano ciò che è accaduto. Per le vittime, il problema non è soltanto l’abuso subito. È anche scoprire, magari dopo anni, che qualcuno sapeva e non ha agito. È il senso di essere stati abbandonati proprio da quell’istituzione nella quale si era riposta fiducia.
Ed è qui che la Chiesa dovrebbe porsi la domanda più difficile: che cosa viene prima, la tutela dell’immagine dell’istituzione o la tutela di un bambino?
Se la risposta è davvero la seconda, allora il silenzio non può essere la soluzione. La Chiesa può certamente difendere il diritto alla presunzione di innocenza e la riservatezza delle persone coinvolte, ma questo non dovrebbe mai trasformarsi nella protezione dell’istituzione dalla verità.
Perché lo scandalo più grave non è soltanto che un uomo di Chiesa possa aver abusato del proprio potere. È che, davanti a una vittima, qualcuno abbia potuto pensare che fosse più importante salvare la faccia della Chiesa che salvare un bambino.
Una Chiesa che predica la verità dovrebbe essere disposta ad affrontarla anche quando la verità è dolorosa, compromettente e riguarda i propri uomini. Solo così il silenzio può lasciare spazio alla responsabilità e, forse, alla possibilità di ricostruire la fiducia che è venuta meno.
