di Roberto Malini
Dobbiamo tornare a distinguere con rigore gli atti di guerra, già di per sé espressione di un fallimento della politica e fonte di sofferenze immense, dai crimini di guerra, dai crimini contro l’umanità e dal genocidio. Non sono sinonimi, né parole da impiegare come slogan. Il diritto internazionale attribuisce a ciascuna di queste categorie elementi precisi: i crimini contro l’umanità presuppongono, fra l’altro, un attacco esteso o sistematico contro una popolazione civile; il genocidio richiede inoltre lo specifico intento di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo protetto. Proprio per questo chi studia persecuzioni, genocidi e crimini contro l’umanità ha una responsabilità particolare. Non può rinunciare a osservare, documentare e parlare perché una conclusione può provocare riprovazione, isolamento, censura o accuse da parte di studiosi, istituzioni e mezzi d’informazione con cui è abituato a dialogare. La ricerca perde la propria funzione nel momento in cui la convenienza prende il posto dell’esame delle testimonianze, delle immagini, dei documenti, dei dati e delle decisioni politiche e militari.
Questo dovere vale per tutti. La Commissione internazionale indipendente d’inchiesta delle Nazioni Unite ha concluso che Hamas e altri gruppi armati palestinesi hanno commesso il 7 ottobre 2023 crimini di guerra, tra cui attacchi deliberati contro civili, omicidi, torture e presa di ostaggi. La medesima Commissione ha accertato crimini di guerra e crimini contro l’umanità nelle operazioni israeliane a Gaza. Condannare senza ambiguità i crimini del 7 ottobre non sospende, dunque, il diritto internazionale per ciò che è avvenuto dopo. Oggi la discussione è andata oltre. Omer Bartov, storico israeliano della Shoah e dei genocidi, sostiene ormai apertamente che a Gaza sia stato commesso un genocidio. Nell’intervista concessa ad Avvenire il 16 settembre, insiste soprattutto su un principio che riguarda direttamente il nostro lavoro, ovvero che le società che commettono atrocità raramente arrivano spontaneamente a riconoscerle; sono la conoscenza dei fatti, la giustizia, la responsabilità e la pressione proveniente anche dall’esterno a poter interrompere il circuito tra violenza, negazione e autoassoluzione. Altri studiosi israeliani della Shoah e del genocidio, come Amos Goldberg, ed esperti in genocide studies come Raz Segal hanno raggiunto conclusioni analoghe.
Non si tratta più, peraltro, soltanto della posizione di singoli studiosi. Nel settembre 2025 la Commissione d’inchiesta indipendente dell’ONU ha concluso, sulla base del proprio standard probatorio, che autorità e forze israeliane hanno commesso atti di genocidio con l’intento specifico richiesto dalla Convenzione; nel giugno 2026 ha ribadito questa valutazione anche in relazione alle violenze contro i bambini. Israele contesta l’accusa di genocidio e la determinazione giudiziaria definitiva resta distinta dalle conclusioni di commissioni ed esperti. Ma queste valutazioni non possono più essere trattate come marginali o linguisticamente estreme. Amnesty International ha concluso a sua volta che Israele ha commesso genocidio, mentre Human Rights Watch ha documentato sterminio come crimine contro l’umanità, atti di genocidio e condotte che, insieme alle dichiarazioni di esponenti israeliani, possono sostenere l’inferenza di intento genocidario. E poi ci sono i bambini. Secondo UNICEF, almeno 21.700 bambini erano stati riportati come uccisi a Gaza al 30 giugno 2026, oltre a circa 45.000 feriti. Di fronte a una dimensione simile della morte infantile, l’espressione “danno collaterale” non può diventare una formula capace di chiudere l’analisi, perché il diritto umanitario richiede che ogni attacco rispetti distinzione, proporzionalità e precauzioni e vieta attacchi contro civili e danni civili eccessivi rispetto al vantaggio militare previsto.
Per questo le voci di chi, come me, svolge opera di ricerca ed educazione in relazione alla Shoah e ad altri genocidi nella storia contano e devono levarsi in base a un dovuto senso di responsabilità. Responsabilità che richiede necessariamente una disposizione al servizio della verità, anche quando si ricevono ostilità, censura, interruzione di relazioni culturali ed etiche. Non ci si deve esprimere per sostituirsi ai tribunali e neppure per trasformare la ricerca in militanza, ma per impedire che l’abitudine renda normale ciò che deve essere esaminato, documentato e chiamato con il nome che le prove consentono. Un coro di voci competenti, indipendenti e rigorose può raggiungere istituzioni, opinione pubblica e società israeliana e contribuire a rendere impossibile l’indifferenza. Non dobbiamo costruire oggi una verità utile a una parte. Dobbiamo impedire che la paura, l’appartenenza o la convenienza ci facciano distogliere lo sguardo dai fatti. È precisamente questo il compito di chi ha dedicato il proprio lavoro alla memoria delle persecuzioni e alla prevenzione delle discriminazioni e dei crimini di massa.
Nella foto del 2022, Omer Bartov
