A volte Salvatore aveva la sensazione che la testa del capo viaggiasse a una velocità doppia rispetto alla sua. Era cresciuto con la sola preoccupazione di guadagnarsi da vivere e c’era riuscito grazie all’abilità con la 7,65. Aveva capito che nell’organizzazione mafiosa parlare troppo era pericoloso. Non si doveva dire niente… nonostante la paura di essere arrestati o, peggio ancora, essere uccisi. Salvatore sudava freddo ma aveva imparato a tenere a freno la propria lingua.
“Tano… minchia, ricordati che siamo ricercati, eh…”.
Il suo capo aveva scosso la testa. Bastò questo per farlo tacere.
Il padrino era stato abile: si era procurato tutte le informazioni necessarie affinché i suoi uomini penetrassero nel circolo. Poi sarebbe stato compito di Salvatore guidarli. Come aveva fatto altre cento volte. Le notizie erano notizie, poi contavano le azioni. Lo punzecchiò:
“Mi sembri diventato una femmina… questa volta facciamo bingo… è qualcosa di grosso”. Si accorse subito che il suo uomo lo studiava con gli occhi.
“Ma é pericoloso”, ribatté secco.
“Se vogliamo tenere tutte le bische sotto controllo dobbiamo impadronirci di quella sala da gioco. La frequentano persone troppo importanti. Potrebbero servirci per far crescere la nostra organizzazione: pensa, potremmo controllare giudici, sbirri, politici… gli affari”.
Tano posò una mano sul braccio di Salvatore, come per dare maggiore peso alle sue parole.
“Capo, te lo ripeto, é un errore. Dimentichi che avranno chi li protegge”. Il mezzo sorriso che Salvatore gli rivolse fu più di un’allusione.
“Già, i calabresi… Ho capito dove vuoi parare. Ma siamo coperti da un amico. Dobbiamo agire lo stesso, per tenerli in pugno. Deve essere un’azione eclatante e dimostrativa”.
Il sicario socchiuse gli occhi e fece un lento cenno d’assenso.
“In questo caso” – aggiunse il capo, quasi come conferma della sua volontà – “fateli pisciare nei loro pantaloni”.
Lui, da picciotto, obbedì. Le regole erano regole.
La rapina
La festa era in pieno svolgimento, la grande sala era colma di ospiti importanti. C’era un gran fermento, quella sera. L’anno nuovo era ormai alle porte. Risate, bollicine, bottiglie, allegria. Era un mondo diverso, visto da quelle stanze colorate: spensierato e invitante. Nessuno faceva caso al proprio vicino. Erano tutte persone allegre che buttavano giù un bicchierino dopo l’altro. Uomini in abito scuro e donne con vestitini attillati che lasciavano scoperta gran parte della pelle liscia e profumata. S’affannavano per essere al centro dell’attenzione. Gli uomini si credevano elegantissimi. Sembravano in uniforme, tutti in smoking e papillon di raso. Non sembravano neppure troppo in forma a vederli spaparanzati sulle poltrone. Le donne cercavano di tirare su i sederi sopra le loro gambe abbronzate, mostrando turgidi capezzoli tra tulle variopinti. Mischiavano baci e abbracci con l’ipocrisia dei politicanti navigati. Ai margini di quel mondo si intravedeva una vita fatta di lotte, intrighi, complotti, violenze. Il potere e la sua scalata. Alleanze che possono cambiare, equilibri mutevoli. Nei salotti del Circolo del bridge si viveva questo clima avvelenato. Dappertutto modelle dallo sguardo languido. C’erano nobiltà e ipocrisia. Immutabile era il tema di quelle feste: tra occhiate, seduzioni e intrallazzi lo scopo era di farsi vedere, di entrare nelle grazie dei potenti.
I camerieri avevano un gran da fare dietro agli invitati. I Martini avevano presto lasciato il posto a drinks più corposi. C’erano giudici che chiacchieravano amabilmente con grossi uomini d’affari, puttane che sorridevano alle lusinghe volgari di maiali in doppiopetto.
Risate, ammiccamenti e raccomandazioni.
Il circolo era situato nel cuore della città. Proprio a fianco del Municipio, a pochi metri dal Tribunale. Correva voce che dietro a ogni puntata si celasse la mano lunga della mafia. Però era solo una voce come tante altre in città.
Si sussurrava, a esempio, che dietro ogni grosso affare ci fosse il beneplacito delle lobbies e lo stabbene delle logge. E che la tangente per certi appalti fosse del 10%, sommato il più delle volte a un generoso vitalizio.
Le solite voci incontrollate, chiacchiere che non preoccupavano per nulla i potenti.
Gli ospiti di quella sera erano assidui giocatori del circolo, un locale dall’aria distinta frequentato dalle più importanti famiglie di Messina. La febbre del gioco era diventata per molti di loro una droga. Intere fortune erano passate di mano in mano su quei tavoli verdi. C’è chi aveva perso il negozio, chi la casa… qualcuno solo la moglie.
La musica aveva accompagnato i gesti collaudati di quattro professionisti del poker impegnati a spennare il riccone di turno. Poco distante, sprofondato su un comodo divanetto di velluto rosso, in dolce compagnia, c’era il giudice che qualche mattina prima aveva punito, senza battere ciglio, un padre di famiglia reo di aver firmato un prestito capestro con la banca. Adesso, sotto le luci soffuse che illuminavano per metà il suo viso, sembrava molto meno intransigente, mentre ascoltava compiaciuto i peccati di carne di una morettina tutta curve che aveva trascorso gli ultimi due anni infilandosi disinvoltamente nei letti più prestigiosi della città. Le piaceva divertirsi e ci riusciva: il suo corpo sinuoso attirava l’attenzione di molti lì intorno.
“Però, sei riuscita a fingere bene, mia cara!”, disse il giudice mostrando di gradire l’ampia scollatura che lasciava poco all’immaginazione.
“Tesoro, credi che ogni volta che mi porto qualcuno a letto goda?”.
“Che zoccola!”, commentò il magistrato sfiorandole con la mano il seno.
“Spero che tu sia più sincera con me!”. Un importante uomo d’affari si intromise nella discussione fra i due.
“Oh, ma certo, tesoro! L’importante è che tu non mi deluda sul più bello!”.
Valeria aveva da poco compiuto venticinque anni e quel suo modo di fare la bambolona viziata era veramente micidiale. Il suo body di chiffon e pizzo nero faceva trionfare la scollatura.
Non balenavano solo i capezzoli… Poi a renderla ancor più eccitante c’erano soprattutto i suoi sguardi un po’ sfrontati… per non sottacere l’apoteosi del suo culo quando si alzava per salutare qualcuno. Sapeva di essere attraente. Godeva per tutte quelle mani che si muovevano sopra e sotto i tavoli.
Mani che toccavano cosce abbronzate e si infilavano negli spacchi delle gonne, mani che stringevano alleanze, afferravano grossi bigliettoni e alzavano le coppe per i brindisi d’auguri. Medici, commercialisti, avvocati, grossi imprenditori e faccendieri. Giudici, mafiosi e giornalisti. La lista degli invitati era controllata scrupolosamente dalla direzione della casa.
In mezzo al salone principale si era creato un grande affollamento.
“Darai a Totò quello che ti ha chiesto?”, domandava incuriosito un banchiere all’onorevole fresco di nomina ministeriale.
“Certo, non dicono tutti che sono un buon padre di famiglia?”.
“Però, la presidenza della commissione di gara… mi sembra troppo per quel deficiente…”.
Una risatina forzata accompagnò la rimostranza.
“Calma, Aldo. Non essere ingordo. Dimentichi certe lettere in suo possesso. E poi, a letto quella puttana della moglie é un vero schianto: sapessi come lo succhia!”.
Il banchiere annuì, ricambiando con una pacca sulla spalla la confidenza.
“Bravo, ma è lui che mi ha messo i bastoni fra le ruote a Palermo… è lui che fa tutte quelle denunzie anonime. È lui che crea i problemi con le banche”.
“Calma… non ti scaldare, ti dico che ha finito di rompere i coglioni!”.
“Finito, un cazzo! Domani lo chiamo al telefono…”.
“No! Domani io pretenderò che mi restituisca 800 milioni per l’affare del complesso residenziale sulla collina nord. Convincerò anche l’architetto a fare altrettanto. Sarà rovinato, dovrà dare le dimissioni. Nessuno gli darà più credito in città”.
“Bene!”.
“Parlerò persino con il segretario del partito. Quell’omuncolo è finito!”.
L’onorevole Fortunato Cardillo sembrava solo la brutta copia del moralizzatore che qualche sera prima aveva tuonato contro il malcostume e la corruzione davanti alle telecamere nel talk show di un’importante emittente locale. La questione morale su cui era basata la campagna elettorale aveva lasciato ben presto il posto alla sua vera natura: un volgare affarista di bassa lega. Pronto a ricorrere a qualsiasi ricatto pur di soddisfare la sete di potere. Si mormorava che avesse amici molto influenti.
A caldeggiare la sua elezione, per esempio, era stato un alto prelato della Chiesa dietro chissà quale favore. Cardillo aspirava a una carica, a una poltrona, ma non aveva nessuna visione, nessun progetto. Il suo obiettivo era solo quello di diventare ministro, presidente di una banca, di una fondazione, di qualsiasi cosa. La sua personalità si esauriva nell’occupare una carica e nel diventare un’autorità con gli onori connessi: la macchina con autista, i guadagni economici, gli omaggi formali. Perciò cercava sempre di restare a galla, con qualsiasi mezzo, alleandosi con chiunque, disposto a qualsiasi accordo, persino con i Foresta di turno e pronto a qualsiasi tradimento.
A tenerlo al riparo dai rigori della legge ci aveva pensato quell’amicone del giudice che adesso conversava piacevolmente con la sua ultima amichetta.
“Rien ne va plus”, li aveva ammoniti la giovane croupier polacca con una pronuncia tutt’altro che perfetta.
La pallina girava e la bionda ossigenata elargiva sorrisi ai commensali. Sudavano, ridevano e sgomitavano per puntare i loro soldi.