Un libro, una guerra. L’ultimo derby di Sicilia

L’ultimo derby di Sicilia

La vita, anche a volerla considerare dal punto di vista del mafioso, è tutta una gran truffa. Devono averlo pensato anche coloro che presero parte all’atto finale della guerra interna in <Cosa Nostra>, maturata dopo la stagione delle stragi. Per una truffa in genere non si spara e non si uccide. Ma vai a spiegarlo a chi ha sposato la teoria della “bomba”, del tritolo e che in qualche occasione ha usato tecniche libanesi pur di raggiungere lo scopo. Fu così che tutto ebbe inizio…

Mai come quella volta il derby Catania – Palermo fu giocato all’ultimo sangue. I funerali blindati si susseguirono con drammatica rapidità. Da una parte era schierata l’ala corleonese, fautrice della politica delle bombe e fedele al pensiero di Totò Riina. Dall’altra quella “moderata”, guidata da Bernardo Provenzano e Benedetto Santapaola. Assertore della linea dura di Riina fu Vito Vitale, un palermitano dai modi bruschi e violenti, promosso sul campo dopo la cattura dei suoi ”generali”.

Scena numero uno. Era una mattina di primavera quando Jessica Scott, moglie del mafioso Massimiliano Vinciguerra, si recò presso una caserma dei carabinieri di Catania per denunziare la scomparsa del marito. Aveva la morte nel cuore, temendo di essere rimasta vedova. Il maresciallo la guardò con una faccia seria e perplessa. Il racconto della donna non lo convinceva del tutto; Jessica sosteneva che il marito non aveva fatto rientro a casa. Non sapeva spiegarne il perché. Non era mai accaduto in precedenza che Massimiliano la lasciasse senza notizie per un giorno intero. La notte precedente, non vedendolo rientrare, non aveva chiuso occhio. La mattina, dopo una rapida consultazione telefonica tra parenti e amici, aveva deciso, nonostante fosse la donna di un boss, di rivolgersi ai carabinieri. Il suo uomo era scomparso e solo lo Stato poteva spiegarle il perché. Jessica Scott aveva preso la grave decisione di tradire la regola principale di <Cosa Nostra>: l’omertà.

Gli investigatori erano già al corrente del gran fermento all’interno delle cosche catanesi. Avevano già aperto diversi fascicoli sulle ultime vicende che ricostruivano gli ultimi dieci anni di vita criminale in città.  La task force della Procura aveva spedito davanti ai giudici centinaia d’indagati, firmando operazioni in serie: Orsa Maggiore su tutte. Erano stati messi in ginocchio anche esponenti della ricca borghesia locale, come il cavaliere del lavoro Gaetano Graci, noti per le entrature al governo nazionale e con il mondo dell’alta finanza. Banche che erano messe a disposizione dei padrini della mafia, operazioni di riciclaggio sui quali Bankitalia sarebbe intervenuta solo molto più tardi.

Jessica Scott, quasi intuendo il dramma incombente, era lucidissima nella sua richiesta d’aiuto. All’improvviso la sua mente sembrò quasi sbarazzarsi d’ogni frammento di pensiero, quasi fosse stata utilizzata una gigantesca aspirapolvere.

Era l’8 aprile del 1998. E la guerra di mafia in corso tra <Cosa Nostra> palermitana e quella catanese fedele a Nitto Santapaola toccava il picco più violento. Non era facile per i magistrati catanesi capire sino a che punto Jessica avesse raccontato tutta la verità sull’attività svolta dal marito. Del resto, essere la moglie di un “uomo d’onore” significava accettare ogni avvenimento senza chiedersi mai perché. Qualcuno degli amici di suo marito le spiegherà, qualche giorno dopo, che Massimiliano non avrebbe dovuto recarsi alla riunione dentro il rottamaio nel quartiere Zia Lisa. La giustificazione per quella morte arriverà molto tempo dopo. Grazie ai collaboratori di giustizia e all’opera certosina d’indagine svolta dal Nucleo operativo dei Carabinieri, i magistrati catanesi, Amedeo Bertone e Nicolò Marino, conosceranno i retroscena che portarono la <famiglia> catanese ad eliminare Massimiliano Vinciguerra. I pentiti diranno che era stato ucciso perché considerato un traditore. A volere la sua morte era stato Angelo Mascali, numero tre del gruppo di Monte Po, quartiere periferico di Catania. Questa “formazione” aveva come capo Natale Di Raimondo. Il potere decisionale era affidato anche a Giuseppe Intelisano, detto Pippu u’niuru titolare della speciale delega per gli appalti. Di fatto, essendo Di Raimondo ristretto in carcere, c’era una sorta di reggenza affidata ad Intelisano e Mascali. Il primo era membro del gruppo di San Giovanni Galermo del clan di Giuseppe Pulvirenti, U’Malpassotu, poi a partire dal luglio 1996, riferimento del clan Santapaola dopo l’arresto di Aurelio Quattroluni. Pippo u’niuru era talmente intraprendente d’aver pensato di eliminare Salvatore Pillera, altro potentissimo boss catanese, con un Kalashnikov, provato contro una vetrata di una banca per non fallire, mentre la possibile vittima si recava al commissariato di polizia per “firmare” a bordo di un’auto blindata. Il progetto non sarà mai portato a termine perché sopraggiungeranno altre priorità all’interno dell’organizzazione. Il vice di Intelisano era Alfio Mascali, che aveva il compito di gestire gli affari della <famiglia>.  Fu lui a sedersi a un importante “tavolo di lavoro” con le cosche palermitane, al termine del quale fu deciso di azzerare il clan Santapaola, eliminando i suoi uomini migliori. L’azione di morte sarebbe stata affidata al clan di Santo Mazzei, detto u’carcagnusu (da calcagno, uno che cammina sui talloni,). Mascali non si pronunzierà sulla fattibilità di simile operazione e relazionerà a Di Raimondo. Si consuma il colpo di scena: anziché liquidare Santapaola il mirino va puntato sul gruppo Mazzei. Il primo della lista sarà così Massimiliano Vinciguerra.

Angelo Mascali passerà, dunque, all’azione. Gli basterà una scusa qualsiasi per chiedere a Vinciguerra un incontro. Massimiliano si presenterà all’appuntamento con la morte da solo, a bordo della sua automobile. Non era solo invece lo zio Angelo, come era chiamato dai suoi sottoposti in segno di rispetto, con lui, ad attendere Vinciguerra, c’erano i suoi sicari più feroci che di lì a poco l’avrebbero prima strangolato e poi occultato il cadavere dentro un bidone dell’olio. Un’esecuzione perfetta.

Sarebbe stato classificato dalle forze dell’ordine come l’ennesimo caso di “lupara bianca”.

Una morte di difficile lettura, primo segnale di regole ormai saltate. Persino coloro che in quella guerra tra bande hanno ammazzato decine e decine di persone ripensando alla stagione degli orrori, provano un senso di sgomento. Anche un killer come Avola avvertirà questo senso di frustrazione nell’essere oggetto in mano di un capo. Anche se quel capo portava il nome di Benedetto Santapaola. Resta solo quelle indescrivibile sensazione di premere il grilletto. Un senso di potenza? Di superiorità? Nessuno lo sa spiegare. L’arma che si tiene in mano rende forti. E dopo si vede il sangue che fuoriesce dai fori provocati dalle pallottole. E poi? Poi subentra “l’energia” della polvere da sparo e la rabbia, forse l’odio che ti dà la forza di uccidere la vittima designata.

Scena numero due. Quando un uomo è nervoso suda, anche se la temperatura non è da deserto africano. Vito Licciardello, cassiere della <famiglia> Santapaola, stava provando sul serio cosa significasse avere paura. La morte era lì, a pochi passi da lui. Non era un fantasma, aveva il volto di Lello Quattroluni, un colonnello della cosca pronto a guadagnarsi la “greca”, ovvero diventare generale a dispetto della giovane età. Era attorniato dai suoi scagnozzi; le bestemmie avevano coperto le flebili spiegazioni di Licciardello. La mafia ha un tribunale che fa udienza senza ruolo, a volte anche per strada. Il “cassiere” stava subendo un interrogatorio da parte dei suoi capi, ma senza difesa legale. L’accusa era grave, anzi gravissima: aver ammazzato la signora Carmela Minniti, consorte di Nitto Santapaola.

L’aria si era fatta elettrica.

Lello lo incalzava, rigirando fra le dita una rivoltella. Le ferite che gli avevano procurato i pestaggi, cui era stato sottoposto per farlo confessare, non gli dolevano nemmeno. Che ne sapeva lui dell’omicidio Minniti? Aveva giurato su Dio che di quella morte non sapeva nulla.

Allora perché doveva continuare a starsene seduto lì a subire le botte? Il fatto è che non credevano a quanto dicesse. Vito ripensava alle ultime sue giornate, alla ricerca frenetica di possibili collegamenti con questo maledetto affare. Il pensiero volò all’appuntamento di quella sera preso non con Quattroluni, ma addirittura con Totò Cristaldi, reggente della <famiglia> e rappresentante presso le altre provincie siciliane della cosca Santapaola. Vito si rese subito conto di aver commesso uno sbaglio a fidarsi di Lello e Totò. Altro che riunione, volevano ammazzarlo. L’interrogatorio si trasformò ben presto in una tortura. E non metaforica. Licciardello era accusato da Lello Quattroluni di aver tradito Nitto Santapaola. E di averlo fatto nel modo più vigliacco possibile. Ovvero, avergli ammazzato la moglie, penetrando in casa sua, mentre il marito era rinchiuso in carcere. Vito adesso piangeva, biascicando pietà e misericordia come la litania di un rosario, l’ultima preghiera. Aveva le ore contate. Era ancora sveglio, legato ad una sedia, ferite ovunque, intontito dalle botte.

La corda che gli scivolò attorno al collo mise fine al suo calvario. Strangolato.  Il suo cadavere fu scaricato all’interno del cofano di un’auto e trasportato in campagna, non lontano da Paternò. In un certo senso, giustizia era stata fatta per donna Carmela.

Per portare a termine la missione punitiva, Lello Quattroluni e Totò Cristaldi avevano chiesto persino l’appoggio del clan dei Laudani. Un accordo siglato senza troppi fronzoli perché in questi casi bisogna agire subito altrimenti la cosca si deprime di fronte all’immagine del tempio violato: uccidere la moglie del capo in casa sua! Mai come quella volta la fretta sanguinaria fu cattiva consigliera. Dopo poche settimane, la <famiglia> catanese scoprirà che Vito Licciardello aveva detto la verità. Non era lui il responsabile della morte della signora Santapaola. Lello Quattroluni aveva inventato di sana pianta le accuse contro Vito per farlo cadere in disgrazia. Secondo il suo piano diabolico, da quella morte avrebbe tratto forza per scalare il vertice dell’organizzazione. Licciardello rappresentava un tassello di quel progetto. Uccidere per sete di potere, cancellando codici d’onore che la <famiglia> aveva sempre messo innanzi a tutto. E’ l’imbastardimento del mafioso, sfuggito alle regole per guadagnare il vertice. <Cosa Nostra> ha un merito nelle sue selezioni: odia i raccomandati, fa valere la legge del più affidabile per offrirgli la corona, per dargli lo scettro del comando. Così, invece, stravince l’anarchia, nemica giurata di quei boss che hanno scritto la storia evitando colpi di testa, golpe interni, rivoluzioni alla Zapata. Un’occhiata al mondo reale e ci si accorge che, pur dovendo aborrire il fenomeno criminale, <Cosa Nostra> ha regole precise e selezioni “giuste”. Un cardinale, un sottosegretario garantiscono un posto in banca o di sottogoverno, la mafia deroga da queste pressioni e neppure si sogna di affidare i suoi vertici a un raccomandato. La sua equità farebbe comodo a chi ogni giorno spera in un futuro dove tutti partono alla pari e concorrono senza interventi esterni. Ma oggi anche le ferree regole mafiose sono calpestate dal “fumantino” di turno, dal Quattroluni della situazione. Ecco perché, nonostante tutto, nessuno della <famiglia> pianse per la morte di Vito Licciardello.