<<Tutto è cominciato con Totò Riina, anzi con la mancata cattura del boss dei boss negli anni ’70>>
Le confessioni, i pensieri del maresciallo di Palermo (è storia vera) che è oggi l’ultimo sopravvissuto di quel team che ha dato la caccia a Riina per 25 anni.
Il maresciallo e il colonnello: rapporto di lavoro, di stima, profonda, e anche di amicizia. Quell’amicizia che nasce sul rispetto, sulla comprensione a distanza, fatta di poche parole. Il colonnello, con tutti gli altri del team è morto, Solo lui, il maresciallo c’è ancora, Per raccontare.

<Alla fine l’abbiamo preso, l’ha preso il capitano Ultimo certo, e noi con lui. Ma quel giorno, quella bellissima e calda sera di un maggio 1973 in quella via di Palermo, quartiere San Lorenzo, tutto poteva cambiare, la storia della mafia e quindi dell’Italia. La speranza poteva riprendere fiato.>

Il maresciallo parla e racconta di quella mafia che aveva appena iniziato ad assaggiare il sapore della speculazione edilizia, della mafia contadina che stava entrando nel grande business e poi nella politica. Del cambio di marcia che Riina ha dato all’organizzazione: <con lui sono saltate le regole, tutto è diventato più violento e irrispettoso. Nessuno, amici o nemici, si poteva sentire al sicuro. Per noi era la belva. Per noi era la testa della mafia da fermare>
Il racconto si snoda in quell’arco di anni, a partire dagli anni ’70, tra i contatti tra il maresciallo e l’onorevole, la conoscenza di quella zona grigia che svelava al maresciallo i segreti, i meccanismi della politica, spesso incomprensibili per quanto si avvicinano al delitto e si allontano dalla legge, per passare poi al primo pentito di mafia che veniva a portare le arance al colonnello Russo, che tutto raccontava e non venne creduto (un’altra occasione mancata).

<E’ lo Stato che processo se stesso, è la malattia che avanza e porterà alla distruzione totale se non viene fermata in tempo. Alla sbarra c’è chi ha combattuto la mafia. Ma una colpa, il colonnello Mori ce l’ha: è vivo, non è stato ammazzato dalla mafia. Una colpa che ho anch’io. Per questo devo e posso parlare>
Il maresciallo è teste al processo, e racconta, ma racconta tra se e se, non nell’aula del tribunale. E’ uno sfogo, un’amarezza che resta davanti a un futuro di lotte intestine e di grande incertezza.
<Falcone, Borsellino, il colonnello Russo e molti miei compagni: chissà forse oggi potrebbero essere vivi, se quella sera di maggio, a San Lorenzo, la belva fosse finita in gabbia….>.
Alfio Bardelli
