La riflessione: Se Dio è morto, chi stabilisce che cosa è il bene o il male?

di Andrea Filloramo

A chiarimento di quanto mi scrive una lettrice di IMGPress che afferma che Nietzsche, quando sostiene che “Dio è morto”, faccia professione di ateismo, occorre dire che egli non annuncia affatto la non esistenza di Dio o la scomparsa della religione.

La sua intuizione è molto più profonda: la civiltà europea – sostiene – ha costruito per secoli la propria morale, la propria idea di dignità, colpa, responsabilità, sacrificio e verità dentro un orizzonte cristiano. Si può, quindi, anche smettere di credere in Dio, ma non è scontato che si possano conservare indefinitamente le conseguenze morali di quella fede dopo averne abbandonato il fondamento”.

La domanda di Nietzsche ancora ci interroga è: “Se Dio è morto, chi stabilisce che cosa è il bene o il male?”

L’Occidente si pone o si dovrebbe porre oggi ancora un’altra domanda che non è: quanto siamo ricchi o, quanto siamo tecnologicamente avanzati; quanto siamo potenti; di quali e quali armi dobbiamo fornirci per difenderci; come incrementare i mercati; come fare per conservare il benessere o almeno qualcosa del benessere raggiunto; ma è soltanto: “per che cosa vale la pena oggi vivere?”

C’è una realtà innegabile: l’Occidente ha passato decenni a demolire i vecchi assoluti. Il problema è che non sembra aver trovato altri sostituti altrettanto solidi. Ha lasciato un vuoto e il vuoto, nella storia, non rimane mai a lungo.

Abbiamo forse sostituito Dio con qualcosa di molto più banale: il desiderio individuale, per cui si è detto e si è pensato: “Se lo desideri, fallo.” “Se ti rende felice, è giusto.” “Sii te stesso. “Non lasciare che nessuno ti dica chi devi tu essere.”

Sembrano questi dei messaggi liberatori e in molti casi sicuramente lo sono ma, se portati all’estremo, diventano una filosofia estremamente povera, poiché il desiderio non è necessariamente una guida morale. Desideriamo, infatti, cose buone e cose distruttive, ciò che ci rende migliori e ciò che ci rende peggiori, ciò che ci libera e ciò che ci rende schiavi. La domanda fondamentale della filosofia non è mai stata semplicemente: “Che cosa desideri?”, ma, invece: “Che cosa dovresti desiderare?” La differenza è enorme. La prima domanda appartiene al mercato. La seconda appartiene alla civiltà.

C’è un’altra trasformazione che preferiamo spesso descrivere con parole neutre: la dissoluzione progressiva delle strutture tradizionali. In primo luogo, quello della famiglia. E ‘questo un fenomeno complesso che riguarda il modo in cui le persone vivono le relazioni, il matrimonio, la genitorialità e la vita domestica. Non significa necessariamente che la famiglia stia scomparendo, ma che il suo modello tradizionale sta cambiando profondamente.

Non significa, neppure, che la trasformazione sia negativa o che esista una sola forma possibile di vita familiare. Ma esiste un dato culturale più profondo. Per millenni, la famiglia ha svolto funzioni che la società moderna fatica a sostituire: educazione, cura, responsabilità intergenerazionale, appartenenza.

Abbiamo progressivamente liberato l’individuo da molti vincoli. Ma non abbiamo sempre costruito istituzioni altrettanto forti capaci di sostituirli. E così compare una contraddizione: abbiamo liberato l’uomo da molte appartenenze senza riuscire a spiegargli dove egli appartiene.

L’individuo contemporaneo può essere incredibilmente libero e incredibilmente solo. Può avere centinaia di contatti e nessuna comunità. Può parlare con migliaia di persone e non avere nessuno a cui chiedere aiuto. Può cambiare continuamente identità e non sapere più quale sia la propria.

La modernità occidentale ha progressivamente liberato l’individuo da comunità, religioni. Il risultato è stato, sotto molti aspetti, magnifico. Ma ora dobbiamo porci una domanda che non è affatto politicamente corretta: quanto può essere sradicato un essere umano prima di diventare fragile? L’uomo non è soltanto un individuo. È anche figlio, genitore, amico, membro di una comunità. La libertà comincia sempre dentro qualcosa che non abbiamo scelto.

Un altro problema, che è diventata la “foglia di fico” dietro la quale si nasconde l’incapacità degli Stati è quello dell’immigrazione che viene spesso affrontato con categorie insufficienti che spesso diventano “distrazioni di massa”. Si discute vanamente, infatti, di numeri, frontiere, integrazione, sicurezza. Sono questioni reali, ma esiste una domanda ancora più profonda: che cosa significa integrarsi in una civiltà che non sa o non riesce più a definire sé stessa? L’integrazione presuppone che esista qualcosa dentro cui integrarsi. Una cultura sicura della propria identità può accogliere lo straniero senza sentirsi dissolvere. Una cultura insicura può reagire in due modi opposti: chiudersi completamente oppure convincersi che le differenze culturali non abbiano alcuna importanza. Entrambe le reazioni sono forme di paura.

Oswald Spengler,  filosofo, storico e scrittore tedesco, autore, tra le altre opere, de Il tramonto dell’Occidente, formulava una visione estremamente pessimistica della storia: le grandi culture attraversano una fase creativa e organica e successivamente entrano in una fase più razionale, tecnica, urbana e impersonale: la civiltà nel senso più rigido del termine.

Non dobbiamo accettare la sua teoria come una legge della storia ma possiamo prendere sul serio la sua domanda. Che cosa succede quando una cultura diventa straordinariamente potente dal punto di vista tecnico e contemporaneamente sterile dal punto di vista spirituale?

Forse questa è una delle domande più importanti del nostro secolo. Abbiamo oggi più mezzi che mai, ma i mezzi non producono automaticamente significato. Possiamo costruire una macchina capace di superare l’uomo in molti compiti intellettuali. Non possiamo, però, costruire una macchina capace di dirci che cosa rende una vita degna di essere vissuta. Quella domanda rimane nostra e solo nostra.

Prendiamo atto che la crisi dell’Occidente non è soltanto qualcosa che “ci sta accadendo” ma è qualcosa che, in parte, stiamo facendo a noi stessi. La risposta non può essere una restaurazione. Non dobbiamo tornare a un passato idealizzato ma dobbiamo fare qualcosa di molto più difficile: diventare adulti. Una civiltà adulta non ha bisogno di fingere che la propria storia sia innocente. Ma non ha nemmeno bisogno di odiarla.

Le civiltà muoiono per l’incapacità degli Stati e delle istituzioni di provvedere alla loro conservazione; quando non esiste alcuna verità superiore e quando le   verità si sostituiscono con le menzogne.

Diciamo la verità: Siamo sommersi dalle bugie. Non tutto ciò che arriva dai media merita automaticamente la nostra fiducia. Non tutto ciò che viene raccontato è vero. Non tutto ciò che viene ripetuto è un fatto. E così finiamo sempre per discutere, litigare e schierarci sulla base di una realtà che spesso ci è stata confezionata da altri. La cosa più pericolosa non è una bugia evidente ma una bugia raccontata così tante volte da farci dimenticare di chiederci: “Ma è davvero così?”