Tiene banco sui social – imperanti le diatribe sul caso Ranucci/Rai – un serrato confronto che coinvolge anche i giornalisti e collaboratori di questa trasmissione. I detrattori ideologici, col tacito assenso degli amici sempre ideologici, hanno preso di punta una collaboratrice della trasmissione, Giulia Innocenzi, che non è giornalista iscritta all’ordine professionale.
Si sostiene che questa collaboratrice non avrebbe potuto esser tale, omettendo che l’articolo 21 della Costituzione, senza altro specificare, garantisce a ogni persona il diritto di esprimere le proprie idee e con ogni mezzo.
Persone che svolgono l’attività giornalistica senza essere iscritte all’ordine ce ne sono tantissime. E si possono chiamare giornalisti, ché l’appellativo non è proprietà di una corporazione e non c’è nessuna legge che lo imponga.
Per capire, lo sostiene anche il Quirinale: per essere accreditati ad un evento della presidenza della Repubblica, si richiede di lavorare per una testata giornalistica, non di essere iscritti all’ordine/corporazione: è richiesto un documento d’identità, non necessariamente il tesserino dell’ordine.
Un elemento di chiarezza per tutti coloro che ritengono che per scrivere su un qualche media bisogna essere iscritti all’ordine/corporazione.
Contesto in cui rilanciare la proposta di abolizione di questo ordine/corporazione. Tentativo fatto più volte anche con referendum, ma che, quando nel 1997 gli elettori furono chiamati ad esprimersi, partecipò solo poco più del 30%: proposta bocciata perché – attuale legge vigente – chi non partecipa al voto è assimilato al respingimento della richiesta.
Le motivazioni per l’abolizione, anche e soprattutto alla luce di queste vicende e al continuo attacco che viene fatto da più parti a libertà d’espressione e stampa, cercando di subordinare il diritto di cronaca all’iscrizione ad una corporazione, sono valide e fondamentali per chi voglia continuare a vivere in un Paese libero. Un sistema chiuso che protegge i privilegi di categoria dovendo sottoporsi a praticantato e un esame selettivo, non è proprio quanto serva per garantire la qualità dell’informazione, soprattutto nell’attuale era digitale.
Vincenzo Donvito Maxia
Presidente ADUC
