Il capitolo dedicato all’Italia nel settimo Rapporto sullo Stato di diritto, pubblicato oggi dalla Commissione europea, riconosce progressi significativi nella digitalizzazione della giustizia e nella riduzione dell’arretrato giudiziario, ma segnala ritardi persistenti sul contrasto ai conflitti di interesse, sulla regolamentazione delle lobby, sulla trasparenza del finanziamento politico, sulla tutela dei giornalisti e sulla creazione di un’istituzione nazionale per i diritti umani. Il quadro tracciato da Bruxelles è quello di un Paese in cui, si legge nelle raccomandazioni allegate al Rapporto, “non si sono registrati progressi” su diversi dei nodi già segnalati negli anni precedenti.
Sul fronte della giustizia, la Commissione rileva che il reclutamento di magistrati e personale amministrativo “continua a un buon ritmo”, con l’obiettivo di colmare carenze che restano tuttavia consistenti. I posti vacanti tra i magistrati ordinari sono ancora stimati tra il 15 e il 17 per cento, mentre circa un terzo dei posti amministrativi nei tribunali risulta scoperto. Particolarmente critica è la situazione della Corte di Cassazione, dove è vacante il 38 per cento dei posti amministrativi. Bruxelles valuta positivamente anche la stabilizzazione di gran parte del personale dell’Ufficio per il processo, finanziato inizialmente dal PNRR, riconoscendone il ruolo nella riduzione dell’arretrato e dei tempi dei procedimenti.
I progressi più rilevanti indicati nel Rapporto riguardano la digitalizzazione: il flusso del processo penale di primo grado sarebbe ora “completamente digitalizzato”, con la piattaforma digitale diventata il principale sistema operativo per giudici, pubblici ministeri e avvocati. Restano tuttavia da digitalizzare i giudizi di impugnazione, le misure cautelari e l’esecuzione delle sentenze, e la Commissione raccomanda di “completare il sistema digitale di gestione dei procedimenti in tutti i gradi di giudizio”. Sui tempi della giustizia, Bruxelles osserva che “la durata dei procedimenti giudiziari rimane un problema serio”: alla fine del 2025 un procedimento civile e commerciale nei tre gradi di giudizio richiedeva in media 1.789 giorni, oltre quattro anni e mezzo, un dato in calo del 28,8 per cento rispetto al 2019 ma ancora tra i più elevati dell’Unione. Più favorevole la valutazione sui procedimenti penali, scesi a 958 giorni, con una riduzione del 31,2 per cento rispetto al 2019, superiore all’obiettivo del 25 per cento fissato dal PNRR.
Il Rapporto ricorda inoltre che la riforma costituzionale sulla separazione delle carriere di giudici e pubblici ministeri “non si è concretizzata” dopo la bocciatura nel referendum del 22 e 23 marzo 2026. La Commissione registra le preoccupazioni sollevate da diversi interlocutori per l’aumento, durante la campagna referendaria, delle dichiarazioni politiche contro la magistratura: pur sottolineando che criticare le decisioni giudiziarie fa parte del dibattito democratico, Bruxelles avverte che il potere esecutivo e quello legislativo dovrebbero evitare interventi capaci di compromettere “l’indipendenza della magistratura o la fiducia dell’opinione pubblica” nei giudici.
Anticorruzione: percezione elevata, nodi di lobby e conflitti di interesse irrisolti
La percezione della corruzione nel settore pubblico italiano rimane, secondo il Rapporto, “relativamente elevata”: l’82 per cento degli italiani considera la corruzione diffusa nel Paese, contro una media europea del 71 per cento, e il 42 per cento dichiara di sentirsene personalmente colpito nella vita quotidiana, rispetto al 30 per cento nell’intera Unione. Tra le imprese, il 77 per cento ritiene la corruzione diffusa e il 41 per cento la considera un problema per le proprie attività. Il 39 per cento degli appalti pubblici italiani ha ricevuto una sola offerta nel 2025, contro una media europea del 27 per cento: gli appalti pubblici restano “un’area ad alto rischio”, insieme a sanità, gestione dei rifiuti e governo del territorio.
La Commissione accoglie positivamente la nuova strategia nazionale anticorruzione 2026-2028 e il lancio del Portale unico della trasparenza gestito dall’ANAC, ma evidenzia l’assenza di passi avanti sulle norme relative ai conflitti di interesse. L’Italia, sottolinea il Rapporto, continua a essere priva di “regole complessive sui conflitti di interesse per i titolari di cariche politiche”, compresi i parlamentari: il disegno di legge già approvato dalla Camera nel maggio 2024 è ancora fermo al Senato. Bruxelles esprime inoltre perplessità per la cancellazione, nell’agosto 2025, dei vincoli post-incarico per amministratori locali e regionali, che ora possono assumere incarichi dirigenziali in società pubbliche senza periodo di incompatibilità, una modifica contestata da ANAC e organizzazioni della società civile.
Un progresso limitato è stato registrato sulla regolamentazione del lobbying, con una proposta di legge approvata dalla Camera e ora all’esame del Senato, che introduce alcuni obblighi di trasparenza per i rappresentanti di interessi. Il testo esclude tuttavia sindacati e associazioni datoriali, non introduce una vera impronta legislativa e non obbliga le società di lobbying a indicare per conto di chi operano: per Bruxelles la mancanza di una disciplina complessiva resta “una delle principali carenze del sistema nazionale di integrità”. Nessun progresso, infine, sul finanziamento di partiti e campagne elettorali: la Commissione segnala che non sono stati adottati interventi contro la pratica di convogliare le donazioni attraverso fondazioni e associazioni politiche, un sistema che può “ostacolare la responsabilità pubblica” e determinare “un’influenza sproporzionata dei donatori privati sull’agenda politica”, e raccomanda la creazione di “un unico registro elettronico” sul finanziamento della politica.
Libertà di stampa: aggressioni in aumento, nodi diffamazione e Rai
Il Rapporto riconosce che l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni continua a operare in modo indipendente e che alcune modifiche legislative ne hanno rafforzato l’autonomia finanziaria. Più problematica la situazione della Rai: la riforma della governance e del finanziamento del servizio pubblico è ancora in discussione al Senato, e la Commissione segnala che restano preoccupazioni sulla capacità delle regole attuali di proteggere l’emittente da “rischi di indebita influenza” e di garantirne la sostenibilità finanziaria. Il Rapporto osserva inoltre che, sebbene la Rai abbia indicato che il ritardo nella nomina del presidente del consiglio di amministrazione non ha inciso sul funzionamento, alcuni interlocutori consultati hanno ritenuto che lo stallo politico e la difficoltà di raggiungere un consenso siano un esempio delle carenze delle norme attuali nel proteggere l’azienda da influenze indebite. La Commissione segnala anche il taglio di dieci milioni di euro ai finanziamenti pubblici per il 2026, che avrebbe alimentato timori sulla stabilità economica dell’azienda.
Sulla sicurezza dei giornalisti la valutazione è particolarmente critica: attacchi fisici, minacce, intimidazioni e azioni legali temerarie restano “una fonte di preoccupazione”. Nei primi sei mesi del 2025 i casi di intimidazione rilevati dal Centro di coordinamento del ministero dell’Interno sono aumentati del 76 per cento rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Dalla pubblicazione del Rapporto precedente, la piattaforma del Consiglio d’Europa ha registrato venti segnalazioni sull’Italia, tra cui tredici aggressioni fisiche, mentre la piattaforma Mapping Media Freedom ne ha censite 104, di cui 92 legate ad attacchi contro giornalisti. Il Rapporto segnala inoltre condizioni economiche fragili per la categoria: i freelance percepiscono in media 17mila euro lordi l’anno, quelli con contratti a termine circa 11mila, una precarietà che ne aumenta la vulnerabilità.
Nel 2025 sono stati documentati 93 casi di azioni giudiziarie strategiche contro la partecipazione pubblica, le cosiddette SLAPP, e il governo non ha ancora adottato i decreti necessari per recepire integralmente la relativa direttiva europea. Nessun progresso viene inoltre registrato sulla riforma della diffamazione, del segreto professionale e della tutela delle fonti, con il relativo disegno di legge ancora fermo al Senato. La Commissione considera positivo il superamento della pena detentiva per la diffamazione a mezzo stampa, ma segnala che le sanzioni pecuniarie, fino a 50mila euro, possono produrre “un effetto dissuasivo sulla libertà di stampa” data la precarietà economica di molti giornalisti, e raccomanda di “portare avanti la riforma della diffamazione garantendo la libertà di stampa”. Tra gli elementi positivi, il Rapporto cita la presentazione di proposte di emendamento per introdurre circostanze aggravanti specifiche per i reati contro i giornalisti professionisti, e ricorda che in Italia proseguono le indagini sul caso Paragon, il software spia utilizzato contro giornalisti italiani, dopo che la procura non ha trovato prove di un coinvolgimento dei servizi segreti nazionali.
In conferenza stampa, il richiamo ai principi generali sulla Rai
Interpellata specificamente sul caso italiano, la giornalista Gabriella Rosana ha chiesto alla Commissione quali principi debba rispettare un’emittente pubblica come la Rai in materia di Stato di diritto e libertà dei media, segnalando le preoccupazioni espresse da alcuni portatori di interesse, tra cui la Federazione europea dei giornalisti, per una crescente interferenza politica sul servizio pubblico, e ricordando che l’opposizione si è recentemente ritirata per la prima volta da tutte le componenti della Vigilanza Rai. La vicepresidente esecutiva Henna Virkkunen ha risposto che molte delle raccomandazioni un tempo contenute nel Rapporto sulla libertà dei media sono ora diventate obblighi vincolanti in base all’European Media Freedom Act, entrato in applicazione lo scorso agosto, e che per gli emittenti pubblici il principio cardine resta sempre “l’indipendenza editoriale”, che deve essere garantita indipendentemente dal Paese.
Il commissario Michael McGrath, pur non commentando la riforma della governance Rai in quanto ancora non approvata, ha aggiunto che il focus della Commissione è ora “sulla piena attuazione dell’EMFA in tutti i suoi aspetti”, inclusa la garanzia dell’indipendenza dei media di servizio pubblico e di un livello adeguato di finanziamento per svolgerne la missione. Entrambi hanno evitato di esprimersi nel merito della riforma italiana, sottolineando di non commentare provvedimenti ancora in discussione in Parlamento.
Diritti umani, contrappesi istituzionali e decreti sicurezza
La Commissione registra solo progressi limitati verso la creazione di un’istituzione nazionale indipendente per i diritti umani, con diverse proposte di legge ancora pendenti in Parlamento. L’Italia, insieme a Malta, ha compiuto secondo Bruxelles “solo i primi passi preparatori” per l’istituzione di un ente conforme ai Principi di Parigi delle Nazioni Unite, restando tra i pochi Stati membri a non disporne. Bruxelles raccomanda quindi di istituire una National Human Rights Institution indipendente, dotata di mandato, risorse e garanzie adeguate.
Il Rapporto segnala inoltre le preoccupazioni espresse dagli interlocutori consultati per il ricorso eccessivo ai decreti-legge e alle questioni di fiducia, nonostante i primi tentativi della Camera di limitarne l’utilizzo. La Commissione richiama in particolare i decreti sicurezza del 2025 e del 2026: il primo, convertito in legge, ha introdotto il reato penale di blocco stradale, punito con la reclusione da sei mesi a due anni, aumentata in caso di blocco compiuto in gruppo; il secondo ha introdotto il fermo preventivo, che consente alle forze dell’ordine di trattenere per accertamenti fino a dodici ore le persone ritenute potenzialmente pericolose. Su questi provvedimenti Bruxelles esprime “preoccupazione per gli sviluppi relativi alle restrizioni al diritto di protesta e al loro possibile impatto sullo spazio civico e sull’esercizio dei diritti e delle libertà fondamentali”.
(Alessia Peretti su Focus Europe)
