C’è una domanda che attraversa da sempre la sociologia del territorio: lo sviluppo economico di un luogo coincide con il benessere di chi lo abita? Il 38° Rapporto Italia 2026 dell’Eurispes prova a rispondere partendo da due fenomeni molto concreti, il turismo e l’export, per verificare se davvero le province più aperte ai mercati e ai flussi internazionali siano anche quelle dove si vive meglio. Non è una domanda scontata. Nell’immaginario comune, internazionalizzazione fa rima con crescita, ma la sociologia economica insegna che l’apertura ai mercati globali può produrre effetti molto diversi a seconda del contesto sociale in cui si innesta: in alcuni casi rafforza la coesione e le opportunità locali, in altri lascia indietro chi non riesce ad agganciarsi ai nuovi flussi di ricchezza. Il lavoro di ricerca dell’Eurispes misura empiricamente questa relazione, incrociando dati turistici, commerciali e indicatori di Benessere Equo e Sostenibile (BES) su base provinciale.
I numeri di partenza: turismo ed export come motori dell’economia italiana
Il punto di partenza dello studio sono cifre che raccontano un settore in piena espansione. Nel 2025 il turismo ha contribuito per il 13,2% all’occupazione nazionale e per 237,4 miliardi di euro al Pil, con proiezioni del World Travel and Tourism Council che indicano una crescita fino a 282,6 miliardi entro il 2035 e un impatto occupazionale del 15,7%, con risultati particolarmente favorevoli per il lavoro giovanile e femminile rispetto alla media europea. I turisti stranieri hanno speso in Italia oltre 56 miliardi di euro nel 2025, una cifra che potrebbe avvicinarsi agli 80 miliardi entro un decennio. Il turismo internazionale rappresenta già oggi il 54,2% degli arrivi totali e il 55,5% delle presenze, in crescita del 4,3% rispetto al 2024.
I turisti stranieri hanno speso in Italia oltre 56 miliardi di euro nel 2025
Anche l’export cresce, con un +3,3% in valore nel 2025 trainato da farmaceutica, mezzi di trasporto, metalli e settore alimentare. Un dato interessante dal punto di vista sociologico è la coincidenza tra i principali mercati di destinazione dell’export e i Paesi di provenienza dei turisti: segno che l’apertura internazionale di un territorio tende a muoversi come un sistema unico, non come due fenomeni separati. Su diversi indicatori BES, l’Italia mostra già oggi una posizione relativamente solida rispetto alla media europea, con un sovraccarico dei costi abitativi più contenuto, una mortalità evitabile inferiore e una speranza di vita più alta.
Metodologia: che cosa dice l’analisi in componenti principali
Per verificare empiricamente il legame tra internazionalizzazione e benessere, l’Eurispes ha costruito un database di livello provinciale che copre 137 province italiane, integrando tre famiglie di variabili: sei indicatori turistici, quattro indicatori di export e diciannove indicatori BES, relativi a occupazione, istruzione, salute, partecipazione politica e connettività, tra gli altri. Lo strumento statistico scelto è l’Analisi in Componenti Principali (ACP), una tecnica che riduce un insieme complesso di variabili in poche componenti sintetiche, mantenendo la maggior parte dell’informazione originale. Nel caso specifico, sei componenti spiegano l’82,4% della varianza totale, con le prime due che da sole coprono il 65%, un risultato che rende la lettura piuttosto solida. I dati confermano che le variabili turistiche sono fortemente correlate tra loro, così come quelle export, e che tra i due gruppi la correlazione è alta, intorno a 0,97. Entrambi mostrano legami positivi con la speranza di vita, il livello di istruzione, l’occupazione e la partecipazione elettorale, e legami negativi con il tasso di NEET e le difficoltà di accesso al credito. Insomma, ancora prima dell’elaborazione statistica più fine, il quadro suggerisce che apertura internazionale e benessere tendono a muoversi insieme.
Quattro profili sociologici per leggere i territori italiani
Il contributo più interessante della ricerca, dal punto di vista sociologico, è la costruzione di quattro profili territoriali che raccontano modi diversi di intrecciare apertura internazionale e qualità della vita. Il primo profilo, gli “ambasciatori delle economie avanzate”, descrive i territori dove turismo, export e benessere si rafforzano a vicenda: alta occupazione, istruzione diffusa, aspettativa di vita elevata, partecipazione civica attiva. Sono contesti dove l’internazionalizzazione appare come un sintomo e insieme un fattore di buone condizioni sociali. Il secondo profilo, gli “attrattori dei territori in evoluzione”, è più ambivalente. Qui i flussi turistici e l’export crescono con forza, ma convivono con indicatori sociali fragili, come un tasso di NEET elevato o scarse competenze alfabetiche e numeriche tra gli studenti. È il profilo di territori che si aprono al mondo prima ancora di aver consolidato il proprio benessere interno, una condizione che la sociologia definirebbe di sviluppo diseguale o non ancora redistribuito. Il terzo profilo, i “localisti del benessere”, capovolge la prospettiva: qui il benessere esiste, sostenuto da buona istruzione e connettività, ma resta una dimensione prevalentemente interna, poco proiettata sui mercati internazionali. Infine, le componenti dalla quarta alla sesta identificano i “territori produttivi”, caratterizzati da una struttura economica solida ma meno legata ai flussi turistici ed export rispetto agli altri profili.
La geografia dei profili: Nord, Sud e le loro traiettorie diverse
La distribuzione territoriale dei profili disegna una mappa che rispecchia in buona parte le caratteristiche strutturali del Paese, già note agli studi sul benessere equo e sostenibile dell’ISTAT. Il profilo degli “ambasciatori” prevale in Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna, Trentino-Alto Adige e Toscana, regioni dove la tradizione manifatturiera e turistica si accompagna a un benessere sociale diffuso. Il profilo degli “attrattori in evoluzione” caratterizza invece Calabria, Sicilia, Puglia, Sardegna e Campania: territori dove la crescita turistica ed export è reale e misurabile, ma dove occupazione giovanile, istruzione e accesso al credito restano indicatori in fase di consolidamento. È una fotografia che riporta al centro la questione meridionale, non più solo come divario economico ma come ritardo nella capacità di tradurre l’apertura internazionale in benessere diffuso. Il profilo a “benessere locale” emerge in Abruzzo, Molise, Basilicata, Umbria e Lazio, con quest’ultimo che mostra anche tratti in comune con la quarta componente, così come la Liguria. Le regioni a più marcata vocazione produttiva, Piemonte, Valle d’Aosta e Friuli Venezia Giulia, si distinguono infine per un orientamento più legato alla struttura economica interna che ai flussi turistici ed export.
Turismo, export, benessere: una lettura sociologica dell’Italia che si apre al mondo
La correlazione tra internazionalizzazione e benessere non è un automatismo economico, ma un processo sociale che si costruisce nel tempo attraverso l’istruzione, l’occupazione di qualità, la fiducia nelle istituzioni e la coesione delle comunità locali. Dove questi ingredienti sono già presenti, come nei territori del profilo “ambasciatori”, l’apertura internazionale sembra amplificare un benessere preesistente, in un circolo virtuoso che si autoalimenta. Diverso è il caso dei territori “in evoluzione”, dove il turismo e l’export crescono più rapidamente delle condizioni sociali che dovrebbero sostenerli. Qui la sociologia del territorio pone una domanda decisiva: chi beneficia davvero di questa crescita? Se i flussi economici non si accompagnano a investimenti in istruzione, lavoro giovanile e infrastrutture sociali, il rischio è che l’internazionalizzazione resti un fenomeno di superficie, capace di generare ricchezza aggregata ma non necessariamente redistribuzione e mobilità sociale.
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