L’ispettore arrivò in ufficio con un po’ di ritardo Bocca – non appena lo vide – gli fece cenno di entrare e, appena chiuse la conversazione, gli disse con tipico accento ligure: “… dove cazzo eri belìn? È più di un’ora che ti cerchiamo… Hanno ammazzato il genero del vecchio Rettore… è un casino… vieni con me, andiamo a fare un sopralluogo sul posto dell’omicidio!”.
Diede il suo assenso, prese la pistola dal suo armadietto e insieme salirono sull’auto del Dirigente, la mitica Alfa 75 grigio metallizzata con antenna sul tetto: ad attenderli il buon Natale Calascione, autista e veterano della Mobile.
Durante il tragitto tra la Questura e il luogo dell’omicidio, Bocca raccontò che nel volgere di alcuni minuti aveva ricevuto telefonate da mezzo mondo: il Ministero dell’Interno voleva continui aggiornamenti, il Questore sollecitava un’accurata indagine, il Prefetto voleva essere informato, la stampa era impazzita perché il defunto, oltre a essere il genero dell’ex Rettore dell’Università di Messina, prof. Guglielmo Stagno D’Alcontres, era egli stesso un docente universitario, oltre a essere un apprezzato medico endoscopista e persona vicina al Rettore del tempo, il prof. Diego Cuzzocrea.
Bocca spiegò all’ispettore che, alle ore 21.20 circa, era giunta una comunicazione alla Sala Operativa della Questura, da parte di un anonimo, che segnalava un incidente stradale, avvenuto all’altezza del civico 26 della Via Nuova Panoramica dello Stretto.
Sul posto era intervenuto personale delle Volanti che avevano rintracciato l’autovettura segnalata, un’Audi S4, e avevano così notato all’interno un uomo con gravi ferite d’arma da fuoco.
La vittima era stata prontamente trasportata presso il vicino Ospedale “R. Margherita”, ove decedeva poco dopo, nonostante i tentativi di rianimazione effettuati dal personale sanitario.
L’auto della vittima, seppur a prima vista apparisse una normale Audi 4, era in realtà un’autovettura particolarmente performante, aveva un motore di grossa cilindrata e un allestimento sportivo.
Giunti sul luogo dell’omicidio, i due uomini della Squadra mobile presero immediatamente contatto con i colleghi delle Volanti lì presenti, nonché con quelli che li avevano preceduti.
L’autovettura della vittima si trovava ferma, con una ruota che toccava il marciapiede, sul lato sinistro della Via Panoramica dello Stretto, in senso opposto a quello di marcia, e presentava i vetri dei finestrini laterali del conducente e del passeggero infranti.
La tappezzeria dell’automobile presentava numerose macchie di sangue, così come il cruscotto della stessa.
Appena si avvicinarono all’auto della vittima, appresero dai colleghi della Polizia Scientifica che avevano rinvenuto e sequestrato un frammento di pallettone di piombo, schiacciato, conficcato nella portiera anteriore destra dell’autovettura, nonché una parte di contenitore in plastica per cartucce da caccia rinvenuto sul sedile posteriore dell’Audi. Tenete ben a mente quest’ultimo particolare, perché risulterà molto interessante nel prosieguo del racconto.
I colleghi della Scientifica gli informarono che, durante gli accertamenti e i rilievi esperiti, avevano rilevato l’esistenza di frammenti del finestrino dell’auto del Bottari in prossimità dell’incrocio tra il viale Regina Elena e viale Annunziata, circostanza questa che gli consentì di ipotizzare una prima ricostruzione dei fatti.
Inoltre, a bordo dell’auto, i colleghi della Volante, intervenuti per primi sul posto, rinvennero due telefoni cellulari, il primo, un Motorola Omnitel GSM, riposto sul sedile anteriore sinistro, usato dalla vittima per le sue telefonate più riservate, e il secondo, un Microtac vip Telecom, scivolato sul tappeto anteriore lato sinistro e sporco di sostanza ematica.
Proprio l’ultimo cellulare era quello che il povero medico teneva in mano appena fu fatto oggetto del colpo di fucile e che gli fece dedurre, come poi, in effetti, si accertò essere avvenuto, che il prof. Bottari era impegnato in una conversazione telefonica al momento dell’agguato. Fattisi un’idea di come erano avvenuti gli avvenimenti, le verosimili modalità esecutive del delitto, Bocca decise di raggiungere il vicino Ospedale “Regina Margherita” per visionare il corpo della vittima ed avere così una conferma alla sua lettura della dinamica dell’evento omicidiario.
Giunti al Pronto Soccorso del nosocomio di viale della Libertà, notarono all’interno dello stesso una moltitudine di persone, colleghi delle Volanti e della Squadra Mobile, numerosi appartenenti all’Arma dei Carabinieri e, a seguito del tam tam mediatico che si era immediatamente diffuso, amici e colleghi della vittima che sostavano nei corridoi.
Entrarono nell’ampia medicheria dove vi era il corpo della vittima adagiato su una barella, coperto da un lenzuolo, e raggiunsero il giudice di turno che stava dialogando con alcuni sanitari.
Dopo il confronto con il magistrato, Bocca decise di fare rientro immediatamente in Questura per iniziare la verbalizzazione dei parenti della vittima e delle persone a lui più vicine, al fine di apprendere quante più notizie possibili sulla vita privata e professionale dell’ucciso.
Il capo della Mobile, una volta nella sua stanza, chiese all’ispettore un ulteriore intervento prima di partecipare all’interrogatorio dei parenti della vittima e dei testi, chiedendogli di andare, unitamente ad altri tre colleghi, a effettuare la necessaria perquisizione domiciliare presso l’abitazione del defunto, al fine tentare di rinvenire un qualcosa che potesse aiutarli a dare una motivazione al cruento delitto.
L’abitazione del de cuius si trovava nel Villaggio S. Agata, all’interno di un grazioso villino di proprietà del suocero che, oltre a essere stato Rettore dell’Università, fino a qualche anno prima, era di antiche origini nobiliari, nonché, all’epoca, Console Onorario di Spagna.
I quattro poliziotti furono accolti dalla moglie della vittima, la signora Ildefonsa, detta Alfonsetta, alla quale si presentarono, e lei, nonostante il grave dolore, mostrò loro lo studio dove il marito teneva le cose personali, consentendogli di effettuare la perquisizione domiciliare.
Li accompagnò e li lasciò operare nella più ampia libertà tanto che effettuarono l’atto di polizia giudiziaria in una ventina di minuti, nel corso del quale trovarono solo alcune lettere che, unitamente a quello successivamente emerso nel corso delle indagini, gli permisero di apprendere che i rapporti tra i due coniugi, negli ultimi mesi, si erano raffreddati, quasi a essere dei separati in casa, tanto che, in un cassetto della scrivania, trovarono circa 5 milioni di lire, all’interno di una custodia di una videocassetta, somma che consegnammo alla vedova di cui ella sconosceva l’esistenza. La perquisizione non consentì di rinvenire e sequestrare nulla di particolare, in ordine al delitto, ma permise di conoscere l’ambiente familiare in cui il morto era vissuto.

Una circostanza che rimase loro impressa fu che, durante la perquisizione, si avvicinò a loro il vecchio ex Rettore, suocero della vittima, che rivolse loro una frase che in quel contesto suonò fuori posto, particolare che i tre poliziotti reputarono dovuta alla tarda età, ma che fece supporre che il D’Alcontres fosse un soggetto particolarmente freddo e di pochi sentimenti.
La frase, o meglio la domanda che rivolse loro fu: “Mio genero al polso aveva un Rolex, sapete se l’hanno trovato?” I poliziotti si guardarono in viso e nessuno di loro intese rispondergli.
Aldilà del valore dell’orologio, forse quello era il momento per rivolgergli ben altre domande e non certamente quella, e comunque mettersi a loro disposizione per qualunque chiarimento.
Cosa che, di fatto, non avvenne mai, anche perché Guglielmo Stagno D’Alcontres non fu mai interrogato in merito all’omicidio del genero. Dimenticanza o cosa? Non lo sapremo mai.