La fonte d’acqua miracolosa di Cateno De Luca. La sete … di potere a nostro carico

C’è una storia che inizia molto prima dei razionamenti, delle autobotti e delle polemiche infuocate. Una storia che comincia nell’estate del 2023, quando alcuni quartieri di Giardini Naxos restano improvvisamente senz’acqua. Non è un guasto tecnico, non è il caldo eccezionale: è un’anomalia.

L’assessore e i tecnici comunali salgono fino alla galleria Sifone, in territorio di Castelmola, il nodo da cui si dirama l’acqua destinata a Giardini e a Taormina. Trovano la porta chiusa. Nessuno consegna le chiavi, nessuno spiega perché Giardini è a secco mentre Taormina no. Quando finalmente accedono all’impianto, emergono anomalie nei prelievi. La Gazzetta del Sud del 31 agosto 2023 parla apertamente di «guerra dell’acqua». È il primo squilibrio documentato, il primo segnale che qualcosa non torna. Viene archiviato come problema tecnico.

Un anno dopo, nell’aprile 2024, la vicenda sale di livello e diventa istituzionale. Il Comune di Taormina, l’AMAM e Siciliacque firmano una convenzione che garantisce sessanta litri al secondo in più alla città del turismo. L’acqua viene bypassata attraverso una condotta messinese e Siciliacque si impegna a restituirla tramite l’Alcantara. La parola scelta è «vettoriamento», un tecnicismo rassicurante. La promessa è netta: l’accordo non danneggerà le risorse idriche di Messina. Eppure, mentre Taormina non resta mai senza acqua, Messina inizia a razionare. La «restituzione» rimane sulla carta. Già allora, di fronte ai primi disservizi, la domanda era inevitabile: l’AMAM sta continuando a dare acqua a Taormina togliendola a Messina? E Siciliacque sta davvero restituendo ciò che preleva? Domande che nel 2024 suonavano provocatorie e che oggi appaiono semplicemente logiche.

Il 2025 è l’anno del silenzio e degli stress idrici. Messina vive un’estate di turnazioni, autobotti e villaggi a secco. Giardini continua a registrare cali di pressione. Secondo chi ha seguito da vicino la rete, in quei mesi si tenta una nuova manovra di derivazione verso Taormina, questa volta coinvolgendo indirettamente anche l’acquedotto di Giardini. Non ci sono comunicati ufficiali, solo sopralluoghi, segnalazioni e la memoria di chi c’era. È l’anno in cui la politica prepara il terreno mentre la rete idrica si incurva sotto decisioni prese altrove.

Nel 2026 la verità emerge in modo evidente. Il bypass di Furci Siculo, innestato sulla condotta del Fiumefreddo, preleva acqua destinata a Messina per inviarla a Taormina. Quando il bypass ha bisogno di interventi, per effettuarli si deve chiudere l’acqua a Messina. E così accade. Messina resta a secco, Taormina no. La stampa parla di «scenario politicamente delicato», i tecnici di «necessità tecnica», i cittadini di vergogna. Ma la verità è più semplice: il bypass del 2026 è solo l’ultimo capitolo di una sequenza iniziata tre anni prima, quando Giardini Naxos fu la prima vittima silenziosa di un sistema che ha sistematicamente privilegiato Taormina.

Guardando indietro, il metodo appare chiaro. Prima si crea un quadro di emergenza, poi si individua un colpevole esterno, quindi si propone una soluzione che passa sempre per un maggiore accentramento o per nuove infrastrutture dedicate. Nel frattempo l’acqua scorre dove la rete è stata predisposta a farla scorrere e si ferma dove è stata lasciata degradare. Giardini nel 2023, Messina nel 2024, i villaggi nel 2025, l’intera città nel 2026. Ogni anno una spiegazione diversa, ogni anno una giustificazione tecnica, ogni anno lo stesso esito.

Non si tratta di coincidenze né di semplici emergenze. È una sequenza coerente, che produce sempre gli stessi vincitori e gli stessi perdenti. Una sequenza che funziona finché nessuno unisce i puntini.

Ed è qui che entra in gioco un altro dato, spesso ignorato ma decisivo. Negli ultimi otto-dieci anni Messina è diventata la roccaforte elettorale di un gruppo politico che ne ha fatto uso sistematico, senza restituire nulla in termini di miglioramento della vita dei cittadini. Una città ridotta a cassa di risonanza e serbatoio di risorse: conti pubblici opachi, partecipate storicamente voraci, un debito che continua a gonfiarsi nonostante le narrazioni di risanamento, una viabilità devastata e quartieri irriconoscibili persino per chi li abita da sempre. Il tutto sotto la regia di chi Messina non l’ha mai vissuta davvero da cittadino, ma solo da piattaforma di potere.

Eppure è la stessa città che, anno dopo anno, vede trasferire altrove risorse e perfino le dirigenze delle proprie partecipate, sostituite non da competenze ma da figure di fiducia, fedeli al progetto più che al territorio. Non professionisti scelti per capacità, ma uomini funzionali a un disegno politico che si replica identico ovunque attecchisca. Una rete di yes men che non porta valore, ma presenza; non competenza, ma obbedienza; non visione, ma continuità di metodo.

E qui sta il punto politico più semplice e più scomodo: questo gruppo non esisterebbe senza i voti di Messina. È la città a reggere l’intera impalcatura, a fornire consenso, visibilità, massa critica. È Messina che permette al progetto di esistere, crescere, espandersi. Eppure è la stessa città che, anno dopo anno, vede trasferire altrove risorse, uomini, competenze e perfino le dirigenze delle proprie partecipate. Messina come roccaforte elettorale, non come comunità da tutelare. Messina come piattaforma, non come città. Messina come serbatoio, non come destinataria.

E mentre la città langue sotto ogni punto di vista – infrastrutture, decoro, servizi – la “periferia dorata” si arricchisce proprio grazie alle risorse che le vengono dirottate con metodo. Un modello collaudato nella sua spregiudicatezza: impoverire il centro per alimentare la costa, gestire il malcontento con autobotti e comunicati, e continuare a vincere elezioni sul consenso di chi ancora non ha capito il gioco. Persino i vertici delle partecipate messinesi sono stati spostati o replicati sulla costa, riproducendo lo stesso schema gestionale già sperimentato in città. Un trasferimento di competenze, uomini e risorse dal capoluogo alla “periferia” che parla da solo.

E allora la domanda finale non è più tecnica, né amministrativa, né idrica. È politica, civile, quasi morale: quanto ancora una città può essere trattata come un rubinetto da aprire e chiudere a seconda delle convenienze.

Non serve alzare la voce, né agitare bandiere. Serve qualcosa di più semplice e più radicale: riprenderci le chiavi della città.

Non per chiuderla, ma per riaprirla.

Non per difenderla da qualcuno, ma per restituirla a se stessa.

Non per fare guerra, ma per smettere di essere il pozzo da cui tutti attingono e l’ultimo a bere.

bilgiu