di Andrea Filloramo
Per oltre vent’anni il Ponte sullo Stretto è stato una promessa ricorrente della politica italiana. Per Matteo Salvini, però, il progetto è diventato qualcosa di più: un simbolo personale, una bandiera identitaria e l’esibizione che il suo ministero sarebbe stato capace di realizzare una delle opere infrastrutturali più ambiziose della storia repubblicana.
Nel dibattito pubblico, il Ponte è stato, infatti, spesso da lui presentato come la prova concreta della capacità dello Stato di superare ritardi storici, ostacoli burocratici e resistenze politiche che per decenni hanno impedito la realizzazione dell’infrastruttura. In questa prospettiva, il successo del progetto non ha riguardato soltanto il collegamento stabile tra Sicilia e Calabria, ma ha assunto il valore di una dimostrazione di efficacia dell’azione di governo e, in particolare, del suo ministero.
La forte identificazione tra il leader leghista e l’opera ha trasformato il Ponte in un elemento centrale della sua narrazione politica, con cui ha catturato l’attenzione degli elettori e li ha reso partecipi della storia alla quale forse neppure lui credeva.
Ogni avanzamento amministrativo, finanziario o progettuale è stato, pertanto, presentato come un passo verso la concretizzazione di una promessa attesa da generazioni, mentre eventuali ritardi o contestazioni sono stati fatti vedere come ostacoli frapposti a un progetto presentato come strategico per la crescita economica e l’integrazione infrastrutturale del Mezzogiorno.
In questo senso, il Ponte sullo Stretto non ha rappresentato soltanto una grande opera pubblica, ma anche una sfida politica personale per Salvini. La sua realizzazione ha costituito, nelle intenzioni del ministro, la prova tangibile della capacità di portare a termine una delle infrastrutture più ambiziose e discusse della storia repubblicana italiana, lasciando un segno duraturo nella politica dei trasporti e nell’immaginario collettivo del Paese.
La cosa sorprendente è che egli, da leader di opposizione nel 2016 si era dichiarato contrario all’opera e l’aveva definita uno spreco di denaro rispetto alle priorità infrastrutturali della Sicilia. Poi, divenuto Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, ne è diventato il principale promotore e sostenitore.
Sul Ponte allora egli diceva: ” Mi hanno detto tanti siciliani che il 90% delle ferrovie in Sicilia è a binario unico e la metà dei treni viaggia a gasolio, quindi, io non vorrei spendere qualche miliardo di euro per un ponte in mezzo al mare quando poi i treni non ci sono “.
Le recenti difficoltà del progetto non hanno, perciò, rappresentano soltanto un problema amministrativo o tecnico ma hanno assunto una dimensione eminentemente politica.
E’ nata così una domanda: la bocciatura del Ponte ha rappresentato l’inizio della fine politica di Salvini o ha accelerato un processo di logoramento suo e del suo partito?
Non è facile rispondere a questa domanda. Basta, però, guardare con attenzione agli anni del massimo consenso, precisamente tra il 2018 e il 2019, quando Salvini appariva come il leader indiscusso del centrodestra italiano. La Lega viaggiava allora oltre il 30 per cento dei consensi e sembrava destinata a diventare il partito egemone della destra nazionale. Oggi lo scenario è radicalmente cambiato. La leadership del centrodestra è nelle mani di Giorgia Meloni, mentre la Lega fatica a recuperare terreno e vede emergere nuove tensioni interne che non si sa a che cosa condurranno.
In questo contesto, il Ponte sullo Stretto avrebbe potuto rappresentare il grande successo capace di rilanciare l’immagine del leader leghista. Un’opera concreta, visibile, storica. Un risultato da contrapporre alle critiche e al calo elettorale.
Accade invece il contrario. Le contestazioni, i rallentamenti procedurali e le incertezze finanziarie hanno trasformato il Ponte da simbolo di efficienza a simbolo di promessa mancata.
Il danno politico è nato soprattutto da qui. Quando un leader investe gran parte della propria credibilità su un progetto, il destino del progetto finisce inevitabilmente per riflettersi sulla sua immagine pubblica. Non conta soltanto, perciò, se l’opera verrà realizzata o meno; conta la percezione degli elettori e la percezione che si sta consolidando è quella di un’infrastruttura continuamente e ossessivamente annunciata, mai però davvero avviata e che, forse, mai si avvierà.
Esiste poi un ulteriore elemento che rende la vicenda particolarmente delicata per la Lega. Storicamente il partito è nato come forza politica del Nord, concentrata sui temi dell’autonomia, del federalismo e della competitività delle regioni settentrionali. Il Ponte sullo Stretto rappresenta invece una grande opera destinata al Sud. La scelta di trasformarlo in una priorità politica nazionale è stata coerente con la strategia di Salvini di costruire una Lega nazionale, ma ha anche contribuito ad allontanare parte della vecchia base autonomista. Molti amministratori del Nord continuano infatti a considerare più urgenti questioni come le infrastrutture regionali, l’autonomia differenziata e il sostegno alle imprese.
Da questo punto di vista, le difficoltà del Ponte alimentano le critiche di chi ritiene che il partito abbia smarrito la propria identità originaria.
Se bene osserviamo, la vera minaccia per il segretario leghista non è il Ponte in sé, ma la somma dei problemi che lo circondano: il calo dei consensi, la concorrenza interna al centrodestra, le tensioni nel partito e la difficoltà di Salvini nel ritrovare una narrazione vincente.
Concludendo: non è difficile pensare che la bocciatura del Ponte diventi il simbolo di una stagione politica che ormai si avvia al tramonto. Difficilmente la Lega riuscirà a invertire la tendenza e a ritrovare una chiara identità, il fallimento dell’opera verrà ricordato non come la causa del declino del leader leghista, ma come l’episodio che lo ha reso evidente a tutti.
