MESSINA CHE DISASTRO: LA CAMPAGNA ELETTORALE A COLPI DI UOVA MARCE. ELETTORI, RIBELLATEVI

Per IMG Press la campagna elettorale per l’Elezioni Amministrative del 24 e 25 maggio più che un dibattito civile sui programmi con proposte e idee, è un corpo contundente, ma ognuno ci mette la firma, la faccia, dice la sua, tutto regolare. Anche minacciare, insultare, odiare l’avversario politico? Anche colpi bassi se occorre. Le (tante) promesse mai realizzate annunciate con tanto di squillo di trombe negli articoli stampa da entrambi gli schieramenti li abbiamo messi nello scatolone insieme a quelli, più vecchi e numerosi, che ci accusano di essere folli, se non peggio.

Cosa che peraltro sapevamo già, ma non c’importa: non scriviamo per compiacere i politici (o i politici tifosi) ma per dire quello che abbiamo visto. Altri (giornalisti?) si regolano diversamente, affari loro.

Ne parliamo con Giuseppe Billè un cittadino che ama la città, la bella Sicilia e che vorrebbe finalmente trionfare il merito e la giustizia:  la classe politica, così abituati a dare esclusiva importanza alle loro cose, non si rendono conto che difendendo la propria poltrona, a qualunque costo, ottengono solo di difendere un privilegio da veri signori feudali. 

Il dalli all’untore cronista è più rassicurante, sempre, come il dalli all’imprenditore amico che finanza cene, regali e donnine allegre, o al magistrato. In questo valzerino un po’ forcaiolo, che naturalmente coinvolge aspiranti amministratori, onorevoli, teste fini e bassa manovalanza, ci fosse uno che riflette sulla buona fede dei candidati, sempre più simulatori e incarogniti, che – quasi fossero calciatori – vanno giù di schianto sia che li tocchino sia che li guardino soltanto, e su quanto può essere imparziale un politico, chiaramente di parte, che cerca di mettere due pezze a una stagione grigia gridando alla congiura, o un giornalista che pensa alla popolarità e alla tiratura. In questo panorama, se fossimo uno dei mille e più candidati, mi batterei per uno sciopero compatto. Non per solidarietà con Tizio o Caio, ma perché tutti stanno gridando. E allora bisogna gridare l’importanza del ruolo, l’autorevolezza della carica istituzionale, l’onestà di chi amministra la cosa pubblica forte, così forse capiscono tutti, da Renato Schifani a Roberto Occhiuto. Per non dimenticare Giorgia Meloni.

Giuseppe Billè, molto malumore, la certezza che “tanto non serve a niente”, un po’ di rassegnazione, ma anche un alto tasso di disobbedienza. Nella Messina asfissiata da cemento e veleni si vive con pessimismo il ritorno alle urne, specie se il voto per scegliere sindaco e consiglieri, ha tutta l’aria della presa in giro…

Messina è un territorio che da anni manifesta sintomi evidenti: congestione urbana, degrado infrastrutturale, partecipate trasformate in centri di costo opachi, debito strutturale e una mobilità che sembra progettata per testare la resilienza psicologica dei cittadini. Ma ridurre tutto a un problema locale sarebbe un errore metodologico. Messina non è un’anomalia: è un indicatore. Un sensore periferico che registra gli effetti di dinamiche macroeconomiche e istituzionali che operano a monte, ben oltre i confini comunali.

Sui social si legge di tutto e di più ma il comune denominatore è che questa tornata elettorale è qualcosa imposto dall’alto e deciso soltanto per mettersi in pace con la coscienza. Per essere in regola con i conti che non tornano, non certo per affrontare il problema Comune di Messina seriamente. A indignare è anche la vaghezza di questo variegato esercito di candidati: il sacro, come sempre, genera il profano…

Le amministrazioni che si sono succedute hanno mantenuto un approccio gestionale più che strategico. Non per incapacità individuale, ma per assenza di leve reali. Il sindaco, figura teoricamente centrale nella governance urbana, oggi opera in un contesto in cui la spesa è vincolata, gli investimenti sono contingentati, il personale è limitato da tetti rigidi e i margini di manovra sono definiti da norme sovraordinate. E qui emerge il punto critico: i sindaci lo sanno perfettamente, ma evitano di dirlo. Non per pudore, ma per sopravvivenza politica. Perché spiegare ai cittadini che le elezioni locali servono più a ratificare che a decidere significherebbe delegittimare il proprio ruolo, incrinare la narrativa del “fare”, ammettere che il potere decisionale è altrove e rischiare l’ostilità del sistema che li sostiene. E allora si preferisce parlare di decoro, eventi, “smart city”, piste ciclabili vuote, trenini turistici e ordinanze creative: tutto ciò che è visibile, immediato, cosmetico. Tutto ciò che non mette in discussione la struttura.

Sappiamo il ritornello: bisogna rimboccarsi le maniche, guardarsi negli occhi, tirar fuori gli attributi, non lasciar nulla d’intentato, battersi all’ultimo sangue. A noi pare un dindondan di resurrezione. Che cosa ci aspetta? 

l risultato è che molti cittadini vivono le elezioni come una formalità più che come una reale opportunità di svolta. Si scioglie il consiglio, si torna alle urne, si rifà campagna elettorale con soldi pubblici indiretti, si rimette tutto in gioco… ma la sostanza non cambia. Il “variegato esercito di candidati” appare vago perché manca una visione alternativa credibile su bilancio, debiti, mobilità, decoro e legalità. Si riciclano facce, clientele, promesse generiche. Il sacro – la democrazia – genera il profano: liste fotocopia, accordi sottobanco, programmi di circostanza. Il ritornello “rimbocchiamoci le maniche” suona come un dindondan di resurrezione: parole forti per effetti modesti.

 

I sondaggisti come accade per i meteorologi vengono consultati come oracoli affinché forniscano notizie anticipate sul sospirato “rimescolamento delle schede nell’urna. Intanto, il porta a porta, totale o ad amicizie alterne, tende a modificare i comportamenti, a rivalutare una certa intimità, a rilanciare una solidarietà certamente interessata ma pur sempre lodevole. Secondo te per chi vota la massa?

Il “prestito d’onore” per gli studenti è un esempio perfetto di questa logica. Tasso zero fino a 10 mila euro, finanziato dal Fondo Sicilia via Irfis: formalmente un sostegno allo studio, sostanzialmente un trasferimento di rischio dal pubblico al privato, con lo studente come ammortizzatore finale. L’esperienza statunitense è istruttiva: milioni di giovani intrappolati in debiti pluridecennali, spesso contratti per percorsi formativi a basso rendimento occupazionale, una bolla che ciclicamente esplode o viene sterilizzata con condoni a carico dei contribuenti. La versione siciliana è più soft, ma la logica è identica: debito come sostituto dell’investimento pubblico. E senza criteri di merito, senza orientamento verso settori strategici, senza un piano di rientro territoriale, il risultato è prevedibile: giovani che si indebitano (anche se poco) e poi emigrano comunque, perché l’ecosistema economico locale non offre sbocchi adeguati. È un pannicello caldo che produce dipendenza, non sviluppo. Comunicazione, non politica industriale.

L’ingiustizia più grande, come diceva don Milani nella Lettera a una professoressa, è far parti uguali tra disuguali. Ma non si può più dare tutto a tutti. O no? Prestiti a tasso zero fino a 10 mila euro per gli studenti di famiglie a basso reddito iscritti in una delle Università che hanno sede in Sicilia. Lo prevede il “prestito d’onore”, la misura a sostegno del diritto allo studio voluta dal governo Schifani ed erogata tramite la finanziaria regionale Irfis, con una dotazione finanziaria complessiva che ammonta a sei milioni di euro, a valere sul Fondo Sicilia.

Per comprendere il quadro complessivo bisogna risalire di scala. Da oltre vent’anni l’Italia opera dentro un sistema di vincoli che ne limitano la capacità di intervento. Il Patto di Stabilità ha imposto limiti alla spesa pubblica e agli investimenti; il pareggio di bilancio, inserito in Costituzione, ha ridotto ulteriormente la flessibilità fiscale; le privatizzazioni hanno trasferito asset strategici al settore privato; l’austerità ha ridotto in modo strutturale la spesa sociale e gli investimenti. Questi vincoli, concepiti per economie con caratteristiche diverse dalla nostra, applicati all’Italia hanno prodotto una compressione degli investimenti pubblici, una riduzione dei servizi essenziali, un aumento della pressione fiscale e una dipendenza crescente da capitali privati. Il tutto mentre il Paese non emette più la propria moneta e deve finanziarsi sui mercati, accettando tassi, condizioni e giudizi esterni. In un contesto simile, quando non puoi espandere la spesa pubblica, non puoi investire, non puoi programmare, resta solo tagliare: tagliare servizi, tagliare welfare, tagliare manutenzioni, tagliare sviluppo. E aumentare tasse e tariffe per far quadrare conti che non quadrano mai.

Secondo numerosi analisti, il vero centro decisionale non è più nazionale. Le politiche fiscali, energetiche, industriali e di bilancio sono sempre più determinate da regolamenti europei, direttive vincolanti, parametri macroeconomici e meccanismi di sorveglianza. Il cosiddetto “vincolo esterno” funziona così: si definiscono regole uniformi per territori profondamente diversi, e i territori periferici — come Messina — ne subiscono gli effetti più duri. Il dato più rilevante, però, non è economico ma cognitivo. Una parte significativa della popolazione non percepisce questo meccanismo. Considera inevitabili tasse crescenti, tagli ai servizi, privatizzazioni, austerità e compressione dei diritti sociali. Non perché siano intrinsecamente necessari, ma perché vengono presentati come tali. È la forma più efficace di controllo: quando non serve più imporre, perché la popolazione interiorizza l’idea che non esistano alternative.

A PIEDI, IN BICI O CON L’IBRIDA. MESSINA RISCOPRE L’ARTE DI ARRANGIARSI… L’ austerity, negli anni Settanta, fu fronteggiata con una certa allegria: le domeniche a piedi per penuria di benzina vennero affrontate sui pattini o a cavallo, sulle vecchie grazielle pieghevoli o in monopattino, qualcuno mise addirittura le rotelle agli sci. Questa nuova lugubre austerità per troppa benzina, questa atmosfera di emergenza, questi gas inorganici seminano angoscia. Quindi benvenute le isole pedonali di Basile o andava realizzato qualcos’altro?

La mobilità urbana di Messina è l’esempio lampante di come queste dinamiche macro si traducano in scelte locali disfunzionali. Le isole pedonali non sono sbagliate in sé, ma sono state realizzate male: senza parcheggi di scambio, senza trasporti pubblici efficienti, senza una visione complessiva, senza considerare la crisi dell’economia di prossimità. Via Garibaldi è diventata un corridoio congestionato da pullman, bus, trenini e mezzi turistici che sacrificano la viabilità urbana per favorire i croceristi, senza che nessuno documenti seriamente costi e benefici per la città. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: un imbuto permanente, code infinite, emissioni aumentate, commercianti penalizzati, residenti esasperati. Ridurre il traffico privato è sacrosanto, ma va fatto con una politica della mobilità integrata, non con interventi spot che sembrano più punitivi che ecologici.

La sicurezza segue la stessa logica. Dopo aver immesso in servizio circa 80 nuovi agenti della Polizia Municipale, questi sono tornati visibili solo in un perimetro ristretto tra Via Garibaldi e Viale Europa. Il loro compito prioritario sembra essere uno solo: fare cassa. La sicurezza reale è stata delegata a un esercito di telecamere e sensori che puniscono automaticamente, ma non prevengono nulla. È un modello di controllo, non di tutela. E tutto questo avviene mentre la città affronta problemi reali: droga che circola, rapine, degrado crescente. Non si combatte il degrado con telecamere e multe, ma con presenza fisica, volontà politica e rispetto reale delle esigenze della città.

Come direttore di IMG Press esprimo solidarietà ai commercianti e alle persone che sono state colpite da una politica insensata. Resta da capire, mentre tutti dicono di voler capire, perché la polizia municipale è scomparsa non solo dalle periferie ma anche dal centro città. Eppure ogni tot mesi vengono assunti quasi fossimo in assetto di guerra…Tutto ciò è indubbiamente spettacolare. Quanto sia utile per combattere la micro criminalità, non so e non m’interessa. Solo chi è dentro fino al collo nel degrado di certi rioni può sapere se ha ragione il sindaco o i commercianti. Certo è che la droga gira a fiumi e le rapine fioccano…

Messina, in questo quadro, non è un’eccezione. È un caso di studio. Una città che manifesta in forma amplificata ciò che accade a livello nazionale: amministrazioni che gestiscono senza poter decidere, cittadini che votano senza poter incidere, territori che subiscono senza poter negoziare. Finché questa struttura resterà intatta, finché la narrazione dell’inevitabilità continuerà a prevalere, finché la catena resterà invisibile, il risultato sarà sempre lo stesso: meno Stato e più controllo, meno servizi e più sanzioni, meno sviluppo e più dipendenza. E una città — e un Paese — che continuano a perdere abitanti, lavoro, competenze e futuro.

Chiudiamo l’intervista con una puntualizzazione: Raccomando di non odiarci perché non abbiamo molta diplomazia con i potentati. Non siamo dei cecchini a pagamento né aspiriamo a poltrone comode. In quanto a me non l’avrò mai e preferisco le vecchie sedie di un tempo che profumano di dignità: il giornalismo a cui appartengo non può guardare i colori delle maglie, solo i colori della vita, o della morte. Può bastare?

Non odiateci perché non abbiamo molta diplomazia con i potentati. Non siamo cecchini a pagamento né aspiranti a poltrone comode. Il giornalismo a cui appartengo non guarda i colori delle maglie, ma i colori della vita – e della morte.

Può bastare. Sì, può bastare.