“Controvento e con fede” di Davide Romano

Il paradosso cattolico, una gioia scomoda, nata tra dubbi, cadute e una libertà che il tempo non riesce a consumare…

di Davide Romano

La gioia di essere cattolici, oggi, è una di quelle cose che si provano più facilmente che si dichiarano. Anzi, a dirla troppo forte, si rischia di sembrare sospetti. Viviamo in un tempo in cui l’appartenenza è sempre guardata con un certo fastidio, come se ogni identità fosse una colpa e ogni certezza un peccato contro lo spirito dei tempi. Eppure, proprio qui sta il paradosso: essere cattolici, nel XXI secolo, è diventato un atto di libertà.
Non lo era sempre. Per secoli è stato, soprattutto in Italia, quasi una condizione ambientale, come l’aria o il sole. Si nasceva cattolici senza accorgersene, si veniva battezzati prima ancora di avere un’opinione e si cresceva dentro un mondo in cui Dio era meno una scelta che un’evidenza. Poi qualcosa si è rotto. Non improvvisamente, ma con quella lentezza inesorabile con cui le civiltà cambiano pelle senza che i loro abitanti se ne rendano conto.
Oggi il cattolico è, se non proprio una minoranza, certamente una presenza controcorrente. E questo, lungi dall’essere una disgrazia, è forse la sua fortuna. Perché restituisce alla fede ciò che aveva rischiato di perdere: il gusto della scelta.
La gioia di essere cattolici non è, come qualcuno crede, una forma di ottimismo ingenuo o di consolazione facile. Non è la gioia zuccherosa dei santini o quella, un po’ stucchevole, di certa devozione malintesa. È una gioia più ruvida, più adulta, che convive con il dubbio, con la fatica, con il silenzio di Dio. È la gioia di chi ha guardato il mondo senza illusioni e ha deciso, nonostante tutto, di fidarsi.
Il cattolico, se è onesto, non può permettersi il lusso dell’ingenuità. La storia della sua Chiesa è troppo ingombrante per consentirgli di vivere di favole. Tra santi e peccatori, tra slanci mistici e cadute miserabili, il cattolicesimo è una delle poche realtà che non si possono raccontare con una sola voce. E tuttavia, proprio in questa contraddizione, si nasconde una delle sue verità più profonde: l’idea che la grazia non abita nei perfetti, ma nei fragili.
C’è una frase, spesso dimenticata, che riassume bene tutto questo: la Chiesa non è una società di puri, ma un ospedale da campo. E chi vi entra non lo fa perché è migliore degli altri, ma perché ha bisogno di essere curato. La gioia nasce da qui: non dall’illusione di essere giusti, ma dalla scoperta di essere amati nonostante tutto.
In un’epoca che misura tutto in termini di efficienza, di successo, di prestazione, il cattolicesimo resta uno dei pochi luoghi in cui il fallimento non è definitivo. Si può cadere, sbagliare, perfino tradire, e tuttavia ricominciare. Non è poco, in un mondo che non perdona.
Naturalmente, questo ha un prezzo. Essere cattolici significa accettare una compagnia scomoda. Significa stare dentro una comunità che non sempre si capisce, che spesso delude, che talvolta scandalizza. Significa sopportare omelie interminabili, liturgie distratte, polemiche interne che sembrano non finire mai. Eppure, chi resta, lo fa per qualcosa che va oltre tutto questo.
Perché, al fondo, il cattolicesimo non è un’istituzione, ma un incontro. E gli incontri veri non si spiegano: accadono. Accadono in una chiesa semivuota, in una parola ascoltata per caso, in un volto intravisto tra la folla. Accadono, soprattutto, quando meno te lo aspetti.
La gioia di essere cattolici è anche una forma di realismo. Non quel realismo cinico che riduce tutto a interesse e calcolo, ma quello più raro che riconosce il male senza negare il bene. Il cattolico sa che il mondo è ferito, che la storia è attraversata da ingiustizie, che l’uomo è capace del peggio. Ma sa anche che questo non è l’ultima parola.
E forse è proprio questa speranza ostinata a fare la differenza. Non una speranza gridata, ma una speranza testarda, che resiste alle smentite della realtà. Una speranza che non si fonda sulle statistiche, ma su una promessa.
Naturalmente, tutto questo può sembrare poco convincente a chi guarda da fuori. Il cattolicesimo non è di moda, non offre scorciatoie, non si adatta facilmente ai gusti del momento. È, in un certo senso, scandaloso: perché continua a parlare di verità in un’epoca che preferisce le opinioni, di sacrificio in un tempo che idolatra il piacere, di eternità in un mondo ossessionato dall’istante.
Eppure, proprio per questo, conserva una sua strana attrattiva. Come tutte le cose che non si piegano completamente al presente, mantiene un margine di mistero. E il mistero, si sa, inquieta, ma allo stesso tempo attira.
Alla fine, la gioia di essere cattolici è una gioia discreta. Non ha bisogno di manifestazioni clamorose, non cerca applausi. È la gioia di chi ha trovato una casa, pur sapendo che quella casa è fatta di muri imperfetti. È la gioia di chi continua a credere, anche quando credere sembra irragionevole.
E, in un mondo che cambia con una velocità vertiginosa, forse è proprio questa fedeltà un po’ ostinata a rappresentare la forma più autentica di libertà. Non la libertà di cambiare sempre idea, ma quella, più difficile, di restare.