Un’azienda in crisi che sta cercando di rimettersi in piedi, avvia un percorso legale, il concordato preventivo, ovvero un accordo, approvato dal tribunale, che le permette di continuare a lavorare mentre ripaga gradualmente i propri debiti. Nel frattempo, la stessa azienda ottiene un risarcimento dai suoi ex amministratori, che con la loro cattiva gestione avevano contribuito a creare la crisi. Quei soldi, per contratto, devono andare interamente ai creditori. Eppure, con una pronuncia ufficiale del 1° aprile (la risposta ad interpello n. 96/2026), l’Agenzia delle Entrate ha stabilito che quelle somme vanno tassate come un normale guadagno d’impresa. In pratica, prima il Fisco si prende la sua parte, poi con quello che resta, si pagano i creditori. Il risultato? Meno soldi per chi li aspetta e un piano di risanamento che rischia di saltare.
“È un cortocircuito – commenta Carlo Carmine, Presidente dell’Osservatorio Nazionale Imprese e Fisco – l’azienda non trattiene quei soldi, vanno ai creditori, fornitori, dipendenti, banche. Eppure il Fisco li considera un guadagno e li tassa. È come se lo Stato mettesse le mani in tasca a chi sta già cercando di saldare i propri debiti”. Il motivo? Un vuoto nella legge. Quando un’impresa in crisi ottiene uno sconto sui propri debiti, ad esempio paga 60 anziché 100, la legge fiscale prevede già delle protezioni e quei 40 “risparmiati” non vengono tassati, o lo sono solo in parte. Ma “quando l’impresa incassa nuove somme, come un risarcimento, non esiste una norma equivalente – spiega Carmine – quindi per l’Agenzia delle Entrate, quei soldi sono un ricavo a tutti gli effetti, anche se l’impresa non ne beneficia direttamente perché sono già destinati ai creditori. Il paradosso è che il legislatore si è mosso nella direzione giusta – prosegue il presidente dell’Osservatorio – con le ultime riforme ha allargato le tutele fiscali per le imprese in difficoltà, ma ha lasciato scoperto proprio questo punto. E il Fisco, com’è prevedibile, sfrutta ogni spazio non coperto dalla legge. Non per cattiva volontà, ma perché questa è la logica del sistema, se non c’è scritto che non si tassa, si tassa”.
“Questo non vuol dire che non ci siano soluzioni – precisa Carmine – oggi esistono strumenti concreti per gestire il debito fiscale in modo intelligente. La Rottamazione Quinquies permette di cancellare sanzioni e interessi. Il Codice della Crisi offre percorsi di ristrutturazione, ma pronunciamenti come questo rendono il percorso ancora più stretto per chi non è preparato”. Non va dimenticato, conclude il presidente dell’Osservatorio, che “dietro i numeri ci sono persone, famiglie, posti di lavoro, un imprenditore in difficoltà non è un evasore: è qualcuno che sta provando a pagare i propri debiti in modo ordinato. Chiediamo al legislatore di colmare questo vuoto prima che altre imprese ne paghino le conseguenze”.
