L’avesse detto: IL TRISTE BALLO DELLE TOGHE ROSSE

Sono stati bravi i sinistri a vincere il referendum oppure è stato il Centrodestra a perderlo? E poi, bisogna prendersela con gli elettori che non hanno capito oppure il problema è il Centrodestra che NON si è fatto capire? E poi ha vinto la casta dei magistrati oppure ha vinto la Giustizia? Era in pericolo la Costituzione, che peraltro è stata cambiata ben 22 volte? Alcuni interrogativi, se ne possono aggiungere altri.

Ho letto e ascoltato diversi commenti, tutti più o meno validi. Il fair play dei commenti va alle frasi di circostanza: in democrazia oggi vince uno, domani un altro, è l’alternanza. Un’altra frase potrebbe essere: rispettiamo il voto e la volontà espressa dai cittadini e andiamo avanti. Certo, ci mancherebbe ma non possiamo fare finta di nulla. Perché non bisogna cedere o mollare. Occorre ripartire dai 12.447.651 che hanno votato SI. Non bisogna mollare. Soprattutto dopo aver visto nelle stanze dei tribunali di Napoli e di Milano il gruppo di magistrati esultare come degli ultrà qualsiasi, da “curva sud”, festeggiare a champagne e canto di “Bella ciao”. Il gesto fa comprendere la bontà dell’impegno di molti contro la politicizzazione della magistratura.

E’ la prova che avevamo ragione ad essere preoccupati. E’ la prova che hanno vinto loro e non gli italiani. Con quale faccia questi signori ogni mattina si presenteranno nelle aule dei tribunali e comunicare “agli imputati di essere terzi e imparziali e di essere mossi solo da un ideale di giustizia“. Lo afferma il magistrato Annalisa Imparato, che poi ha anche parlato delle minacce nei confronti dei colleghi che si sono schierati per il Si.

La Imparato bullizzata dai suoi colleghi, ha ricevuto la solidarietà da Enrico Aimi, componente laico del Consiglio Superiore della Magistratura. “Desidero esprimere piena solidarietà alla dott.ssa Annalisa Imparato per quanto accaduto nelle ultime ore. Le immagini e le notizie diffuse restituiscono un clima che appare, a molti osservatori, come quello di un vero e proprio regolamento di conti interno alla magistratura: un’eccitazione smodata che non si addice a chi dovrebbe avere, quali primi requisiti, quelli dell’equilibrio, della misura e del senso delle istituzioni‘ (La pm Imparato, ‘festeggiamenti e cori un danno d’immagine, 24.3.26, Ansa.it/Campania/Notizie) Continua Aimi, “L’impressione diffusa è che sia caduta una maschera, lasciando intravedere il volto di una giustizia percepita come faziosa […] è altrettanto evidente che si sia smarrita quella compostezza che avrebbe dovuto essere dimostrata nei comportamenti”. Passiamo alla valutazione politica sull’esito di questo referendum. Meritevole della mia attenzione è l’analisi di Federico Punzi (Ostaggi del Toga Party: ora per Meloni il rischio di tirare a campare, 24.3.26, atlantico.it) Punzi affronta le ragioni della sconfitta: nel breve termine, è stata sottovalutata la posta politica in palio; nel lungo, trascurata la battaglia culturale. Dopo il referendum, Come e da dove ripartire? Certamente, “Non dalla legge elettorale”.

Secondo Punzi la sinistra è riuscita a mobilitare un numero considerevole di elettori di sinistra “dormienti”, cioè che si erano astenuti sia alle politiche del 2022 che alle europee del 2024 per delusione nei confronti dei loro partiti, mentre rileva una defezione consistente degli elettori del centrodestra. Infatti, secondo il consorzio Opinio, addirittura il 18 per cento degli elettori di Forza Italia alle ultime elezioni avrebbe votato “No” alla riforma forse più cara al fondatore del partito, il cui nome è ancora sul simbolo. Sorprende anche il 14 per cento di “No” tra gli elettori della Lega, il cui leader è stato sotto processo per il caso Open Arms, e un non trascurabile 11 per cento tra gli elettori di Fratelli d’Italia. Tuttavia, complessivamente e sorprendentemente, si può concludere che la tenuta dei partiti del “No” sia stata più alta di quella dei partiti del “Sì”. Intanto, Punzi nota che soprattutto in Italia, la sinistra si è radicalizzata, i suoi elettori sono “impermeabili a qualsiasi valutazione di merito quando c’è la destra al governo, come un toro che vede svolazzare un mantello rosso davanti a sé. La mobilitazione in nome del “pericolo fascista” travolge tutto e tutti”.

Mentre per quanto riguarda il centrodestra, Punzi ha visto una mobilitazione tardiva. Ed è stato probabilmente questo uno dei limiti della campagna referendaria dei partiti e dei leader di maggioranza. Peraltro, si ha “La sensazione è che se la premier non ci avesse messo la faccia, la sconfitta sarebbe stata ancora più pesante”. Meloni e coloro che la consigliano avrebbero dovuto comprendere che la posta politica in palio era troppo alta per muoversi solo a fronte di una situazione già compromessa. L’unica cosa che si può forse rimproverare alla premier è essersi concentrata, in questi tre anni e mezzo di governo, sulla sua affermazione come leader di livello europeo e internazionale. Un’operazione senz’altro riuscita, che ha proiettato un’immagine di stabilità e credibilità anche sul Paese, ma che a livello interno non ha ancora prodotto risultati tangibili, spendibili sul piano della competizione elettorale. Vedi le politiche più “popolari”, su sicurezza e immigrazione, che hanno incontrato l’opposizione e il vero e proprio sabotaggio da parte della stessa magistratura.

La riforma non riguardava solo l’ammodernamento dell’ordinamento giudiziario, la “giustizia giusta”, i diritti dei tanti chi si trovano schiacciati nel suo terrificante meccanismo. Ma c’era una questione di sovranità popolare, un reale pericolo per la democrazia perfettamente speculare a quello denunciato con maggiore convinzione dagli avversari della riforma. Una magistratura politicizzata che tramite il potere delle correnti sabota l’azione dei governi sgraditi. Da non sottovalutare il dato geografico, ad affossare la riforma è stato il Sud, mentre a sostenerla Lombardia, Veneto e Friuli. Poi il dato generazionale: nella fascia giovanile hanno prevalso i “No”, questo non fa ben sperare per il futuro. Probabilmente per il cambiamento è un’occasione persa, forse unica. Ha ragione Daniele Capezzone a paragonarla al referendum del 1987 sull’energia nucleare. Ancora oggi rimpiangiamo e subiamo le conseguenze dello sciagurato “No” di allora al nucleare. Ma c’è un errore da non commettere, nell’analisi del voto, è quello di non “cedere alla tentazione di prendersela con gli elettori perché non hanno capito o, peggio, sono troppo stupidi e ignoranti per capire, come fa la sinistra quando il risultato non le sorride”. E qui Punzi introduce un tema a me caro, quello della battaglia culturale.

Il centrodestra è capace di straordinarie vittorie politiche ed elettorali, non riesce a combattere la battaglia culturale in modo da rendere non effimere le sue vittorie. In tre anni al governo, non ha sfidato le casematte del potere che generano consenso a lungo termine per la sinistra – scuola, università, stampa. Non ha opposto una sua narrazione forte alla narrazione mainstream sui principali eventi di politica internazionale, quasi vergognandosi del buon rapporto della Meloni con Trump”. Ora, che fare? Si spera che il governo non vada avanti galleggiando, tiri a campare, magari logorandosi sempre di più, per esempio trascorrendo un anno a discutere e litigare sulla legge elettorale, speriamo di no. Naturalmente la prima questione da affrontare, almeno da prendere atto che da questo momento deve fare i conti con una parte di magistratura più politicizzata e con una vera e propria emergenza democratica.

 

a cura di Domenico Bonvegna