di Roberto Malini
È morto Gino Paoli e con lui se ne va una delle voci più intime e anticonvenzionali della canzone italiana. Aveva 91 anni, ma la sua opera — nata tra Genova e Milano, dentro quella stagione irripetibile che fu la scuola genovese — continua a parlare con una freschezza disarmante. Il cielo in una stanza, Sapore di sale, La gatta: canzoni che non si limitavano a essere ascoltate, ma abitavano la vita.
Lo conobbi negli anni Ottanta. Mi colpirono subito la sua sensibilità e quel suo spirito libero, insofferente alle etichette e alle ipocrisie. Gino non era solo un autore raffinato, ma un uomo di diritti. Stava dalla parte degli emarginati, dei Rom, dei carcerati, delle persone LGBTQ, senza mai cercare consenso facile. E non esitava a criticare, anche nel suo ambiente, derive razziste o omofobe.
Viveva la canzone come un poeta fuori dagli schemi, capace di cogliere la bellezza nella fragilità, di raccontare l’amore senza retorica, di attraversare il dolore senza compiacimento. La sua vita — segnata anche da cadute e rinascite — ha dato alla sua arte una verità rara, mai addomesticata.
Paoli apparteneva a una generazione che ha trasformato la musica leggera in letteratura dell’anima. E lo ha fatto senza alzare la voce, ma scavando in profondità. In un tempo spesso incline al rumore, la sua resta una lezione di misura, libertà e autenticità.
Ci lascia un repertorio che è già memoria collettiva. Ma soprattutto ci lascia uno sguardo sul mondo e sulla società, uno sguardo sincero, a volte brusco, sempre profondamente umano.
