IL FEDERALISMO PROPOSTO DALLA LEGA: UNA OPPORTUNITA’

Il merito della Lega di Bossi fu di unire politicamente i vari movimenti autonomisti del Nord del Paese, a cominciare dalla Lega Veneta. Una iniziativa che secondo Marco Invernizzi, “toccava un nervo scoperto della storia italiana, esattamente la sua origine centralista con l’unificazione del 1861, poco rispettosa delle tradizioni locali, che voleva “fare gli italiani” imponendo loro una ideologia di Stato, nazionalista e liberale”. (Umberto Bossi (1941-2026), 20.3.26, alleanzacattolica.org).

Certamente nell’ambiente leghista c’era chi criticava aspramente con ampia documentazione l’azione violenta che ha portato all’unità d’Italia con le baionette dell’esercito del Regno Sardo. Tuttavia, “Bossi, non affondò mai il coltello in questa contraddizione delle origini dell’Italia unita, alternando la proposta federalista a quella della Padania libera, la critica al centralismo con il federalismo di Cattaneo e di Rosmini, senza però mai avviare una critica definitiva del Risorgimento”. L’unità del Paese era ormai un fatto, non poteva essere cancellata, semmai bisognava mettere in discussione l’ideologia risorgimentista che non aveva riconosciuto, o perlomeno tentato di cancellare, l’identità cattolica del Paese. “Unità Si, Risorgimento No”, era lo slogan degli incontri di Alleanza Cattolica in occasione del 150° Anniversario dell’Unità d’Italia. Bossi, “Era un animale politico troppo sensibile per non rendersi conto di quanto sarebbe stata difficile in termini di consenso questa proposta radicale. Tuttavia, la Lega crebbe come “sindacato dei territori”, esprimendo tanti ottimi amministratori locali che gestiranno bene per decenni i comuni della Lombardia e del Veneto, soprattutto”.

Bossi ha costruito un movimento politico post-ideologico che, andava oltre la destra e la sinistra. La Lega è stato il primo partito post ideologico, che ha anticipato la fine delle ideologie che avevano caratterizzato il ‘900. Ma la Lega non poteva marciare da sola, dopo diverse vicende politiche, si unì definitivamente con l’alleanza di centro-destra guidata da Silvio Berlusconi, compiendo delle scelte importanti e significative anche nel campo dei principi non negoziabili, pur caratterizzandosi sempre come la componente federalista dell’alleanza elettorale. Nel 2004, Bossi, dopo la malattia, cominciò il suo declino sia fisico che successivamente politico. La Lega passò sotto la direzione prima di Roberto Maroni e poi di Matteo Salvini, che nel tempo la trasformerà radicalmente, facendola diventare un partito nazionalista e sovranista che poco ha a che fare con quella di Bossi che aveva federato i diversi movimenti autonomisti del Nord Italia.

Che cosa rimane oggi del progetto di Bossi? Abbastanza poco, “La Lega – scrive Invernizzi – ha abbandonato la prospettiva del federalismo, del legame con i territori, cioè ha lasciato quella cultura politica che le avrebbe consentito di approdare anche al Sud perché se il federalismo va bene per la Lombardia potrebbe anche funzionare in Calabria”. Molti leghisti delle origini hanno sofferto per questo cambiamento e hanno abbandonato il partito, che aveva raggiunto un grande risultato elettorale nelle elezioni europee del 2019 conquistando il 34% dei votanti. Lo stesso Bossi ha sempre sofferto per questa svolta, che ha cambiato i connotati della sua Lega, ma non l’ha mai abbandonata formalmente, pur esprimendo la vicinanza a chi era nel frattempo uscito dal partito per tentare nuove esperienze politiche più vicine alla Lega delle origini.

La Lega oggi è in evidente difficoltà, priva di un consenso importante, ma soprattutto di una fisionomia politica specifica. Possiamo affermare che è in stato confusionale, soprattutto sui temi eticamente sensibili. Tuttavia, il partito, scrive Invernizzi, “ha avuto un ruolo importante nella storia italiana successiva al 1989 e anche all’interno del centro-destra, contribuendo a mantenere viva l’attenzione verso uno degli errori più gravi del Risorgimento e della successiva storia nazionale. Abbandonata la politica della secessione, alla Lega spettava il compito di portare il federalismo nella cultura e nelle istituzioni. A un certo momento della sua storia ha smesso di interpretare questo ruolo per dedicarsi alla ricerca del consenso a tutti i costi. Sarebbe importante, per il bene del Paese, che riprendesse il suo vero ruolo”. (40 anni di Lega, 22.4.24, alleanzacattolica.org) Ritengo opportuno ricordare che la nascita della Lega aveva scoperchiato alcune questioni che non erano solo storiche, ma anche di una certa attualità. Bossi con la sua battaglia per l’autonomia dei popoli dell’arco alpino, poneva all’attenzione della politica la cosiddetta “questione settentrionale”.

Egli contesta un punto importante della storia italiana: il modello di Stato centralista, scelto nel 1861 imitando la Francia e mantenuto sia dalla monarchia sabauda che durante il regime fascista e la Prima Repubblica. L’Unità d’Italia avrebbe potuto essere conseguita in altri modi, ma le forze politiche che la perseguirono scelsero due punti fermi: il centralismo dello Stato e l’ostilità alla Chiesa, in particolare al Pontefice romano. Così, accanto alla Questione cattolica ci fu sempre una questione relativa all’assetto dello Stato, da cui nacquero sia la Questione del Meridione, occupato e umiliato dall’invasione del Regno di Sardegna, sia la Questione settentrionale, emersa nel tempo, soprattutto dopo i grandi spostamenti della popolazione negli Anni Sessanta del ‘900. Un tema che è stato affrontato da diversi studiosi. Per esempio, Gilberto Oneto, nel suo “L’invenzione della Padania. La rinascita della comunità più antica d’Europa”, Foedus Editore (Bergamo, 1997) ha scritto: “Il percorso dell’unificazione politica della penisola italiana è infatti passato attraverso una doppia forzatura: si è prima inventata una Nazione per giustificare la formazione di uno Stato, poi si è utilizzato lo Stato per cercare di formare una Nazione che non c’era mai stata”. Sostanzialmente il processo di unificazione non è stato altro che “il processo di crescita imperialista di un piccolo Stato (il Piemonte sabaudo) che è diventato grande fagocitando altre entità sostanzialmente estranee […]”. Certo, c’era la necessità di “fare gli italiani”, pertanto, “non si è trovato di meglio che di forgiarli ‘col ferro e col fuoco’, nel vivo dell’azione, nel crogiolo delle guerre e delle battaglie.

L’unità – insiste Oneto – è stata perseguita nelle caserme e in disastrose avventure belliche e si è perciò principalmente espressa nella funesta retorica dei sacrari, dei monumenti ai caduti e dei cimiteri di guerra”. In pratica alla retorica patriottica unitaria, si mescola “una cupa atmosfera mortifera”. Basta ascoltare l’inno di Mameli, per non parlare del patriottico macello della Prima Guerra mondiale (con i popoli italiani finalmente unificati nelle trincee e nei cimiteri), per poi finire ai lugubri simboli fascisti. Purtroppo, quando fu raggiunta l’unità del Paese, venne abbandonata ogni visione federalista, che peraltro era presente in quasi tutti i progetti di unificazione. Alla fine, fu costruito “uno stato giacobino-prefettizio e iper-centralista che fosse in grado di tenere assieme un paese che non voleva stare assieme”.

Ecco questa è sostanzialmente la verità storica che non è mai stata raccontata nelle aule scolastiche e quindi che ha poco riscontro nella nostra società. Chi conosce la Storia sa come i popoli meridionali hanno dimostrato diversi sintomi di insofferenza a cominciare dal cosiddetto “Brigantaggio”, al vistoso fenomeno delle diserzioni durante la Grande Guerra. Per porre rimedio alla “gravosa cappa del centralismo unitario”, i migliori pensatori politici hanno proposto rimedi di tipo federalista. Ma a porre una “lastra tombale sulle legittime aspirazioni di autonomia dei popoli italiani”, ci ha pensato, “il fascismo che ha portato alle estreme conseguenze la finzione ideologica di Nazione italiana [… ] imponendola con ogni sorta di repressione violenta e di negazione ottusa di ogni diversità”.

Il fascismo ha continuato a “fare gli italiani”, si è riscritto il loro passato, puntando tutto sull’Impero Romano. Praticamente “tutto quello che è compreso fra la caduta di Roma e il Risorgimento, cioè fra due periodi di violenze militari”. Per fortuna secondo Oneto non è bastata “l’opera di oppressione culturale esercitata nelle scuole e nelle caserme né l’azione corrosiva e omologante dei più moderni e ossessionanti media (soprattutto della televisione) a cancellare le reali strutture culturali dei popoli d’Italia che resistono ai tremendi attacchi di ‘pulizia culturale’”.

DOMENICO BONVEGNA
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