Intervista a Yvan Sagnet, Presidente No Cap.
L’associazione NO CAP nasce nel 2011 come movimento per contrastare il fenomeno caporalato in agricoltura, per promuovere filiere etiche e per favorire la diffusione del rispetto dei diritti umani, sociali e dell’ambiente. Abbiamo incontrato il Presidente e fondatore di questa associazione, Yvan Sagnet, attivista, scrittore e ingegnere camerunese, che ha guidato lo sciopero dei braccianti di Nardò nel 2011, contribuendo all’introduzione del reato di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro.

Presidente, a distanza di 15 anni dalla nascita della vostra associazione, come siete oggi organizzati, quali sono i risultati migliori che avete ottenuto e quelli che avete in programma di realizzare?
Quando abbiamo iniziato, dopo lo sciopero di Nardò, eravamo soprattutto un movimento di lavoratori e attivisti che denunciavano lo sfruttamento nei campi. Oggi No Cap è diventata una realtà strutturata che lavora non solo per denunciare il caporalato, ma per costruire un’alternativa concreta in termini di occupazione. In questi anni siamo riusciti a mettere in protezione circa 3.000 lavoratori vulnerabili, accompagnandoli fuori da situazioni di sfruttamento e aiutandoli ad accedere a un lavoro regolare. Questo per noi è il risultato più importante, perché dimostra che il cambiamento non è solo un discorso politico ma un lavoro quotidiano sul campo. Il nostro progetto è molto concreto: lavoriamo per garantire alloggi dignitosi, trasporti sicuri verso i luoghi di lavoro e contratti regolari. In diversi territori organizziamo sistemi di trasporto che permettono ai lavoratori di raggiungere i campi senza dipendere dai caporali. Allo stesso tempo collaboriamo con aziende agricole che vogliono lavorare nel rispetto delle regole. Effettuiamo verifiche nelle aziende monitorando che i diritti dei lavoratori siano realmente rispettati e promuoviamo una filiera etica che coinvolge anche i consumatori. Il nostro obiettivo è dimostrare che un’agricoltura senza sfruttamento è possibile, costruendo un modello produttivo che restituisca dignità al lavoro e trasparenza alla filiera.

Il caporalato resta un’organizzazione specifica di un sistema criminale diffuso. Nonostante le numerose inchieste giornalistiche, investigative, processi e mobilitazioni civili e dei lavoratori, ancora migliaia di persone, spesso di origine immigrata, sono vittime di un sistema disumano di emarginazione e sfruttamento. A che cosa è dovuta la resistenza del caporalato alle forme più avanzate di contrasto?
Il caporalato resiste perché non è solo un fenomeno criminale, ma anche un sistema economico che si regge sulla vulnerabilità dei lavoratori. Quando i prezzi dei prodotti agricoli vengono compressi lungo la filiera, qualcuno paga quel costo, e troppo spesso sono i braccianti. Le Forze dell’ordine e la Magistratura fanno un lavoro importante e la legge (199/2016 ndr) ha introdotto strumenti utili. Ma se non si interviene anche sulle condizioni sociali e sull’organizzazione del lavoro agricolo, il sistema tende a riprodursi. Un problema molto serio riguarda la condizione giuridica di molti lavoratori migranti. Negli ultimi anni, anche a causa dei cambiamenti nella normativa sull’immigrazione, è aumentato il numero delle persone che si trovano senza permesso di soggiorno o in una situazione amministrativa molto precaria. Questa irregolarità rende le persone ancora più esposte allo sfruttamento. Molti lavoratori vorrebbero uscire dal caporalato e accedere a un lavoro regolare, ma quando una persona non ha documenti o non ha la possibilità di regolarizzare la propria posizione diventa molto difficile far emergere lo sfruttamento. Anche per questo il lavoro di No Cap incontra dei limiti: potremmo aiutare molte più persone se esistessero strumenti più efficaci per permettere ai lavoratori sfruttati di regolarizzare la propria posizione e accedere al lavoro legale. Finché esisterà una massa di lavoratori costretti all’irregolarità, il caporalato continuerà ad avere terreno fertile.

Qual è il ruolo e l’azione che devono svolgere le associazioni datoriali e sindacali nel contrasto e superamento del caporalato e dello sfruttamento?
Le associazioni datoriali e i sindacati devono assumersi una responsabilità molto più forte di quella che vediamo oggi. Il caporalato non è soltanto il risultato dell’azione di singoli criminali, ma anche delle distorsioni dell’intero sistema agricolo. Le associazioni datoriali devono avere il coraggio di riconoscere questo problema e impegnarsi davvero per isolare chi sfrutta i lavoratori. Difendere le imprese sane significa anche affrontare il tema della sostenibilità economica dell’agricoltura. Allo stesso modo anche i sindacati devono fare un passo in più. Non basta informare sui diritti o intervenire solo quando emerge un caso di sfruttamento. È necessario rafforzare la contrattazione collettiva, sia nazionale sia provinciale, per garantire condizioni che rendano davvero possibile un lavoro agricolo dignitoso. Questo significa partire anche dalla definizione di prezzi agricoli più equi, che non schiaccino gli agricoltori e che non scarichino i costi sulla manodopera. Se il sistema continua a basarsi su prezzi troppo bassi, lo sfruttamento continuerà inevitabilmente a riprodursi.
A distanza di 15 anni dallo sciopero di Nardò che lei ha contribuito ad organizzare, ritiene quella iniziativa oggi ancora replicabile, o è invece necessario virare verso altre forme di protesta, mobilitazione e riforma?
Lo sciopero di Nardò è stato un momento storico perché ha dimostrato che anche i lavoratori più vulnerabili possono organizzarsi e rivendicare i propri diritti. Ha portato alla luce un sistema di sfruttamento che per troppo tempo era rimasto invisibile. Oggi però la sfida non è solo denunciare, ma anche costruire alternative concrete allo sfruttamento. La mobilitazione resta importante, ma deve andare di pari passo con la creazione di modelli agricoli diversi, basati su legalità, trasparenza e rispetto dei diritti. Per questo negli anni abbiamo lavorato per sviluppare filiere etiche e collaborazioni con aziende che scelgono di lavorare in modo responsabile.

Quali sono gli aspetti positivi e critici della legge 199/2016 che proprio quest’anno compirà 10 anni?
La legge 199 del 2016 ha rappresentato un passaggio molto importante perché ha colmato un vuoto normativo che per anni aveva reso difficile contrastare efficacemente il caporalato. Prima era spesso complicato arrivare all’arresto dei caporali e perseguire penalmente queste pratiche; con questa legge sono stati introdotti strumenti più efficaci per colpire l’intermediazione illecita e lo sfruttamento del lavoro. È stata quindi una riforma fondamentale, perché ha riconosciuto che lo sfruttamento nei campi non era un fenomeno marginale ma un problema strutturale. Allo stesso tempo è diventato evidente che la repressione da sola non basta. Arrestare i caporali è necessario, ma non risolve le condizioni che permettono a questo sistema di esistere. Serve un lavoro molto più ampio di prevenzione e di riforma. Penso al rafforzamento e alla riorganizzazione dell’Ispettorato del lavoro, che deve avere più risorse e strumenti per controllare davvero i territori. È necessario migliorare il funzionamento dei centri per l’impiego, che dovrebbero svolgere un ruolo più efficace nell’incontro tra domanda e offerta di lavoro agricolo. Poi c’è il tema dei trasporti, che rappresenta un problema enorme per molti lavoratori migranti che devono raggiungere i campi in aree rurali dove non esistono servizi pubblici adeguati. In molti casi proprio questa mancanza crea lo spazio per l’intermediazione dei caporali. Per questo sarebbe utile individuare anche un soggetto pubblico capace di coordinare queste politiche, mettendo insieme lavoro, trasporti, accoglienza e controlli.

Immaginando di potersi rivolgere direttamente al Parlamento italiano, quali sono le principali proposte che Lei inviterebbe a fare per sconfiggere definitivamente sfruttamento e caporalato?
La prima cosa è intervenire sulla filiera agroalimentare, che oggi spesso scarica i costi sugli anelli più deboli. Per questo è necessario anche regolamentare meglio il ruolo della grande distribuzione organizzata, che ha un potere enorme nella determinazione dei prezzi. Senza prezzi equi lungo la filiera si crea una pressione continua al ribasso che finisce per peggiorare le condizioni degli agricoltori e dei lavoratori. Un secondo punto riguarda trasporti e alloggi dignitosi per i lavoratori agricoli, perché il caporalato prospera proprio quando i lavoratori dipendono dai caporali per questi servizi essenziali. È poi necessario intervenire sulla condizione giuridica dei lavoratori migranti. Molte persone che lavorano nei campi si trovano oggi in una situazione di irregolarità o di grande precarietà amministrativa. Bisogna creare strumenti che permettano ai lavoratori già presenti nel Paese di regolarizzare la propria posizione e accedere al lavoro legale, perché l’irregolarità è uno dei principali fattori che alimentano lo sfruttamento. Infine è fondamentale garantire maggiore protezione ai lavoratori che denunciano, perché senza il loro coraggio molte situazioni resterebbero invisibili. Combattere il caporalato significa costruire un modello agricolo più giusto, in cui la dignità del lavoro diventi parte integrante del valore dei prodotti che arrivano sulle nostre tavole.
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