I CONTI CON IL PASSATO: IL PICCIOTTO E IL BRIGATISTA, REPORTAGE DI UN PAESE CON LE MANI SPORCHE DI SANGUE

«Ti sto dicendo che facciamo la stessa cosa, Professore. Combattiamo perché siamo convinti di avere ragione. Combattiamo per ottenere obbedienza». Si può riassumere con questa frase Il picciotto e il brigatista (Fazi, pp. 220, euro 16,50) del giornalista Roberto Gugliotta e dell’editor Giovanna Vizzaccaro. Un’opera a metà fra il saggio e il romanzo, dove gli autori ricostruiscono la storia italiana degli Anni ’70 attraverso l’amicizia fra Francesco, “il Professore”, brigatista arrestato dopo una rapina, e Vincenzo, boss della mafia siciliana. Un racconto sospeso fra la fiction e la cronaca, nato grazie agli incontri con un pentito e un ex terrorista e alle rivelazioni di Gaetano Costa, killer pentito che nel 1997, in un’intervista a Sette, parlò di un presunto patto fra Stato e uomini d’onore per eliminare i capi brigatisti in carcere. Un accordo che sarebbe saltato proprio per il senso di lealtà verso altri compagni di cella.
Quando vengono rinchiusi insieme nel carcere di Cuneo, tutto dovrebbe dividere i protagonisti del romanzo. Ma col tempo fra i due nasce una sincera amicizia che culmina nella decisione di creare una commissione per l’autogoverno dei detenuti. Perché dietro le sbarre i veri nemici sono i secondini, e per sfuggire a botte e soprusi tutto quello che i carcerati possono fare è cercare di allearsi per ottenere migliori condizioni di vita. Una lotta che diventa ancora più violenta quando vengono istituiti penitenziari speciali come l’Asinara, Pianosa e Fossombrone, e negli istituti di pena italiani inizia una lunga stagione di rivolte per modificare le regole del regime di carcere duro.
Il percorso fatto insieme cambia sia Vincenzo, che decide di pentirsi, sia Francesco, che si dissocia dal terrorismo. Il Professore, che all’inizio si sente migliore rispetto ai mafiosi, con il tempo fa sempre più fatica a riconoscersi negli ideali a cui ha sacrificato tutto e ad accettare che i suoi vecchi amici si siano trasformati in assassini. Solo le parole di un “picciotto” riescono ad aprirgli gli occhi. «”Sembra che le pallottole escono da sole, e voi siete i buoni che cercate di fargli cambiare direzione, e se non muore nessuno è merito vostro. Ma io credo che quando sparate prendete la mira, e se non cogliete nessuno… quello è merito di Dio. Allora tanto vale dirlo, che fra le altre cose che fate c’è anche sparare”. Io capivo che intendeva dire che se non avevano ucciso nessuno era stato loro malgrado, ma non riusciva a dirlo con parole chiare. Per fortuna, perché nei nostri cuori quella considerazione avrebbe aperto una breccia di vergogna molto profonda». «Comunque si rigirasse la questione, il punto era sempre lo stesso: eravamo degli ipocriti. E me l’aveva fatto notare un sicario della mafia, pensai amaramente».