di Andrea Filloramo
Il pontificato di Papa Leone XIV doveva rappresentare una svolta. Primo papa nato negli Stati Uniti, missionario tra i poveri dell’America Latina, uomo presentato come ponte tra mondi diversi. Una figura che, nelle aspettative di molti, avrebbe potuto parlare con forza morale in un tempo dominato da leader aggressivi e politiche divisive.
E invece il Papa continua a parlare sottovoce, mostra ritrosia, riluttanza, riserbo, timidezza, resistenza, apparente mancanza di empatia dinnanzi a un mondo che ci sta cadendo addosso, a guerre sanguinose le cui cause sono gli affari , ai mercanti della morte che scommettono sulle frontiere, sui rancori, sulle escalation, sugli equilibri armati e intanto chiamano pace la paura, chiamano ordine il dominio, chiamano sicurezza la minaccia permanente.
È questa la lingua della diplomazia. Ma non è la lingua dei profeti.
Nel Vangelo il gesto più scandaloso di Gesù Cristo non è una predica ma un’azione: entra nel Tempio, rovescia i tavoli dei mercanti, accusa pubblicamente chi ha trasformato la religione in affare. Non chiede permesso. Non teme conseguenze. Sfida il potere religioso ed economico davanti a tutti.
Duemila anni dopo, la Chiesa che si richiama a quel gesto sembra aver scelto la strada opposta: prudenza, equilibrio, diplomazia.
Mentre la politica mondiale si radicalizza e leader controversi dominano la scena — tra questi particolarmente Donald Trump — e le guerre senza senso insanguinano il mondo, i morti si contano a centinaia di migliaia, dal Vaticano e dal palazzo pontificio arrivano parole sempre più generiche: appelli alla pace, inviti al dialogo, richiami morali senza destinatari.
È la lingua della diplomazia. Ma non è la lingua dei profeti.
Il problema non è solo politico: è teologico. Se il cristianesimo nasce come denuncia dell’ingiustizia e difesa degli ultimi, una Chiesa che evita lo scontro con il potere rischia di trasformarsi in un’istituzione che commenta il mondo invece di cambiarlo.
La storia dimostra che i papi possono essere molto più incisivi. Giovanni Paolo II contribuì a incrinare il sistema comunista europeo. Pio XI denunciò il nazismo quando molti preferivano tacere.
Oggi invece il Papa sembra aver interiorizzato una regola non scritta: non disturbare troppo il potere.
Ma il Vangelo non è mai stato prudente. È stato scandaloso, divisivo, perfino pericoloso.
Per questo la domanda che cresce dentro e fuori la Chiesa è sempre più semplice e sempre più dura: il papa che guida oggi il cattolicesimo mondiale vuole davvero cambiare il mondo, o soltanto restare in buoni rapporti con chi lo governa?
Finché quella domanda resterà senza risposta, il gesto di Cristo nel Tempio continuerà a suonare come un’accusa. Non contro i mercanti di allora, ma contro il silenzio di oggi.
