Occidente in caduta tra stagnazione, disuguaglianze e fratture sociali

L’analisi dell’antropologo e storico francese Emmanuel Todd — che in passato aveva previsto il crollo dell’Unione Sovietica — torna a scuotere il dibattito geopolitico con una tesi radicale: la disgregazione dell’Occidente euro-atlantico, accelerata dal conflitto ucraino, non è una prospettiva lontana ma una realtà già in atto. La sua visione offre una chiave ermeneutica potente per leggere le dinamiche che stanno riscrivendo l’ordine economico e politico globale, mettendo in discussione presupposti considerati intoccabili fino a pochi anni fa. 

Secondo Todd, il punto di partenza è la sconfitta dell’Occidente, non solo in termini militari ma soprattutto per l’impatto economicamente autodistruttivo delle sanzioni. L’interruzione delle forniture di gas russo a basso costo — definita dallo stesso Todd un “atto di follia suicida” — ha colpito al cuore il modello produttivo europeo, minando la competitività della sua principale locomotiva industriale: la Germania.

Secondo Todd, il punto di partenza è la sconfitta dell’Occidente, non solo in termini militari ma soprattutto per l’impatto autodistruttivo delle sanzioni

Questa lettura non esaurisce tuttavia le cause della crisi, ma ne accelera e rende visibili contraddizioni strutturali già presenti prima del 2022. Le proiezioni più recenti lo confermano. Dopo la contrazione del 2024, l’economia tedesca continua a mostrare un marcato rallentamento, con un Pil stagnante o lievemente negativo in diversi trimestri del 2025. A livello continentale, l’Eurozona registra una decelerazione diffusa: costi energetici elevati, frammentazione delle catene del valore e instabilità geopolitica erodono la competitività industriale, generando una crescita insufficiente ad assorbire le crescenti pressioni sociali. La crisi ucraina ha agito da catalizzatore, ma il terreno era già fragile.

All’indebolimento del sistema economico europeo fa da contraltare la crescita accelerata dei paesi del Sud globale

All’indebolimento del sistema economico europeo fa da contraltare la crescita accelerata dei paesi del Sud globale, con il gruppo BRICS+ che registra tassi nettamente divergenti rispetto alla stagnazione occidentale. Secondo le più recenti proiezioni del Fondo Monetario Internazionale, la crescita aggregata dei BRICS+ supera stabilmente il 4%, trainata da India, Cina e dalle economie energetiche del Golfo; l’Eurozona, invece, si attesta intorno all’1%, con Germania e Italia spesso prossime allo zero. Parallelamente, il peso dei BRICS negli scambi globali ha superato quello del G7, segnalando un riequilibrio strutturale del commercio mondiale. Questa asimmetria è rafforzata dal progressivo aumento delle riserve internazionali denominate in valute alternative al dollaro – yuan, rublo, dirham – e dall’espansione della Nuova Banca di Sviluppo, che sta ampliando gli strumenti finanziari per le transazioni in valuta locale. La cosiddetta “de-dollarizzazione” non implica un crollo imminente dell’egemonia monetaria statunitense, ma segnala una tendenza graduale e cumulativa che, nel tempo, riduce il margine di manovra finanziario dell’Occidente.

L’Unione europea appare intrappolata tra shock energetico, aumento dei costi e assenza di una strategia industriale comune

Sul fronte europeo, il quadro resta preoccupante. Il PMI manifatturiero dell’Eurozona permane stabilmente sotto la soglia dei 50 punti – indicatore di contrazione – mentre la produzione industriale, tedesca e italiana, registra variazioni annue negative. Al contempo, l’inflazione rimane relativamente elevata e la stretta monetaria ha indebolito il credito a imprese e famiglie, comprimendo ulteriormente gli investimenti. L’Unione europea appare così intrappolata tra shock energetico, aumento dei costi e assenza di una strategia industriale comune, risultando particolarmente esposta in un contesto globale che accelera verso la multipolarità economica.

Il blocco BRICS, recentemente ampliato con l’ingresso di Arabia Saudita, Iran, Egitto, Etiopia ed Emirati Arabi Uniti, rappresenta oggi circa un terzo del Pil mondiale

In questo scenario, l’asse geopolitico internazionale si sta progressivamente spostando. Todd osserva come il “Resto del mondo” stia sfruttando la crisi occidentale per rafforzare la propria autonomia strategica. Il blocco BRICS, recentemente ampliato con l’ingresso di Arabia Saudita, Iran, Egitto, Etiopia ed Emirati Arabi Uniti, rappresenta oggi circa un terzo del Pil mondiale e oltre il 45% della popolazione globale. Si tratta di un aggregato eterogeneo, ma sempre più coordinato nella volontà di ridurre la dipendenza dai centri decisionali occidentali. In questo quadro, la de-dollarizzazione assume un valore politico oltre che economico. Pur restando il dollaro dominante nei pagamenti internazionali – circa il 60% delle transazioni SWIFT – l’aumento degli scambi bilaterali in valute locali, come l’accordo petrolifero tra India ed Emirati Arabi Uniti, regolato in rupie e dirham, o quello tra Venezuela e Cina, recentemente stroncato con l’eliminazione dalle scene del Presidente Maduro, regolato in yuan, indica una traiettoria che inizia a intaccare, senza strappi, le fondamenta dell’egemonia finanziaria statunitense.

L’espansione dell’istruzione superiore di massa ha prodotto un paradosso occidentale: un’élite iper-istruita, culturalmente omogenea ma socialmente distaccata

Il nucleo più profondo dell’analisi di Todd riguarda tuttavia la dimensione culturale e sociale. L’espansione dell’istruzione superiore di massa ha prodotto un paradosso occidentale: un’élite iper-istruita, culturalmente omogenea ma socialmente distaccata, si è progressivamente separata dal resto della popolazione, alimentando risentimento, sfiducia e un subconscio inegualitario che incrina il patto sociale. Non si tratta solo di una frattura economica, ma di una distanza simbolica che mina la legittimità delle classi dirigenti. I dati confermano questa deriva: l’indice di Gini è aumentato in undici Stati membri dell’Unione europea tra il 2012 e il 2021. L’Italia, con un Gini pari al 32,7%, nel 2022, si colloca stabilmente sopra la media europea (29,6%), segnalando un divario crescente che accentua la frustrazione delle classi medio-basse. Su questo terreno prosperano i movimenti populisti e nazional-conservatori, sintomo diretto della delegittimazione delle élite, incapaci di garantire prosperità o di articolare una visione credibile del futuro. Gli Stati Uniti mostrano una maggiore resilienza economica rispetto all’Europa, ma non sono immuni da dinamiche analoghe. Disuguaglianze crescenti, polarizzazione politica e tensioni sociali strutturali indeboliscono la capacità di Washington di esercitare una leadership stabile e universalmente accettata, accentuando la percezione di un Occidente sempre meno coeso e sempre più diviso al proprio interno.

In Occidente bisogna ricostruire un patto sociale credibile, colmare le disuguaglianze economiche e culturali e ridefinire il posizionamento strategico dell’Europa

La crisi dell’Occidente appare dunque come un fenomeno sistemico articolato su tre livelli interconnessi: la sconfitta strategica in Ucraina; la stagnazione economica in Europa; la disgregazione socio-culturale che ha eroso la coesione interna e la legittimità istituzionale. Nessuno di questi fattori, preso singolarmente, spiega il declino; è la loro combinazione a produrre una frattura profonda. L’urgenza è evidente: ricostruire un patto sociale credibile, colmare le disuguaglianze economiche e culturali e ridefinire il posizionamento strategico dell’Europa prima che la riorganizzazione del potere globale renda queste crepe irreversibili. Il tempo in cui l’Occidente dettava unilateralmente le regole del gioco mondiale è probabilmente alle spalle. La questione aperta non è se saprà adattarsi al nuovo contesto, ma se riuscirà a farlo prima che siano altri a stabilire, definitivamente, le regole del gioco.

 

Gabriele Cicerchia – www.leurispes.it