Secondo i dati ufficiali dell’Esma, l’Italia, insieme al Portogallo, ha registrato i livelli di costo più elevati nell’Unione europea per i fondi azionari retail nel corso del 2024. Analizzando nel dettaglio i fondi azionari Ucits domiciliati in Italia, il valore medio ponderato dei costi correnti si attesta intorno all’1,9% (1,3% la media Ue), mentre il costo mediano sale ulteriormente superando la soglia del 2,1% (1,6% la mediana Ue).
Questa onerosità è influenzata in modo decisivo dal modello di distribuzione nazionale, dove banche e imprese di investimento giocano un ruolo centrale nel comparto dei fondi. In tale contesto, i gestori pagano spesso una quota dei costi correnti o delle commissioni una tantum ai distributori e le commissioni di incentivo (inducements) rappresentano mediamente il 45% dei costi correnti pagati dagli investitori a livello europeo.

Sul fronte dell’allocazione dei patrimoni, i risparmiatori italiani confermano una storica prudenza rispetto ai vicini europei, con una quota di investimenti focalizzata sulle azioni pari ad appena il 14% nel 2024, un dato che contrasta drasticamente con il 68% registrato nei Paesi Bassi.
Nonostante questa ridotta esposizione azionaria complessiva, l’Italia emerge come un protagonista assoluto nella nuova frontiera degli Etf a gestione attiva. Nel secondo trimestre del 2025, gli investitori italiani hanno, infatti, generato il 21% del numero totale di transazioni in Etf azionari attivi dell’Ue, posizionandosi come il secondo mercato più attivo dopo la Germania. Il primato italiano è ancora più marcato nel segmento degli Etf obbligazionari attivi, dove le transazioni effettuate da investitori italiani e olandesi hanno pesato per quasi il 70% del volume totale comunitario.
Anche nel comparto dei prodotti strutturati, l’Italia riveste un ruolo di primo piano con un campione di ben 2.611 prodotti analizzati dall’autorità, riflettendo l’ampiezza di un settore caratterizzato da emissioni di matrice prevalentemente bancaria rispetto al modello tedesco focalizzato sulle borse. Sebbene i costi mediani degli SRP in Italia siano risultati allineati ai tre principali mercati europei, attestandosi tra lo 0,6% e lo 0,7%, l’analisi evidenzia l’importanza di monitorare attentamente l’orizzonte temporale scelto dall’investitore. Il report segnala infatti che, in uno scenario di mercato moderato, il 20% dei prodotti strutturati potrebbe mostrare rendimenti netti negativi qualora l’investitore decidesse di liquidare l’investimento dopo un solo anno.
Infine, l’Italia figura tra i Paesi analizzati per l’impatto dell’inflazione, la quale ha eroso sensibilmente i rendimenti creando un divario marcato tra la performance lorda e il rendimento reale netto percepito dai risparmiatori.
(CityWire del 04/03/2026)
