Diletta Molinelli: come sarebbe bello rendere la Sicilia una “griffe”

Diletta Molinelli, musicologa, si è formata all’Università degli Studi di Palermo, dove ha studiato al DAMS e poi in Musicologia e Scienze dello Spettacolo. Ha proseguito il suo percorso con un Master di II livello in Economia e Management dei Beni Culturali e del Patrimonio UNESCO, spinta da un interesse profondo per la valorizzazione e la comunicazione del patrimonio culturale, in particolare musicale.

Lettrice appassionata e autrice di recensioni e approfondimenti culturali, affianca al rigore della formazione accademica una forte attenzione alla scrittura e al racconto, cercando di restituire la complessità delle arti e dei processi culturali in modo accessibile e coinvolgente.

Diletta, partiamo della tua indole, e quindi delle tue radici: da cosa nasce la passione per l’Arte, la scrittura e la musica?

La mia passione per l’Arte nasce da una predisposizione all’ascolto e all’osservazione. Fin da bambina ho sentito il bisogno di dare forma alle emozioni e alle domande che mi abitavano dentro. La scrittura, la musica e il teatro sono diventati strumenti attraverso cui ordinare il pensiero e cercare senso nelle cose.

Non è stato un percorso programmato, ma una inclinazione naturale: l’Arte, per me, è prima di tutto uno spazio di ricerca e di dialogo, un modo per entrare in relazione con il mondo senza smettere di interrogarmi.

Scrivi: un’età strategica, come direbbero gli analisti, abbastanza grande per sapere che non posso (e non voglio) più perdere tempo a fare cose che non mi va di fare, abbastanza giovane per qualche altro colpo di testa…se c’è una cosa che ho imparato, è che crescere non significa perdere leggerezza, ma capire dove metterla per non farla volare via. Ci sveli come fare?

Crescere, per me, ha significato imparare a riconoscere il valore del tempo. A un certo punto si comprende che non tutto merita la nostra energia e che scegliere diventa un atto di rispetto verso sé stessi.

La leggerezza non è assenza di responsabilità, ma capacità di non appesantire ciò che può essere vissuto con misura. Non si tratta di perderla, ma di orientarla: metterla nei rapporti sinceri, nei progetti che sentiamo nostri, nei momenti che meritano presenza.

Maturare senza irrigidirsi, conservando curiosità e apertura, ma con maggiore consapevolezza di ciò che conta davvero. Forse non esiste una formula per non far volare via la leggerezza. Esiste però una cura quotidiana: scegliere ciò che ci somiglia davvero e avere il coraggio di lasciare il resto.

I sogni si avverano se solo lo desideriamo abbastanza: è una delle citazioni più famose di Peter Pan…che cosa  è rimasto de tuoi sogni adolescenziali? Com’eri a quell’età?

Da adolescente ero timida, ma al tempo stesso piena di vita e di progetti. Avevo sogni molto grandi, forse ingenui ma autentici. Di quei sogni è rimasta soprattutto l’energia che li animava: la curiosità, la voglia di capire il mondo. Alcuni si sono realizzati, altri hanno cambiato forma, ma tutti hanno lasciato tracce preziose che ancora oggi guidano le mie scelte e alimentano la mia passione per la scrittura e la musica. Crescendo si comprende che il sogno non è un punto d’arrivo, ma una tensione interiore che ci accompagna e si adatta alle esperienze.

La cosa più bella della vita è l’esser curioso. Sapere di avere qualcosa ancora da imparare è l’energia più potente che esista?

La curiosità è senza dubbio una delle energie più potenti della vita. Sapere che c’è sempre qualcosa da imparare mantiene la mente aperta e il cuore attento, spingendoci a esplorare, ascoltare e crescere costantemente. È ciò che trasforma le esperienze, anche quelle più semplici, in occasione di scoperta e riflessione.

Si dice che l’arte abbia a che fare con i nostri limiti e le nostre debolezze umane: la distanza tra noi e le nostre fragilità. Quanto sei fragile?

La fragilità non si può misurare. Fa parte di tutti noi e si manifesta in modi diversi, spesso sottili. Non è un limite da nascondere, ma un territorio da esplorare. L’Arte ci offre uno spazio sicuro per incontrarla, osservarla e trasformarla in consapevolezza. È proprio attraverso questo dialogo con le nostre fragilità che troviamo forza e profondità.

Studiando il Diletta pensiero mi ha colpito questa tua affermazione: C’è un luogo incantato, sacro, dove gli Dei sono ancora in relazione con l’uomo, che restituisce la dimensione del rito e del simbolo, secondo l’unità aristotelica di tempo, luogo e azione. Quel luogo è il Teatro Greco di Siracusa…

Il Teatro Greco di Siracusa è un luogo straordinario dove passato e presente si incontrano. Non è solo uno spazio fisico, ma un’esperienza che permette di percepire la continuità tra l’uomo e le sue aspirazioni più profonde. È un luogo che insegna come l’Arte possa creare relazioni, narrare storie e restituire senso al tempo e allo spazio in cui ci muoviamo.

L’Arte è contro ogni guerra. L’Arte è atto di resistenza, di narrazione, di trasformazione, di verità. L’Arte è atto di difesa della vita, è lotta, è accoglienza, è ascolto… Il tuo pensiero?

Mi ricollego alla domanda precedente sul Teatro Greco di Siracusa perché, come accennavo, è un esempio straordinario di come l’Arte possa creare relazioni tra l’uomo e il tempo, tra l’individuo e la collettività. Ma l’Arte non si limita a luoghi o momenti specifici: è anche atto di resistenza, di narrazione e di trasformazione. Racconta storie, restituisce verità, difende la vita e ci spinge all’ascolto e all’accoglienza. È attraverso l’Arte che possiamo osservare le fragilità, dare voce alla memoria e costruire ponti tra ciò che è fragile e ciò che è resistente.

L’arte è uno strumento universale, l’unica “arma” che non ferisce e che, anzi, ci è utile per decifrare il nostro passato senza esserne schiavi. Al contempo, l’arte è un modo per leggere il nostro tempo, uno specchio che ci restituisce la realtà in tutta la sua verità: ci insegna ad ascoltare e accogliere, trasformando la memoria e l’esperienza in consapevolezza e apertura verso il futuro.

In Sicilia, nella nostra Sicilia c’è un problema di rapporti: chi si occupa di gestire la cosa pubblica promette (ma non mantiene) di bloccare la fuga dei cervelli e dei giovani. Non è che uno dei motivi della fuga dall’Isola è l’uso del cervello?

Molti giovani sono costretti a lasciare la Sicilia non per mancanza di talento o ambizione, ma perché le istituzioni non sempre investono nella valorizzazione di questa terra straordinaria, così ricca di storia, cultura e bellezza. La sfida, da un punto di vista antropologico, è creare condizioni che permettano di coniugare l’identità culturale con l’apertura al cambiamento, trasformando la conoscenza e il talento in risorsa condivisa senza disperdere ciò che rende unica la comunità.

Ma anche trovare modi per “fare resistenza” rimanendo ai margini, consapevolmente, contribuendo a valorizzare ciò che la Sicilia ha di unico e cercando di trasformare le opportunità mancanti in iniziative concrete. Occupare spazi di libertà e osservazione, luoghi ricchi di storia, memoria e opportunità, da cui è possibile costruire nuovi percorsi senza perdere il legame con le proprie radici.

Sei una figlia di questa bellissima terra: ti sarai fatta una idea su cosa serva davvero per renderla una griffe?

Dal punto di vista manageriale, rendere la Sicilia una “griffe” significa applicare strategie strutturate per la valorizzazione delle sue eccellenze culturali e creative. Non basta puntare sulla fama o sull’apparenza: occorre identificare i patrimoni materiali e immateriali, promuovere il talento dei giovani, creare reti di collaborazione tra istituzioni, imprese e operatori culturali e favorire sinergie tra innovazione e tradizione.

È fondamentale sviluppare modelli di governance e progettualità sostenibili, capaci di trasformare la ricchezza storica, artistica e simbolica dell’isola in opportunità concrete, generando valore economico, sociale e culturale. Viviamo in un territorio che non è solo mare e sole, ma un ecosistema complesso di patrimoni, storie e competenze: gestirlo e valorizzarlo con approcci strategici può fare la differenza nel creare una Sicilia riconosciuta come riferimento internazionale di eccellenza culturale e creativa.

Tempi moderni: i social hanno un impatto fortissimo nelle nostre vite. I numeri dicono che ogni mese il 40% della popolazione mondiale li frequenta. Per certi versi è l’esercizio di coabitazione più grande della storia e allora perché ciononostante viviamo tutti questi conflitti generazionali e non? Cosa abbiamo perso di vista vivendo solo di immagini virtuali e chiacchiere da bar?

I social sono strumenti straordinari, capaci di connettere persone e culture in modi prima impensabili. Allo stesso tempo, la loro diffusione ha reso più evidente una certa frammentazione nelle relazioni e nella comunicazione: la rapidità, l’iperconnessione e l’attenzione alle immagini rischiano di sostituire il dialogo profondo e l’ascolto autentico.

Non si tratta di colpe, ma di una sfida collettiva: capire come conservare profondità e curiosità in un mondo che premia la velocità e l’immediatezza. Credo che sia possibile usare questi strumenti con consapevolezza, trasformandoli in occasioni di confronto e crescita, senza ridurre l’esperienza umana a “like” o chiacchiere superficiali.

I conti con il passato. C’è sempre un momento in cui tutti, guardandoci alle spalle, abbiamo provato un rimorso o un rimpianto. e abbiamo avvertito quanto fosse amara la consapevolezza dell’irreversibilità. quasi una pena aggiuntiva alla condanna del tempo che scorre. Quante volte ti sei detta: è troppo tardi? E come hai cercato di metabolizzare la cosa?

Credo che tutti, a un certo punto, ci confrontiamo con rimpianti o scelte passate, ma raramente serve chiedersi “è troppo tardi?”. L’irreversibilità fa parte della vita: l’importante è trasformare la consapevolezza del tempo che scorre in energia per il presente. Ho imparato a guardare indietro non per fermarmi o rimproverarmi, ma per comprendere e trarre insegnamenti, così da affrontare il futuro con maggiore chiarezza e determinazione. Anche Dante si ritrovò in una selva oscura “nel mezzo del cammin di nostra vita”, ma da quel percorso può nascere un capolavoro: ogni esperienza, anche la più difficile, può diventare occasione di crescita, consapevolezza e creatività.

Qual è stato il muro in cui hai sbattuto più volte?

Più che “muri”, ho incontrato limiti strutturali o contesti che richiedevano pazienza e adattamento. Da questi ho imparato che “sbattere contro un muro” non significa fallire, ma piuttosto riconoscere ciò che richiede più tempo, strategia o collaborazione per essere superato. Ogni difficoltà diventa così occasione di riflessione, di rafforzamento e di crescita, insegnandomi a trovare nuove strade senza perdere curiosità e determinazione.

Ti senti fortunata o in debito con il destino?

Credo che la vita sia fatta di una combinazione di opportunità, scelte e incontri: per questo mi sento fortunata. Allo stesso tempo, c’è una responsabilità nel riconoscere e valorizzare ciò che ci è stato concesso, nel trasformare le possibilità in azioni concrete. Non è tanto una questione di debito o credito con il destino, quanto di consapevolezza: coltivare ciò che ci è dato e contribuire, nel nostro piccolo, a rendere il mondo più ricco di senso.