Santa Teresa di Riva (ME) – Carissimi, questa lettera rappresenta, in un certo senso, la cassa di risonanza delle reazioni del passaggio del ciclone Harry che ha provocato distruzioni e disastri, lasciando sul lastrico numerose attività commerciali e creando moltissime difficoltà alla circolazione stradale e ferroviaria lungo la fascia jonica della nostra regione.
Se dovessimo descrivere il passaggio fra il prima e il dopo che tale cataclisma ha generato in moltissime persone della zona summenzionata, potremmo ricorrere a una metafora musicale, dicendo che si è passati dall’ Eroica, sinfonia n. 3 di Beethoven, alla Patetica, Sonata per pianoforte n. 8 dello stesso compositore.
Il momento che stiamo vivendo è contrassegnato inevitabilmente da numerosi disagi, che mettono a nudo e a dura prova anche la fede dei cristiani, i quali non devono in alcun modo sentirsi lasciati soli dal Padre buono.
Questi confonde, ma non abbandona! Intrecciata alla nostra forza c’è sempre la forza di Dio, intrecciato al nostro respiro c’è sempre il respiro dell’Altissimo.
Si ripresenta davanti ai nostri occhi la scena di Gesù sul mare di Genesaret: infuria la tempesta e i discepoli sono presi dal panico (cfr. Mc 4,35ss). Dio è qui sul mare, insieme a noi, sempre. È nella forza dei rematori; è negli occhi che cercano la riva e intanto la barca, simbolo della nostra vita fragile, dell’esistenza bella e difficile, avanza nella notte. Il Signore non ci evita le tempeste, ma ci sostiene dentro le burrasche della vita.
A ben guardare anche noi, oggi, siamo “obbligati” a confrontarci con questo sconvolgimento globale, come ha fatto papa Francesco la sera del 27 marzo 2020, da solo sotto la pioggia battente, assalito dalla “tempesta Covid”, attanagliato dall’angoscia per la morte di milioni di persone in tutto il mondo.
Davanti a certi drammi, nessuno può dire di esserne esente, perché tutti ci sentiamo perduti: dalla fede, che è saldezza, alla paura che è palude, in cui si sprofonda perché in un istante- dice il Vangelo- Pietro non fissa più lo sguardo su Gesù, ma sul vento, non più su quel volto, ma sulla notte e sulle onde. Non si interessa più alla meta, ma alle difficoltà e al proprio limite. Nel vento e nella tempesta dubita e crede, grido nella notte, ma dentro questo grido c’è già l’abbraccio: il Cristo stende la sua mano per afferrare la nostra.
Il mio intento è, quindi, quello di tentare di rileggere questo evento dolorosissimo su due livelli interdipendenti: uno prettamente umano/esistenziale, l’altro comunitario/ecclesiale.
È fuori dubbio che, di fronte a questa immane tragedia che ci sovrasta, si è colti dalla paura paralizzante che blocca all’istante la speranza di un futuro positivo.
Tutti, anche chi è stato risparmiato dalle mareggiate ma non dalle raffiche impetuose del vento, abbiamo avuto danni e abbiamo toccato con mano come le forze della natura, che non dipendono dall’uomo, ci fanno sentire piccoli, indifesi e insignificanti.
Quanti pensieri in quei momenti hanno fatto vacillare le nostre sicurezze di fronte a una sorte che sembrava segnata dalla distruzione dentro di noi e attorno a noi?
E, diciamolo pure, la nostra fiducia nei progetti piccoli o grandi che ciascuno coltiva, è crollata!
Proprio qui comincia il coinvolgimento comunitario che obbliga a guardare in faccia non solo quanto distrutto dal ciclone, ma pure la reazione “cristiana”.
Quante volte siamo stati tirati fuori! Quante risurrezioni quotidiane di cui ringraziare!
Per inoltrarmi in questa dimensione, prendo a prestito la saggezza di un grande moralista, il p. B Haering, che alla domanda: “Dov’è il diavolo?”, puntualizzò così: “Il diavolo è il pessimismo. Abbandonarsi all’angoscia che diminuisce le energie, il credere che il male vincerà. L’aspettarsi sempre il peggio…”.
Come i discepoli sulla barca, anche noi nelle difficoltà spesso manchiamo della fiduciosa certezza che opera per il bene di quelli che amano Dio (cfr. Rom 8,28s) e ne deriva che non sappiamo (o non vogliamo?) vedere i segni di speranza che ci stanno attorno. Gesù viene ancora in aiuto a chiunque è catturato dalla tempesta, a chiunque sta affogando. Lo invochiamo, e Lui verrà verso la fine della notte; dopo la lunga lotta con le onde verrà, Lui sì, camminando sul mare, camminando sulla morte. Verrà dentro la nostra poca fede a salvarci da tutti i naufragi e la piccola barca di canne, il cuore, avanzerà verso la fine della notte, dove il grido di paura diventa abbraccio tra l’uomo e il suo Dio.
Forse non riusciamo a operare tale passaggio perché non vogliamo impegnarci. A tale proposito, vi suggerisco di cercare e leggere sul Web una preghiera celeberrima di don Primo Mazzolari, della quale trascrivo solo l’inizio e una strofa collegata al nostro discorso:
“Ci impegniamo noi e non gli altri, unicamente noi e non gli altri (…)
Nei momenti più gravi ci si orienta dietro richiami
che non si sa di preciso da dove vengono,
ma che costituiscono la più sicura certezza,
l’unica certezza nel disorientamento generale…”
Quanti cristiani hanno pensato, durante la bufera: “Ma Dio che fa, dorme?”.
Il silenzio di Dio riesce a scorticare anche la più “sicura” fiducia dei credenti.
Dalla pagina evangelica dobbiamo imparare che l’Onnipotente ci parla nonostante il silenzio.
Per il cristiano solo Dio è la sua forza e il suo sostegno.
Anche in questo tragico momento Gesù è in mezzo a noi… che dorme.
O forse piuttosto è la nostra fede ad essere narcotizzata?
Come la primitiva comunità cristiana, anche quella odierna incassa i contraccolpi che la destabilizzano, contraccolpi dettati sia dal clima sempre più instabile che dalle sciagure provocate dalla natura sempre più violentata dagli interessi umani, senza dimenticare il dramma della “terza guerra mondiale a pezzi” (papa Francesco).
Questa situazione intacca gli schemi mentali di sociologi, teologi, pastori d’anime… Questi ultimi si ritrovano spesso nelle parole del profeta Geremia (14,18):
“Anche il profeta e il sacerdote si aggirano per il paese e non sanno che cosa fare”.
Rimpianto, nostalgia, malessere attraversano e mettono alla prova tante comunità cristiane sintonizzate forse sulla lunghezza d’onda di una fede incapace di ragionare.
I cristiani, infatti, non possono non chiedersi quale rapporto intercorre fra Dio e gli eventi (talvolta catastrofici) della storia. Davanti al disastro non dobbiamo chiederci ciò che di male abbiamo fatto per subire una sorte così devastante.
Da questi eventi, come suggerisce Lc 13,4-5, i cristiani dovrebbero imparare, scrutando i segni dei tempi, che Dio concede ancora del tempo per ritornare a Lui.
I pescatori sanno che il mare è pericoloso e le tempeste terribili, ma non hanno mai considerato questi pericoli ragioni sufficienti per rimanere a terra.
La proposta di Gesù è “alzati e cammina “per ricominciare a vivere. Dunque, come suggerisce Luigi Verdi,
alzarsi, nonostante le pesantezze, per mantenere l’intensità, la freschezza e la voglia di ricominciare;
alzarsi, come la luce ad ogni alba, come gli occhi dei bambini;
alzarsi e passare quella porta, lasciando il certo per l’incerto…
Chiudere gli occhi e fidarsi…. Tornare a camminare. È tempo di rifiorire!
Auguri per una veloce e ordinata ripresa e per una profonda consapevolezza del rispetto del creato,
Ettore Sentimentale
