Ester Vinci è tra i volti protagonisti de L’INVISIBILE. La storia di una donna nel racconto della cattura di Matteo Messina Denaro

Ester Vinci è tra i volti protagonisti de L’INVISIBILE, la nuova miniserie prodotta da Pietro Valsecchi per la regia di Michele Soavi, in prima visione su RaiUno martedì 3 e mercoledì 4 febbraio, disponibile anche in boxset su RaiPlay.

Nella serie, che racconta gli ultimi mesi delle operazioni dei ROS culminate con la cattura di Matteo Messina Denaro, Ester Vinci interpreta Santuzza, moglie di Giove, carabiniere membro della squadra speciale impegnata nella cosiddetta Operazione Tramonto. Un personaggio femminile intenso e necessario, che accompagna lo spettatore nella scoperta delle verità più intime e dolorose di una missione che ha segnato la storia recente del nostro Paese.

Il cast vede Lino Guanciale nel ruolo del Colonnello Arcidiacono, a capo della squadra dei ROS, affiancato da Levante nei panni della moglie del carabiniere. Completano il cast Leo Gassmann, Paolo Briguglia, Noemi Brando e Massimo De Lorenzo. Ninni Bruschetta interpreta Matteo Messina Denaro, mentre Bernardo Casertano è Giove, marito di Santuzza.

Ester, come si vive tra delitti, violenze, accuse, crimini in genere? La tua storia di attrice cosa ti ha trasmesso?

Si vive imparando ogni volta a tornare alla semplicità. Raccontare il male, la violenza, il dolore non ti indurisce: ti rende più attenta, più responsabile. La mia storia di attrice mi ha insegnato che ogni ruolo è una conquista e anche un ricominciare, perché ti costringe a guardare l’essere umano senza giudicarlo, anche quando fa paura.

Che idea ti sei fatta sui misteri che accompagnano la latitanza di Matteo Messina Denaro?

Più che i misteri, mi colpisce il silenzio che li ha resi possibili. L’Invisibile racconta proprio questo: non solo un uomo in fuga, ma un sistema di complicità, omissioni, paure. È una storia che non parla di mafia in modo folkloristico, ma di responsabilità collettive e di uno Stato che, finalmente, arriva.

 

Quanto ti rivedi in Santuzza? Esiste sempre una morale personale?

Mi rivedo nella sua resistenza silenziosa. Santuzza è una donna che ama, aspetta, tiene insieme ciò che rischia di rompersi. Esiste sempre una morale personale, ma non è fatta di proclami: è fatta di scelte quotidiane, di dignità, di tenuta emotiva. Questo mi appartiene molto.

Quanto è difficile snaturare se stessi davanti a un copione?

Non credo si tratti di snaturarsi, ma di spogliarsi, per arrivare a quelle verità più inconsce e intime di se stessi… In ogni personaggio che interpreto c’è sempre qualcosa di me.  Il copione è un punto di partenza, poi entrano le memorie, l’esperienza, il vissuto, il corpo e il respiro. Se resti onesta, non ti perdi: ti trasformi. La cosa più importante è restituire verità e se non si parte da se stessi non si potrà mai dare verità a quel personaggio.

 

Palermo: cos’ha di speciale? Che educazione hai ricevuto?

Palermo è una città che ti insegna a guardare il mondo con profondità. È una terra ricca di bellezza, di storia, di umanità, dove le contraddizioni convivono ma non tolgono spazio al calore delle persone. Sono cresciuta con un’educazione fatta di valori semplici: il rispetto, l’ascolto, il senso della famiglia e della memoria. Palermo mi ha insegnato a sentire forte il legame con le mie radici e a portarlo con me ovunque vada.

Favole, bambole, teatro?

Il mio primo debutto è stato come danzatrice al Teatro Massimo di Palermo proprio in una favola: “la Cenerentola di Rossini”. Un’opera lirica magica dove ho interpretato il ruolo di Cenerentola. Il teatro è arrivato presto, quasi come un’urgenza. Era il luogo dove tutto poteva essere nominato, attraversato, capito. Le favole servono a questo: a prepararti alla complessità della vita.

Cultura come brulichio di vite che entrano ed escono: ti riconosci in questa immagine?

Molto. La cultura è esattamente questo: un passaggio continuo di persone, storie, energie. Nessuno resta per sempre, ma ognuno lascia qualcosa. È una grande metafora della vita, e forse per questo è così necessaria.

La cultura nella terra della mafia cosa può cambiare?

Può cambiare lo sguardo. La cultura non sconfigge la mafia da sola, ma crea coscienze, domande, anticorpi. È un lavoro lento, ma è l’unico che dura.

Falcone e Borsellino: coltivare i germi della legalità è una missione impossibile?

No, è una missione faticosa. Falcone e Borsellino ci hanno insegnato che la legalità non è eroismo, è coerenza quotidiana. Tocca a noi non trasformarli in statue, ma in esempi vivi.

Come pensi sarai ricordata quando cala il sipario?

Spero come una persona che ha attraversato i ruoli con verità. Non per quello che ha fatto, ma per come lo ha fatto. Se qualcuno, guardando un mio lavoro, si è sentito meno solo, allora è abbastanza