NISCEMI, OLTRE IL DRAMMA LA BEFFA DELLA FRANA RISANATA IN POCHI ANNI NELLA BASE MUOS

Trent’anni di attese, di carte che girano più veloci delle ruspe e di responsabilità frammentate al punto da dissolversi: la frana di Niscemi non è piombata dal nulla, è l’esito di omissioni puntualmente documentate, a partire da quella notte del 12 ottobre 1997 in cui 1,5 chilometri di versante cedettero e 400 persone furono evacuate mentre una commissione tecnico‑scientifica, nominata dal ministro dell’Interno, indicò una ripartizione chiara dei compiti: al Comune gli abbattimenti, la delocalizzazione degli sfollati e i servizi nel nuovo quartiere; alla Regione la messa in sicurezza del versante.

Tuttavia, i 19,5 miliardi di lire affluiti nelle casse comunali si tradussero soprattutto in un centro socio‑culturale (poi uffici) e in un asilo a Piano Mangione (un’opera utilissima ma da non costruire con quei finanziamenti), mentre gli sfollati trovarono da soli altri tetti e la collina restava esposta alla prossima stagione di piogge.

Nel 2006 arrivò il progetto per la sistemazione idraulica del torrente Benefizio, tre anni dopo l’appalto da circa 9 milioni a un’ATI (Associazione Temporanea di Imprese), nel 2010 la risoluzione del contratto per “gravi ritardi” e un contenzioso chiuso solo nel 2016, quindi il silenzio fino al 2023, quando la Protezione civile regionale ha rimesso mano all’intervento, stimandolo 14,5 milioni, nominando un Rup andato in pensione e poi sostituito nell’agosto 2025: nessuna opera sul terreno nel frattempo, rete di convogliamento in gran parte assente (salvo brevi tratti), nessun depuratore efficiente, con le acque nere che continuano a scaricare nel Benefizio e con campioni di rete idrica risultati contaminati nel 2024, a dimostrazione che la concausa della frana del ’97 (infiltrazioni pluviali e reflue) è rimasta in larga parte intatta per scelta e inerzia umane.

Lo ricorda anche l’ex capo della Protezione civile Tuccio D’Urso, che parla di reti fognarie mai completate e canali di gronda mai realizzati, mentre il presidente dei geologi Roberto Troncanelli ricapitola il meccanismo: collettori mal tenuti e perdite dalle reti appesantiscono gli strati superficiali del terreno e destabilizzano l’intero pendio, un’analisi confermata in termini fisici dalla geologa Monica Papini, secondo cui piogge intense su sabbie permeabili e argille erose aumentano il peso della massa instabile e ne fanno arretrare la scarpata fino a un nuovo (precario) equilibrio (tanto più se si aggiungono alla cattiva gestione delle acque), mentre il costone cede a tratti e la “zona rossa” si allarga, con 1.600 sfollati e due strade provinciali (la SP10 e 12) che sono interrotte da giorni.

Tutto ciò non perché mancassero atti e allarmi: nell’aggiornamento del Pai, dopo un sopralluogo congiunto Comune‑Autorità di bacino del 5 maggio 2021 (quando quella struttura dipendeva dalla Presidenza della Regione guidata da Nello Musumeci, ora uno dei ministri che dovrebbe farci uscire dall’emergenza) si scrisse nero su bianco che il versante occidentale mostrava incisioni irregolari con forte attività erosiva, aggravata dagli scarichi reflui, che sulla SP12 il movimento risultava ancora attivo e che occorreva istituire una fascia di 20 metri come probabile evoluzione del dissesto. Una previsione rivelatasi persino ottimistica, mentre sul versante amministrativo si annotava che Niscemi non è salito sul treno del PNRR Missione 2.4, zero progetti per il dissesto idrogeologico, e che solo il 19 dicembre 2025 la Regione ha trasferito 4 milioni al Comune per chiudere la partita ‘97 su demolizioni e delocalizzazioni ancora incompiute nella fascia gialla di 50 metri, a ridosso dell’ennesima emergenza.

Ecco perché occorre parlare di un disastro annunciato: si studia, si commissaria, si proroga, si stanziano risorse e si rinvia l’opera cardine (regimentare e disinquinare le acque del Benefizio) mentre un parcheggio di due ettari viene asfaltato nei primi anni Duemila proprio accanto al torrente, indirizzando ancor più deflussi verso il letto, e un depuratore tranciato dalla frana del ’97 resta abbandonato per un quarto di secolo. Ora che la frana si è riaccesa lungo oltre 4 km con salti di 25‑50 metri, la città scopre che anche la didattica deve riorganizzarsi, che le strade si interrompono, che la messa in sicurezza reale (collettori, drenaggi profondi, consolidamenti, delocalizzazioni) non è mai passata dalla carta al cantiere con la continuità necessaria.

È dentro questo quadro che le parole Mario Tozzi suonano come una sentenza definitiva: “Molti territori del nostro Paese come Niscemi non possono sopportare l’urto di eventi straordinari perché si è costruito dove non si doveva”, ha detto in tv, indicando una via molto semplice e molto scomoda (consumo di suolo pari a zero e arretramento dove serve) perché senza questo l’Italia continuerà a trasformare fenomeni naturali in catastrofi per cause nostre, non del cielo.

E se a questo dramma si aggiunge la beffa ovvero la doppia velocità delle procedure, il confronto diventa impietoso e il giudizio inappellabile. Dentro la base statunitense del MUOS (costruita nella stessa Niscemi e in piena riserva naturale della Sughereta) quando si è manifestato un problema analogo (erosione nella zona Sud, area antenne), l’ente tecnico di Sigonella chiede il 23 aprile 2025 l’attivazione della VIA per risagomare la scarpata con terre rinforzate e drenare le acque superficiali, la commissione tecnico‑scientifica acquisisce in due mesi i pareri e dà l’ok con prescrizioni e il 15 settembre 2025 l’assessora al Territorio Giusi Savarino firma la chiusura favorevole: tempi da record per la Sicilia, un iter lampo per un’opera di messa in sicurezza interna a un insediamento militare, proprio mentre sul versante civile si accumulano decenni di ritardi su interventi identici per natura e più urgenti per impatto sociale e urbano.

Per questo parlare oggi di “fatalità” è una beffa e un affronto verso quella comunità di niscemese che ha lottato e lotta per la salvaguardia del proprio territorio contro interessi economici, politici, speculativi e militari che l’hanno saccheggiato, sfruttato e abbandonato.

Del resto, la cronologia dei mancati interventi dice che c’era un progetto (2006) e una gara (2009), che la Regione ha avuto a bilancio 11 milioni dal 2008 e che un’amministrazione attenta avrebbe preteso di chiudere drenaggi e collettori prima di immaginare qualsiasi altro investimento, perché qui la prevenzione non è un’idea astratta ma la differenza fra una collina fragile e una collina che arretra di metri.

Ed è proprio questa la vera urgenza politica oltre che tecnica: uscire dal ciclo vizioso del “dopo” e assumersi la responsabilità del “prima”, avviare ora (con cronoprogrammi pubblici e controllabili dai cittadini, direttori dei lavori nominati per merito e monitoraggi trasparenti) la regimentazione delle acque del Benefizio, il drenaggio profondo dei livelli plastici, il consolidamento dei tratti instabili e la delocalizzazione definitiva dalle fasce a rischio, perché se la base statunitense ha dimostrato che le procedure possono correre, la città che vive fuori ed è stata oltraggiata da quelle recinzioni ha diritto almeno alla stessa velocità quando si tratta di salvare case, scuole, strade e una comunità intera dalla prossima stagione di piogge.


Nicola Candido – Direzione Nazionale

Partito della Rifondazione Comunista – Sinistra Europea