Storie di Cosa Nostra. I boss sanno arrendersi con dignità se chi li arresta porta loro rispetto

Le vicende interne alla famiglia catanese

Dopo la faida interna contro la fazione che si opponeva alla leadership di Benedetto Santapaola, conclusasi nel ’82, per la precisione il 16 giugno 1982 con la strage della circonvallazione di Palermo quando venne assassinato Alfio Ferlito, durante il trasferimento dal carcere di Enna a quello di Trapani. Nell’agguato oltre a lui morirono tre carabinieri della scorta, Salvatore RaitiSilvano Franzolin e Luigi Di Barca, e il ventisettenne Giuseppe Di Lavore, autista della ditta privata che aveva in appalto il trasporto dei detenuti, il quale aveva sostituito il padre e che venne poi insignito della medaglia d’oro al valor civile. Alfio Ferlito era cugino di primo grado di Giuseppe Ferlito, consigliere comunale della Democrazia cristiana e poi assessore ai lavori pubblici del comune di Catania. Lo scontro sanguinario tra bande provocò la fuoriuscita di coloro che non si vollero sottomettere al dominio del Santapaola e con la conseguente nascita di un nuovo gruppo criminale, quello di Salvatore Pillera, più noto con il soprannome di Turi cachiti.

Verso la fine degli anni ’80, e precisamente a partire dal 1988, iniziarono nuovamente le faide tra i vari clan contrapposti con una nuova faida interna che vide contrapposta la fazione Santapaola/Ercolano contro quella dei cugini Ferrera.

In questa situazione di apparente tregua, la famiglia catanese ebbe modo di consolidare il proprio dominio e controllo sulla realtà locale, assumendo sempre più il ruolo e la connotazione di uno dei poteri forti esistenti sul territorio con il quale occorreva necessariamente scontrarsi, allearsi, subire o “far finta di niente”. A tal fine intorno alla metà degli anni ’80 la famiglia catanese, pur mantenendo immutate le tradizionali e ufficiali cariche di Cosa Nostra, si dà una nuova struttura più agile ed efficiente, nascono infatti i sotto gruppi, come riferiscono concordemente i collaboranti (Filippo Malvagna, Claudio Severino Samperi, Maurizio Avola) che l’articolazione della famiglia catanese in diversi sotto gruppi, ciascuno dei quali diretto da un uomo d’onore (capo gruppo), rispondeva essenzialmente ad esigenze di carattere organizzativo ed operativo.

Dichiarerà a tal proposito Samperi che ” ..il gruppo è una struttura spontanea nata da necessità operative… più che una vera e propria ripartizione formale…“.

Tramite questi gruppi, insieme con quelli del clan del Malpassotu esistenti già da qualche anno, l’organizzazione riuscì a “radicarsi” sempre più sul territorio, realizzando un controllo dello stesso in modo penetrante e diffuso.

Tale controllo venne suddiviso tra l’organizzazione del Malpassotu e quella del Santapaola, affidando alla prima principalmente il controllo del territorio dei comuni pedemontani della provincia catanese, tradizionale “dominio” del clan del Malpassotu, e all’organizzazione del Santapaola il controllo del territorio cittadino, nonché dei paesi della riviera catanese.

Secondo le concordi indicazioni dei collaboranti, i gruppi in cui si articolò l’organizzazione del Santapaola furono quello del Motel Agip di Ognina con a capo Marcello D’Agata, costituente uno dei gruppi di origine più remota, il gruppo di Picanello diretto da Alfio Licciardello prima e dopo la sua uccisione da Carletto Campanella e quindi dai fratelli Salvatore e Venerando Cristaldi, il gruppo di Monte Po diretto da Natale Di Raimondo, il gruppo del Bowling della Plaia diretto da Alfio Fichera e Santo Battaglia, il gruppo della Stazione diretto dagli Zuccaro e il gruppo di Acireale e dei paesi vicini (zone caratterizzate anche da una forte presenza del clan dei Laudani) diretto da Sebastiano Sciuto, questi ultimi due gruppi facevano entrambi capo a Sebastiano Ercolano, il gruppo di Lentini diretto da Sebastiano Nardo e il gruppo di Piazza Galatea diretto da Giuseppe Mangion; oltre a questi gruppi vi erano anche quelli diretti da appartenenti al clan del Malpassotu, diventati uomini d’onore, quali il gruppo di Mascalucia diretto da Piero Puglisi, il gruppo di Ognina/Picanello diretto da Samperi, il gruppo di Piano Tavola diretto da Squillaci e il gruppo di S. Pietro Clarenza diretto da Antonino Pulvirenti (dichiarazione dei collaboranti Carmelo Grancagnolo, Filippo Malvagna, Francesco Pattarino, Claudio Samperi, Maurizio Avola, Giovanni Cambria, Giuseppe Licciardello).

I componenti di ogni singolo gruppo costituivano gli “affiliati” all’organizzazione.

Essi cioè, pur non essendo uomini d’onore, erano tuttavia stabilmente inseriti nell’organizzazione, tant’è che ricevevano regolare stipendio mensile da parte dell’organizzazione.

L’organizzazione inoltre provvedeva alle spese necessarie alla loro assistenza legale, e in caso di arresto provvedeva a corrispondere lo stipendio ai familiari dell’affiliato detenuto (Samperi, Avola e altri).

A fronte di questi “diritti”, l’affiliato aveva degli obblighi, costituiti essenzialmente dalla rigida osservanza delle regole interne dell’organizzazione, prima fra tutte ovviamente quella di eseguire gli ordini ricevuti in primo luogo dal capo gruppo.

Il capo gruppo infatti, rappresentava il momento di collegamento tra la base e gli uomini d’onore della famiglia catanese di Cosa Nostra.

Il singolo affiliato, oltre a commettere reati su specifico mandato per conto dell’organizzazione, poteva altresì commettere dei reati anche nel suo esclusivo interesse, e sempre che comunque tali singoli reati non violassero le direttive dell’organizzazione (a esempio rapina a un’impresa protetta dall’organizzazione); ciò accadeva essenzialmente in relazione alle rapine le quali, diversamente dalle estorsioni che costituivano invece la fonte principale di finanziamento dell’organizzazione, potevano essere commesse dai singoli affiliati con conseguente ripartizione dei proventi tra i responsabili del singolo fatto illecito (Samperi, Avola).

Dall’affiliato, si distingueva il semplice “avvicinato”, che era colui che pur non essendo ancora inserito stabilmente all’interno dell’organizzazione, e non percependo quindi il relativo stipendio, tuttavia saltuariamente prestava il proprio contributo all’organizzazione su specifica richiesta di volta in volta di un capo gruppo o anche di un uomo d’onore non capo gruppo.

In questi casi quindi, il rapporto si instaura più che tra l’organizzazione e il singolo, tra “l’avvicinato” e colui che già faceva parte dell’organizzazione.

Spesso “l’avvicinamento” costituiva una sorta di anticamera per la successiva affiliazione, così come, di regola, l’iniziazione a cosa nostra (ovvero la solenne cerimonia del giuramento tramite la quale si diventava uomo d’onore) seguiva a un periodo più o meno lungo di affiliazione (dichiarazioni di Samperi e Avola). In merito all’ambito territoriale di operatività dei singoli gruppi, va precisato che esso non coincideva con il luogo dal quale prendevano il nome; invero tale denominazione indicava più che altro il luogo ove il gruppo era solito riunirsi; viceversa per quanto riguardava la sua sfera di azione non vi erano limitazioni alcune; tuttavia eventuali “sconfinamenti” venivano, o per lo meno avrebbero dovuto, comunicati preventivamente ai responsabili della zona, anche la fine di evitare accavallamenti ed interferenze “sconvenienti” (Grancagnolo).

Stante la struttura fortemente verticistica e accentrata dell’organizzazione cosa nostra catanese, tale caratteristica si manifestava in tutta evidenza già in relazione alla fase iniziale della “selezione del personale”.

Infatti, erano sempre i vertici dell’organizzazione che decidevano e sceglievano gli appartenenti al sodalizio ai vari livelli.

E così i capi gruppo venivano scelti direttamente dai vertici della famiglia catanese, ovvero dal rappresentante, dal suo vice o dal capo decina (in ogni caso occorreva comunque l’approvazione da parte delle cariche superiori) (dichiarazione del Grancagnolo e di Samperi); i singoli affiliati su indicazione del capo gruppo previa approvazione del capo decina o del vice rappresentante; ed infine gli avvicinati su iniziativa di un capo gruppo o di un uomo d’onore.

Per quanto riguardava invece la decisione circa l’assunzione della qualifica di uomo ‘onore, l’iniziativa poteva esser presa solo da un altro uomo d’onore ma la decisione finale spettava esclusivamente al rappresentante della famiglia, ultimato il “periodo di prova” al quale l’aspirante uomo d’onore veniva sottoposto (Samperi, Avola e Giuseppe Pulvirenti).

Nella seconda metà degli anni ’80 l’organigramma di Cosa Nostra catanese subì alcune sostituzioni. Tali cambiamenti, costituirono essenzialmente un avvicendamento fisiologico nelle cariche di vertice dell’organizzazione sia in conseguenza di alcuni eventi, quali l’arresto, che impedivano l’esercizio effettivo di determinate funzioni, sia in dipendenza dell’emergere e del conseguente affermarsi di nuovi giovani dalla spiccata personalità delinquenziale in grado di assicurare il naturale e necessario ricambio da parte delle “nuove leve” nei ruoli particolarmente attivi dell’organizzazione.

Questi cambiamenti tuttavia, presentarono anche una modifica di carattere sostanziale, destinata a sfociare negli anni successivi in una faida interna alla famiglia catanese.

Invero, tramite tali sostituzioni, queste peraltro verificatesi già prima del ’85, all’iniziale leadership costituita dalle tre famiglie Santapaola – Ercolano – Ferrera subentrò una leadership rappresentata soltanto dalle due famiglie Santapaola/Ercolano con il progressivo isolamento dei Ferrera.

Infatti, nella carica di rappresentante provinciale (carica che in un certo qual senso bilanciava l’altra carica di rilievo all’interno dell’organizzazione, ovvero quella di rappresentante della famiglia) i Ferrera, vennero sostituiti da Salvatore Marchese; quindi intorno al ’87 quando iniziò la collaborazione di Antonino Calderone, cugino del Marchese, dopo un breve periodo in cui la carica venne ricoperta prima da D’Agata e poi da Francesco Mangion, la carica di rappresentante provinciale venne affidata definitivamente a Salvatore Ercolano (dichiarazioni di Avola), successivamente affiancato in qualità di vice rappresentante provinciale da Eugenio Galea (Avola, Pulvirenti, Samperi e altri collaboranti).

E su un punto in particolare tutti i collaboranti esaminati concordano: il soggetto che caratterizza le vicende della famiglia catanese di cosa nostra a partire dalla seconda metà degli anni ’80, fu certamente Aldo Ercolano, il quale nel giro di pochi anni diventerà l’alter ego dello zio Benedetto Santapaola, e quindi uno dei veri responsabili dell’attività della famiglia catanese.

Aldo Ercolano è il figlio di Giuseppe, nipote di Santapaola, nonché genero di Francesco Mangion, divenne uomo d’onore nel 1981/’82 insieme a Puglisi Piero; la cerimonia d’iniziazione venne fatta a Palermo (Grancagnolo), circostanza quest’ultima che evidenzia di per sé la particolare importanza attribuita a tale iniziazione nell’ambito della Cosa Nostra siciliana.

Alla stregua delle dichiarazioni cui si fa qui riferimento negli anni ’83/84 l’organigramma della famiglia catanese può essere così ricostruito:

rappresentante della famiglia Santapaola Benedetto,

vice rappresentante della famiglia Mangion Francesco,

rappresentante provinciale Marchese Salvatore,

capo decina prima Tuccio Salvatore e dopo il suo arresto Campanella Calogero, inteso Carletto;

consiglieri Campanella Calogero, Ercolano Giuseppe, Condorelli Pasquale.

Negli anni ’86/’87, come già osservato, la carica di rappresentante provinciale passò prima a D’Agata e poi a Mangion, quindi negli anni successivi a Ercolano Salvatore che negli anni ’90/’91 venne affiancato quale vice rappresentante provinciale da Galea Eugenio.

La carica di capo decina, dopo l’arresto del Tuccio venne assunta prima dal Campanella, e poi dopo l’arresto di quest’ultimo, in maniera non ufficiale e per poco tempo da Santapaola Vincenzo, figlio di Salvatore (dichiarazioni di Avola), quindi negli anni ’86/’87 capo decina divenne Ercolano Aldo.

L’ascesa dell’Ercolano si concludeva nel ’88/’89 allorché Campanella uscito dal carcere riprendeva la carica di capo decina; Ercolano, parallelamente, venne nominato vice rappresentante della famiglia catanese di Cosa Nostra.  Francesco Mangion, precedente vice rappresentante, divenne consigliere insieme a D’Agata;

quindi nei primi anni ’90 Giuseppe Pulvirenti affiancò Mangion e D’Agata nel consiglio della famiglia catanese.

Ulteriore modifica, oltre quella della costituzione dei gruppi e ad essa peraltro strettamente connessa, fu quella avvenuta alla fine degli anni ’80 avente ad oggetto “la prassi” delle riunioni settimanali alle quali partecipavano tutti i capi gruppo nonché gli uomini d’onore che esercitavano funzioni “particolarmente operative” all’interno dell’organizzazione, e tra questi in primo luogo il vice rappresentante della famiglia e il capo decina.

Invero, anche questa nuova struttura della famiglia catanese, analogamente a quanto accaduto per i sotto gruppi, non rappresentò tanto un nuovo organismo ufficiale rispetto alla tradizionale articolazione di cosa nostra siciliana, quanto piuttosto un’espressione, suggerita dall’esperienza pregressa, della nuova realtà associativa caratterizzata da una maggiore efficienza e da una maggiore capacità operativa resasi necessaria man mano che le attività e le incombenze dell’organizzazione aumentavano sempre più sia sotto il profilo quantitativo sia sotto il profilo “qualitativo”.

Queste riunioni (in merito alle quali hanno riferito diversi collaboranti, quali Grancagnolo, Malvagna, Grazioso Giuseppe, Di Paola, Samperi, Avola, Sciuto) si svolgevano in diversi, luoghi e precisamente o in appartamenti nella disponibilità dei singoli uomini d’onore (l’appartamento della madre di Campanella, l’ufficio di Fichera Alfio, lo studio tecnico del figlio di Mangion Francesco), o addirittura presso locali pubblici, come nel caso del ristorante La Racchetta.

Quest’ultima circostanza, evidenzia ancora maggiormente la capacità di penetrazione dell’organizzazione nel tessuto sociale, nonché la consapevolezza da parte della stessa del livello del potere e della “forza” ormai raggiunti.

A queste riunioni, potevano partecipare solo uomini d’onore; coloro che non avevano tale qualifica non erano ammessi al consesso, potendovi partecipare solo qualora vi fosse stata un’esigenza specifica, come ad esempio nel caso di Malvagna Filippo, il quale essendo incaricato di fare da tramite tra i vertici dell’organizzazione e la base del clan del Malpassotu, partecipava a queste riunioni con tale compito specifico.

Durante le riunioni, “il servizio di vigilanza” era assicurato dai vari affiliati che accompagnavano gli uomini d’onore.

La finalità di queste riunioni era quella di consentire ad Aldo Ercolano e a Carletto Campanella di comunicare ai presenti “le attività” che erano state decise dai vertici dell’organizzazione e che bisognava quindi realizzare (dichiarazioni di Samperi e Avola).

A tal fine a ciascuno dei singoli uomini d’onore venivano affidati degli incarichi per portare a compimento “i piani” dell’organizzazione.

A loro volta, gli uomini d’onore ai quali erano stati assegnati i singoli incarichi provvedevano all’esecuzione degli stessi servendosi a tal fine degli uomini alle loro dipendenze.

Eseguito l’incarico nelle riunioni successive, l’uomo d’onore al quale l’incarico era stato affidato provvedeva a riferire all’Ercolano e al Campanella circa l’esecuzione dell’incarico precedentemente ricevuto.

In definitiva quindi, queste riunioni avevano finalità e natura operativa e non deliberativa; tuttavia, fermo restando che le decisioni erano prese altrove, in merito alle modalità concrete di realizzazione delle imprese, e con particolare riferimento all’attività di coordinamento tra i gruppi che dovevano eventualmente provvedere congiuntamente all’esecuzione di questi incarichi, le decisioni maturavano in seguito alle discussioni che avvenivano in seno a tali riunioni sotto la direzione e controllo del vice rappresentante e del capo decina.

Il potere deliberativo invece, rimaneva di competenza esclusiva dei tradizionali organi della famiglia catanese di Cosa Nostra. A tal proposito, occorre però distinguere tra le diverse attività illecite poste in essere dall’organizzazione e dai singoli suoi aderenti (siano essi uomini d’onore o affiliati).

Esistevano essenzialmente due diversi livelli di attività illecita: quella di maggior rilevanza riservata alla competenza esclusiva dei vertici dell’organizzazione, e quella di “spessore minore” di pertinenza dei singoli aderenti o del singolo gruppo di appartenenza.

In quest’ultimo caso (es. una rapina o un’estorsione non di particolare rilevanza), l’iniziativa e la relativa decisione maturava tra coloro che realizzavano l’illecito, distinguendo ulteriormente a seconda che fosse un’attività di pertinenza del gruppo (es. estorsione), nel qual caso il capo gruppo doveva preventivamente avvisare il capo decina, per evidenti ragioni di coordinamento con analoghe attività degli altri gruppi, oppure un’attività “personale” dei singoli affiliati (es. rapine) per la quale, di regola, non era richiesta alcuna preventiva autorizzazione o comunicazione.

Viceversa nel caso in cui l’attività rientrava nella competenza precipua dei vertici dell’organizzazione (estorsioni particolarmente rilevanti, questioni inerenti alla “protezione” delle imprese, omicidi, e più in generale ogni questione concernente le “strategie di fondo” dell’organizzazione, quali i rapporti con le altre organizzazioni criminali, o il rispetto delle regole da parte degli affiliati all’organizzazione), il potere deliberativo, veniva gestito ed esercitato da coloro che per la carica ricoperta o comunque per l’influenza di cui disponevano all’interno del sodalizio erano in condizioni di determinare, o per lo meno contribuire a determinare, l’agire dell’organizzazione.

Le questioni di maggiore rilevanza venivano di norma discusse dal rappresentante, dal suo vice, dai consiglieri e dal capo decina; inoltre a tali discussioni partecipavano anche altri uomini d’onore, che pur non rivestendo formalmente al momento alcuna carica associativa, tuttavia per aver in passato ricoperto anch’essi delle cariche associative, o comunque per la lunga militanza nella famiglia e la conseguente “autorità” riconosciuta loro dagli altri associati, in concreto esercitavano anch’essi nell’ambito del sodalizio un potere di fatto (Calderone, Pulvirenti Giuseppe, Avola, Samperi).

Alla fine di queste discussioni, l’ultima parola spettava pur sempre al rappresentante o in sua assenza al suo vice, le uniche cariche alle quali di fatto era riconosciuto tale potestà assoluta, ma evidentemente nei casi in cui si manifestava un sostanziale consenso tra gli uomini d’onore di vertice dell’organizzazione, non vi era necessità di esercitare tale potere, inteso nel senso d’imposizione di una decisione rispetto alla quale gli altri uomini d’onore rimanevano in disaccordo o comunque estranei.

Senonché, se questa doveva considerarsi la prassi, tuttavia poteva accadere, come in effetti accadde, che il processo di formazione della volontà dell’organizzazione subisse in relazione a singole concrete decisioni delle deroghe rispetto allo schema tipo.

E così accadeva che i consiglieri, o alcuni di essi, e a maggior ragione quegli uomini d’onore che sebbene “autorevoli” non rivestissero comunque una carica formale, potessero rimanere estranei a singole decisioni (Avola, Calderone, Pulvirenti).

Per contro poteva accadere che singole decisioni, magari costituenti “applicazione concreta” di strategie più generali già decise dall’organizzazione, oppure a esempio questioni interne al clan del Malpassotu, potessero essere adottate e fatte eseguire direttamente da uomini d’onore di spicco della famiglia senza preventiva comunicazione ed autorizzazione al rappresentante o al suo vice, salvo successiva ratifica e comunque previa assunzione della relativa responsabilità qualora l’operato non fosse stato successivamente condiviso dai vertici dell’organizzazione (un esempio di questo genere è stato riferito dal Samperi il quale dice che venne incaricato da Santapaola Vincenzo, figlio di Salvatore, di uccidere tale Venturi Giammarco senza che i responsabili dell’organizzazione ne fossero a conoscenza, tant’è che quando il Mangion Francesco, all’epoca vice rappresentante, venne a sapere che il Samperi stava per uccidere il Venturi gli disse di non fare niente perché quella era stata un’autonoma iniziativa di Vincenzo Santapaola).

Infine, con specifico riferimento ai rapporti tra rappresentante e suo vice, ovvero Benedetto Santapaola e suo nipote Aldo Ercolano, anche in questo caso poteva accadere che il vice si assumesse la responsabilità di adottare delle decisioni senza deliberarle preventivamente con il rappresentante, ma comunicandogliele soltanto successivamente.

Così infatti riferisce Maurizio Avola, il quale, sul punto è riscontrato dalle indicazioni di tutti i collaboranti escussi: Grancagnolo, Grazioso Giuseppe, Samperi, Pulvirenti; costoro hanno dichiarato che era l’Ercolano che di norma dava gli ordini agli altri uomini d’onore, e che l’Ercolano di tali questioni ne discuteva sempre con lo zio, il quale nutriva piena fiducia nei suoi confronti.

Ma anche tra costoro potevan0o verificarsi divergenze di opinioni e una divergenza si verificò – stando alle dichiarazioni di taluni collaboranti (Avola, Pulvirenti) – proprio con riguardo a un punto cruciale delle strategie della associazione che è quello che riguarda i rapporti con le istituzioni.

Testualmente Avola: “(Santapaola).. dice(va) che le istituzione non si dovevano toccare anzi noi dovevamo diventare amici e filare queste persone senza ucciderle…”; analogamente Pulvirenti Giuseppe: “…Santapaola voleva che omicidi eccellenti, omicidi che potevano dare disturbo alla città non ne voleva… non ne voleva sentire…” e ancora “… lui (Santapaola) era contrario a queste cose…

Aldo Ercolano invece, particolarmente dopo le prime collaborazioni con l’Autorità Giudiziaria degli ex affiliati e i conseguenti arresti, propendeva per una soluzione più drastica.

Ancora Avola, ud. 15.5.96:

“P.M.: Avola, nel corso del suo esame lei, anzi, del contro esame di qualche difensore, lei ha precisato che nell’ambito dell’organizzazione del Santapaola… mai si era avuto in animo di porre in essere attentati contro le istituzioni o esponenti delle istituzioni.

Avola: si.

P.M.: successivamente lei ha fatto riferimento ad un episodio specifico che riguardava un Magistrato.

Avola: si.

P.M.: ecco, desideravo chiederle come si conciliano le due affermazioni tra loro?

Avola: no! Quando io ho parlato di questo qui parlavo come mentalità di Santapaola.

P.M.: Santapaola chi?

Avola: Santapaola Benedetto, e questo qui è il vecchio. Poi c’era il nuovo, Aldo Ercolano, che è diverso.

P.M.: in che senso è diverso?

Avola: è ragazzo, e amante delle stragi, delle cose.. aveva ordinato di guardare già il dott. Speranza (n.d.r. dirigente dell’epoca della Squadra Mobile di Catania), perché era contrario alla criminalità, ci dava troppo addosso, e io mi ricordo che era latitante in via Cefalo Mannini, è venuto Alfio Fichera e già stavano pedinando il dott. Speranza.

P.M.: stavano?

Avola: pedinando. Ci diddi: “ma come siamo combinati Alfio?” Dice: “no, già stiamo seguendo sia un Magistrato, era il dottore, e sia il Dott. Speranza, – dice – che ci stà dando troppo addosso con ste operazioni, con ste cose, con sti poliziotti che ci mette alle calcagne…

P.M.: senta e come si conciliavano a questo punto i rapporti tra il Benedetto Santapaola e l’Aldo Ercolano in tal senso? Cioè le ha detto il vecchio era quello, il nuovo…

Avola: la mentalità che poi suo zio cambiava, o la cambiava e succedeva qualche cosa che non andava, perché Aldo aveva tutto il potere e aveva tantissimi uomini dalla sua parte, forse il primo ero io, che se si doveva seguire qualcuno seguiva Aldo.

P.M.: cioè in che senso, i rapporti tra Aldo Ercolano e il Santapaola Benedetto erano…

Avola: si potevano anche incrinare, si.”

Si delinea dunque una situazione nella quale l’individuazione concreta dei poteri decisionali circa uno specifico episodio delittuoso non si esaurisce nella individuazione della carica ricoperta dall’uomo d’onore all’interno del sodalizio: la mutevolezza dei rapporti di forza e la delicatezza degli equilibri interni che ne derivavano impongono la ricerca e la valutazione di elementi che sono legati alla specificità del fatto alla situazione dei soggetti in ipotesi coinvolti.

I nuovi capitoli della lotta alla mafia ci fanno sì rivivere epoche dolorose, ma passateci il termine, spesso descritte quasi si trattasse di una sorta di racconti di finzione. La finzione è una menzogna che racchiude una verità profonda: è la vita che non è stata, quella che avrebbero voluto e non hanno avuto, e perciò sono stati costretti a inventarla. Non è il ritratto della storia, piuttosto ne è la controcopertina o il risvolto, quello che non è successo, e appunto per questo ha dovuto essere creato dalla fantasia e dalle parole per mitigare le ambizioni che la vita vera era incapace di soddisfare, per colmare i vuoti che scoprivano attorno a sé e cercavano di popolare con i fantasmi che loro stessi creavano.

Quella ribellione al male, alla mafia, è del tutto relativa, naturalmente. D’ altra parte, si tratta di una ribellione abbastanza pacifica: in effetti, che danno può arrecare alla criminalità organizzata contrapporle storie giudiziarie distorte? Quale pericolo può rappresentare per Cosa Nostra, a esempio, una simile lotta? A prima vista, nessuno. Per certi versi, si tratta di un gioco, non è vero? E di solito i giochi non sono pericolosi, purché non vogliano travalicare lo spazio che compete loro e intrecciarsi con la storia. Era l’epoca delle grandi occasioni, quello che viene quando qualcosa deve succedere. Era previsto che succedesse, doveva succedere. Ma il male è forte, e pericoloso. E’ sempre così: la beffa colora ogni situazione pericolosa, ogni drammaticità.

I boss della mafia sanno arrendersi con dignità se chi li arresta porta loro rispetto

Nel suo percorso di “dissociazione” Marcello D’Agata, che ha sperimentato sulla sua pelle i paradossi di far parte di una famiglia mafiosa, vorrebbe spiegare ai giovani cosa significa abbracciare la criminalità organizzata. La “naturalezza del male” pare eterna come sembrano confermare gli scandali e la mancanza di verità su certe vicende giudiziarie scottanti, ma quello che è decisivo nella sopravvivenza delle società civili è che non si varchi il limite oltre cui il male diventa abitudinario e necessario.

La sua è una storia ingombrante Il comandamento fondamentale, “Non uccidere”, nella criminalità non vale. Chi appartiene a una organizzazione mafiosa rinuncia all’umanità, in nome del male. Per raggiungere il potere, per impadronirsi del territorio, c’è chi deve morire. E il male è dappertutto, e non c’è una sola giustificazione per accettare questa logica perversa. Ora, D’Agata, alla forza bruta ha scelto la penna e… il pennello per ritrovare l’umanità. Per circa 8 è stato al 41 bis (il regime di carcere duro riservato alla criminalità organizzata) e oggi è detenuto in Alta sicurezza nel carcere alle porte di Milano. Dove, appunto, ha iniziato a dipingere: la redenzione di un uomo è un cambiamento troppo intimo per tentare di decrittarlo leggendo i rituali della vita di una persona detenuta o quelli mortiferi del suo passato, ma l’arte può aiutare.

In una intervista rilasciata al settimanale Famiglia Cristiana ha dichiarato: “Il pentimento è personale. Ci sono stati collaboratori di giustizia che non si sono pentiti, hanno solo collaborato per ottenere benefici di legge. Detto questo, se io sapessi che con il mio silenzio mi sto rendendo complice del male, non esiterei un solo istante a parlare”. i processi a Cosa Nostra. Così i ragazzi di oggi, che “vedono” le stragi di mafia di Capaci e via Mariano D’Amelio, come le guerre puniche, potranno, forse, capire. E non commettere gli stessi errori. Perché la guerra alla criminalità organizzata non è mai finita. Sì, è vero, ogni tanto qualche indagine giudiziaria, qualche inchiesta giornalistica, ricorda agli impuniti che esiste il codice penale, ma si ha l’impressione che i risultati siano scarsi: gli intoccabili hanno la quasi assoluta certezza che non pagheranno il conto. Si parla tanto nei dibattiti (non solo televisivi) di voler combattere la mafia: ma la morale, oggi, dove è andata a finire?

Fine