La frana in corso della terra su cui è costruita la cittadina di Niscemi (Caltanissetta) è la fotografia di un Paese che da sempre se ne frega del proprio territorio. Va a caso. Amicizie. Corruzioni. Incapacità. Professionisti da incubo. Burocrazia. Quello che, in tutta Italia, possiamo toccare con mano. Chi e perché, per esempio, ha fatto costruire sulle pendici del Vesuvio. I luoghi, in ogni luogo, tanto pittoreschi quanto incredibili se osservati anche senza l’occhio del professionista al di fuori della “magia” di cosa l’umano è in grado di fare modellando e usando la natura. Ogni luogo è come una Torre di Pisa, l’anomalia che diventa bellezza e spettacolo. Finché dura. Poi è la conferma di quanto le istituzioni italiane siano brave nella gestione delle emergenze (chapeau alla Protezione civile) quanto un disastro nel vedere oltre il naso o pensare al futuro.
Non è responsabilità di questo governo, ma secolare. Confermata anche da fatti più recenti come i lavori programmati coi fondi stanziati, e poi non fatti e i fondi usati in modo diverso. E siccome le vittime più grosse sono sempre i sudditi, si viene anche a sapere solo ora che per gli smottamenti di decenni e decenni fa, ci sono abitanti che devono ancora incassare le compensazioni stanziate all’epoca. Forse non si sapeva prim?. Chi ha fatto cosa e quando? Nessuno e mai.
All’oggi fanno sorridere (in modo isterico?) quelli (oggi opposizione, ieri governo, l’altro ieri opposizione e poi ancora governo, etc etc) che si buttano sopra la loro stessa tragedia e, per farsi propaganda, chiedono di stornare su Niscemi i fondi stanziati per il Ponte sullo stretto di Messina. Non perché Niscemi possa essere un nuovo discrimine per misurare l’assenso o dissenso al Ponte, ma solo perché non c’entra nulla. Ché i soldi per l’emergenza, Ponte o non Ponte, alla fine si trovano. Ma l’essere istituzionale che ciclicamente ci ha portato anche a Niscemi, resta come un “macigno”, senza prospettive che possa divenire laboratorio di idee e fattualità.
Ovviamente auspichiamo che se ne faccia tesoro e “mai più”. Anche se abbiamo l’impressione di “mai più” pronunciati davanti alle telecamere e non punto di partenza per approcci, metodi e sistemi basati su certezza, di diritto e professionalità.
Per capire, ci diamo appuntamento a quando le Olimpiadi invernali saranno terminate. E le infrastrutture per le stesse saranno ancora in costruzione e, forse, qualcuno farà i conti dei danni ambientali che in quelle terre sono inutilmente stati fatti.
Vincenzo Donvito Maxia – presidente Aduc
