La morte di Alessio La Targia, operaio quarantenne precipitato da un’impalcatura in un capannone di via Emiro Giafar a Brancaccio, non può essere considerata un semplice incidente. È l’ennesimo tassello di una tragedia quotidiana che attraversa il Paese e che le statistiche confermano come una vera emergenza nazionale. Alessio è stato trovato senza vita ai piedi del ponteggio dai colleghi; la Procura ha aperto un’inchiesta e affidato ai carabinieri e allo Spresal dell’Asp gli accertamenti sulle condizioni di sicurezza. Ma, come troppo spesso accade, l’indagine arriva quando ormai la vita è stata spezzata.
I dati INAIL relativi al periodo gennaio–novembre 2025 restituiscono un quadro drammatico: oltre mille denunce di infortuni mortali, più di 385 mila infortuni complessivi e oltre 90 mila malattie professionali. A queste cifre, già impressionanti, vanno aggiunti i casi che l’INAIL non intercetta: lavoratori in nero, finti autonomi, partite IVA dipendenti di fatto, braccianti agricoli non assicurati. Sommando questa vasta area sommersa, si arriva a circa novecento morti l’anno, che diventano milleduecento includendo gli incidenti in itinere. Significa quasi quattro morti al giorno, centocinquanta al mese: un’ecatombe silenziosa.
La Sicilia, dove Alessio La Targia viveva e lavorava, è tra le regioni più colpite. Nel 2025 si sono registrati ottantasette morti sul lavoro, oltre venticinquemila infortuni denunciati, più di millecinquecento malattie professionali e oltre diciassettemila infortuni, di cui più di quattromila in itinere. Numeri in crescita rispetto agli anni precedenti, che confermano una verità semplice e terribile: non si muore per caso, si muore per mancanza di sicurezza.
La morte di Alessio non è un episodio isolato. Il sistema produttivo italiano è segnato da una frammentazione estrema, fatta di appalti e subappalti, microimprese, partite IVA obbligate, lavoro nero. È una struttura che scarica i costi sulla parte più debole: il lavoratore. Un “operaicidio” per dirla con l’efficace neologismo di Bruno Giordano e Marco Patucchi (cfr. Operaicidio Perché e per chi il lavoro uccide. Le storie, le responsabilità, le riforme. Marlin editore).
Gli appalti al massimo ribasso generano imprese che risparmiano sulla sicurezza, lavoratori senza formazione adeguata, turni insostenibili, dispositivi mancanti o disattivati, responsabilità diluite in catene infinite di subappalti. E quando tutto si frammenta, nessuno è responsabile.
A questo si aggiunge un sistema politico e giudiziario che non tutela. La politica interviene solo per poche ore, il tempo di un titolo di giornale, per poi tornare all’indifferenza. Il sistema giudiziario fatica a individuare i responsabili: i processi sono lunghi, le prove difficili da raccogliere, le responsabilità disperse tra appalti e subappalti, molti reati sono stati depenalizzati e le sanzioni ridotte. Gli ispettori del lavoro sono così pochi che un’azienda può essere controllata una volta ogni diciotto anni, e con il preavviso obbligatorio, anche quel controllo rischia di diventare inutile.
Negli ultimi trent’anni il mondo del lavoro è stato trasformato da una serie di riforme che hanno moltiplicato la precarietà. Le quarantacinque forme di lavoro introdotte dalla legge 30 del 2003, l’abolizione dell’articolo 18 con il Jobs Act, gli appalti a cascata previsti dal decreto Salvini, la legge Bossi-Fini che spinge migliaia di migranti nel lavoro nero: tutto questo ha prodotto una forza lavoro ricattabile, costretta ad accettare condizioni insicure pur di non perdere il posto.
Eppure, le soluzioni esistono, e molte sarebbero persino a costo zero. Servirebbe introdurre il reato di omicidio sul lavoro, rivedere il Testo Unico sulla sicurezza ripristinando sanzioni efficaci, limitare le forme di lavoro precario, eliminare gli appalti a cascata, riformare la Bossi-Fini, rafforzare i Servizi di Prevenzione delle ASL, creare una Procura nazionale per la sicurezza sul lavoro, coinvolgere i lavoratori nella valutazione dei rischi attraverso gruppi omogenei e restituire protagonismo alle RLS e alle RSU. La prevenzione non può essere un atto burocratico: deve essere un processo partecipato, dal basso.
In Sicilia, la situazione è ulteriormente complicata dallo Statuto autonomo regionale, che attribuisce alla Regione la competenza esclusiva in materia di ispezione del lavoro. L’INL non opera quindi con le stesse modalità del resto d’Italia: la vigilanza è affidata a ispettori regionali, con una struttura che soffre da anni di carenze organiche e organizzative. Già da tempo FP CGIL chiede che l’INL istituisca finalmente una struttura stabile nell’Isola, con personale dedicato esclusivamente alla vigilanza, come suggerito anche dalla Corte dei conti. Il sindacato denuncia criticità organizzative e chiede più risorse, condizioni dignitose e un impegno concreto anche da parte del Governo regionale, che non può occuparsi di sicurezza solo dopo gli incidenti. Intanto si attende l’espletamento del concorso per cinquantadue funzionari ispettivi, finalmente bandito dalla Regione Siciliana.
Le morti sul lavoro non sono fatalità. Sono il prodotto di un modello economico che considera la sicurezza un costo e il lavoratore una variabile sacrificabile. Finché la vita di un operaio varrà meno di una consegna puntuale, finché il profitto prevarrà sulla dignità, finché la precarietà renderà i lavoratori ricattabili, questa strage non si fermerà. La morte di Alessio La Targia non può essere archiviata come l’ennesima fatalità: è il risultato di scelte precise. E solo scelte altrettanto precise potranno fermare questo “operaicidio”.
Stefania De Marco, Comitato Politico Nazionale
Partito della Rifondazione Comunista – Sinistra Europea
