SICILIA: DOPO IL CICLONE HARRY, OCCORRE RIPARARE E RISANARE CON LUNGIMIRANZA E RISPETTO PER AMBIENTE E TERRITORIO

Il ciclone Harry ha attraversato la Sicilia come un evento estremo che ha colpito territori già fragili, lasciando dietro di sé coste sventrate, infrastrutture danneggiate, interi tratti di litorale cancellati o profondamente modificati. Per qualche giorno le immagini della devastazione hanno trovato spazio nei notiziari e nei giornali, poi il racconto si è lentamente affievolito, come spesso accade.

Eppure i numeri che emergono dalle prime stime parlano di danni enormi, nell’ordine di centinaia di milioni di euro solo in Sicilia, con cifre che superano il mezzo miliardo e contribuiscono a un bilancio nazionale che sfiora i due miliardi. Un impatto che non può essere liquidato come l’ennesima emergenza passeggera.

Il punto più inquietante è che quanto accaduto non può essere letto solo come il risultato di un evento meteorologico eccezionale, sebbene dovremo fare i conti con il cambiamento spesso ignorato e sottovalutato. Sebbene, il ciclone abbia certamente avuto una forza anomala, ha colpito un territorio che da anni accumula vulnerabilità irrisolte.

Lungo le coste siciliane il mare non ha fatto altro che occupare spazi che gli erano stati sottratti, spesso in modo illegittimo o quantomeno imprudente. Costruzioni troppo vicine alla battigia, stabilimenti balneari sorti senza un disegno organico, infrastrutture realizzate ignorando la dinamica naturale delle correnti e dell’erosione hanno trasformato vaste porzioni di litorale in zone ad altissimo rischio.

Le cronache dei giorni successivi al ciclone hanno raccontato di danni ingenti non solo a infrastrutture pubbliche e attività produttive regolari, ma anche a edifici costruiti in violazione delle norme. Un dato che apre una questione scomoda: l’abusivismo edilizio non è un fenomeno marginale né residuale, soprattutto lungo le coste. È parte strutturale del problema e contribuisce in modo diretto ad amplificare gli effetti di eventi come quello appena vissuto. In diversi tratti del litorale, dalla Sicilia orientale a quella occidentale, l’erosione era già in atto da anni, segnalata da studi ambientali e associazioni, senza che si intervenisse seriamente sulla prevenzione.

Il mare, questa volta, ha semplicemente presentato il conto. Non solo in termini di distruzione fisica, ma anche di risorse pubbliche che ora dovranno essere mobilitate per riparare ciò che era prevedibilmente esposto al rischio. Il cambiamento climatico, con l’aumento della frequenza e dell’intensità di eventi estremi, rende sempre meno difendibile l’idea che si tratti di episodi straordinari. Al contrario, tutto lascia pensare che situazioni simili possano ripetersi nel prossimo futuro, rendendo insostenibile un modello fondato sulla continua emergenza.

In questo quadro si inserisce un altro elemento delicato e potenzialmente pericoloso. Diversi sindaci dei territori colpiti hanno già chiesto deroghe alle procedure ordinarie per poter intervenire rapidamente sul ripristino di strade, lungomari e opere danneggiate. È una richiesta comprensibile nella fase immediatamente successiva al disastro, quando la priorità è garantire sicurezza, servizi essenziali e una minima normalità alle comunità colpite. Tuttavia il confine tra deroga temporanea ed eccezione permanente è sottile. Se il bypass delle regole ambientali, urbanistiche e paesaggistiche dovesse protrarsi nel tempo, il rischio sarebbe quello di trasformare l’urgenza in consuetudine, creando le condizioni per un nuovo futuro disastro.

La tentazione di ricostruire tutto esattamente dov’era e com’era è forte, soprattutto sotto la pressione economica e sociale. Ma è proprio qui che si gioca una partita decisiva. Ricostruire senza ripensare l’uso del territorio significherebbe riprodurre le stesse condizioni che hanno reso così devastante l’impatto del ciclone. Significherebbe consolidare errori storici, magari con nuovi soldi pubblici, e rimandare ancora una volta il nodo centrale: dove si può costruire e dove, semplicemente, non si dovrebbe più costruire.

Le analisi pubblicate nei giorni successivi al ciclone mettono in guardia da una gestione dell’emergenza che diventi una scorciatoia per eludere qualsiasi riflessione di lungo periodo. La difesa delle coste, la delocalizzazione delle strutture più esposte, la rinaturalizzazione di alcuni tratti di litorale sono temi complessi e politicamente scomodi, ma sempre più inevitabili. Continuare a intervenire solo dopo i disastri non è più sostenibile, né economicamente né ambientalmente.

Il ciclone Harry potrebbe quindi rappresentare un bivio. Da una parte c’è la strada, già percorsa troppe volte, della ricostruzione rapida e indistinta, delle deroghe che si allungano nel tempo, della rimozione delle responsabilità. Dall’altra c’è la possibilità di avviare finalmente un cambiamento, riconoscendo che non tutto ciò che è stato distrutto deve essere ricostruito, che l’abusivismo non può essere premiato e che le regole, pur adattate all’emergenza, non possono essere svuotate di senso.

Se questa occasione verrà sprecata, il ciclone Harry diventerà solo l’ennesimo capitolo di una lunga serie di disastri annunciati. E il mare, prima o poi, tornerà ancora a chiedere il conto.

Peppe Puccia, Segretario Federazione Siracusa/Ragusa

Partito della Rifondazione Comunista – Sinistra Europea