JAN PALACH SIMBOLO DELLA LIBERTA’ CONTRO IL TOTOLITARISMO COMUNISTA

In questi giorni sui social sono stati pubblicati diversi post per ricordare Jan Palach, il giovane praghese che si diede fuoco il 16 gennaio 1969 in Piazza Venceslao a Praga, per protestare contro l’occupazione sovietica e la fine della “Primavera di Praga”, rifiutando qualsiasi cura, muore tre giorni dopo, il 19 gennaio. Palach diventa ben presto il simbolo di resistenza e di libertà per tutti giovani europei del mondo libero. Il suo gesto estremo mirava a risvegliare le coscienze e a denunciare la repressione del regime comunista.

Nel 2009 lo avevo ricordato con un articolo su Il Corriere del Sud (Jan, martire per la libertà, 15 febbraio 2009. N. 2, Corriere del Sud) In quella occasione segnalavo ai lettori del giornale che proprio la mattina del 19 gennaio per commemorare lo studente che ha dato la sua vita contro il totalitarismo comunista, in piazza Venceslao a Praga, c’erano due giovani ministri, Giorgia Meloni per l’Italia e Ondrej Liska, rappresentante del governo ceco. Mi è capitato di consultare in questi giorni una raccolta di Lettere Pastorali e scritti del Cardinale Loris Francesco Capovilla, storico segretario di Papa Giovanni XXIII, dal titolo, “Diaconia creatrice”, a cura di don Michele Giulio Masciarelli, pubblicato da Japadre Editore nel 2006 in occasione dei novant’anni del cardinale. Del libro su monsignor Capovilla mi ha colpito un discorso che ho trovato a pagina 129: (Discorso in morte di Jan Palach) che certamente ha fatto dopo 1969. Monsignore cerca di capire e interpretare gli avvenimenti nel contesto della storia contemporanea, per compiere un atto di amore e un invito di pace.

Un giovane si è bruciato vivo sulla Piazza Venceslao, dice monsignore e “in comunione coi nostri fratelli di tutto il mondo salutiamo, le spoglie mortali di Jan Palach. Il suo sacrifico – di ispirazione mistico-orientale – è assurto subito a simbolo di una giovinezza […]”. Di fronte a questo sacrificio, “è ormai impossibile restare neutrali davanti alla miseria del povero, all’afflizione del perseguitato, alla sofferenza dell’oppresso”. Jan Palach era uno studioso di filosofia, di storia, “era naturale che questo nostro amico fosse sensibile al destino della sua patria nei rapporti con gli altri Paesi del centro Europa […]”.

Per Capovilla, “Palach ha voluto testimoniare con un rigore che, pur obbligandoci ad una precisa riserva morale, ci riempie egualmente di stupore e di ammirazione: la sua lucida decisione non cessa per questo di essere una condanna per molti di noi, per l’indifferenza che talora mostriamo di fronte alla nostra realtà drammatica e contradditoria”. Sta succedendo la stessa cosa per i giovani trucidati dagli ayatollah a Teheran. Monsignor Capovilla, cita il vecchio cardinale Jozef Beran, cittadino leale della sua patria, martoriato prima a Dachau e poi impedito di assolvere ai suoi doveri pastorali dal regime comunista cecoslovacco. “Piango la tragica morte di Jan Palach. Ammiro l’eroismo anche se non posso approvare il gesto disperato. Il suicidio non è mai umano […] La sua idea in fondo era ottima e misteriosa, era quella del sacrifico di uno solo per la salvezza di tutti; era l’amore alla nostra patria, l’ansia della sua libertà, il proposito di rinvigorire le sue forze morali, la fedeltà alla sua storia di popolo nobile e fiero, la visione del suo progresso e della sua pace”. (L’Osservatore Romano, 26 gennaio 1969) Monsignor Capovilla invita i giovani si impegnino a diffondere il monito rappresentato dalla coraggiosa testimonianza dello studente ceco. “La morte di un amico non è la fine di una testimonianza: quasi sempre ne è l’inizio.

Dobbiamo custodire la consegna che Jan Palach ci ha lasciato, e tutti insieme rivivere l’idea splendida che il suo sacrificio ha richiamato alla nostra attenzione: non egoismi, né esclusivismi, né intolleranza, ma quotidiana incarnazione dei valori di fratellanza, di libertà e di pace nella storia”. In conclusione, il cardinale Capovilla, invita chi stava ascoltando il suo discorso a non perdersi d’animo, niente va perduto. “il sacrifico che oggi celebriamo darà a suo tempo frutti abbondanti, convinti che, in questo caso, siamo forse invitati da un tale ‘segno dei tempi’ ad applicare quasi alla lettera il monito evangelico: ‘se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo, ma se muore dà molto frutto (Giovanni, 12, 24).

DOMENICO BONVEGNA

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