Stiamo vivendo “tempi forti”, per certi versi sembra di essere tornati ai tempi della “guerra fredda”. Comincio dalla guerra in Ucraina scatenata dalla Federazione Russa, poi il 7 ottobre 2023, la guerra scatenata da Hamas sostenuta dall’Iran contro Israele, ora la cattura del dittatore comunista del Venezuela Nicolas Maduro, a breve forse, dovremo schierarci pure per la Groenlandia, e poi magari per Taiwan, (di Hong Kong non ci siamo accorti) si tratta di avvenimenti di geopolitica che non possono lasciarci indifferenti e infatti molti si sono schierati, hanno manifestato e manifestano pro o contro.
Certamente almeno noi del mondo occidentale siamo chiamati tutti a scegliere, ed ha ragione da vendere Marco Invernizzi quando scrive che è in atto nel mondo una battaglia tra la libertà e la tirannia (Venezuela e non solo. L’alba della libertà, 12.126, alleanzacattolica.org) Qualcuno questa battaglia la inquadra in una competizione strategica, tra Stati Uniti e Cina. “Una competizione che non si gioca solo sul piano militare, ma su tecnologia, filiere produttive, controllo delle infrastrutture e influenza politica. Il 2026 si apre quindi come un anno di consolidamento di questa dinamica”. (Antonio Zennaro, Non solo Venezuela: così gli Usa tornano all’offensiva nella competizione con Pechino, 9.1.26, atlanticoquotidiano.it) Gli Stati Uniti, con Trump, “sembrano orientati a difendere in modo più diretto il proprio perimetro strategico.
Non per spirito di confronto, ma per una valutazione di interessi ritenuti essenziali”. Anche la questione Groenlandia va inquadrata in questo contesto. La preoccupazione degli Stati Uniti che, “Cina e Russia riescano in relativamente poco tempo a portare la Groenlandia sotto il loro controllo, de facto se non de jure, come hanno fatto, per esempio, con il Venezuela e Panama, non è infondata. Le prime avances cinesi per lo sfruttamento delle risorse e il controllo delle infrastrutture dell’isola risalgono già a qualche anno fa”. (Federico Punzi, O gli Usa, o Cina e Russia: cosa c’è nel futuro della Groenlandia, 12.1.26, atlanticoquotidiano.it). Certo, come in ogni cosa ci sono sempre gli interessi economici, ma spesso questi sono sempre preceduti da quelli storici, culturali e spirituali. A cominciare dal prelevamento del Presidente Nicolàs Maduro e della moglie dalla loro camera da letto a Caracas e al successivo trasferimento a New York. Episodio che forse dovrebbe segnare la fine del “socialismo del XXI secolo”.
Quel tentativo “di rilancio dell’ideologia socialista dopo il 1989 e dopo la fine dell’Urss (1991) in America Latina, in particolare attraverso il pensiero del politologo tedesco Heinz Dieterich, che fu consigliere del governo venezuelano prima della rottura nel 2007, e assunto come programma politico da diverse figure carismatiche, in particolare dal generale venezuelano Hugo Chàvez (1954-2013)”. Un socialismo, intriso di nazionalismo boliveriano che prima con Chavez e poi con Maduro, ha portato il Venezuela alla miseria perché hanno applicato “in modo radicale l’idea di fondo del socialismo, cioè la soppressione della proprietà privata, attraverso la nazionalizzazione della produzione petrolifera, che è la vera ricchezza del Paese”. Risultato, la miseria diventa il principale problema del Paese, con otto milioni di abitanti che vanno in esilio volontario. La Chiesa rimane l’unica alternativa al regime, sia perché riceve aiuti dall’estero e può organizzare le “pentolate” per sfamare una popolazione stremata, sia per la sua struttura capillare attraverso le parrocchie, presenti sul territorio, che possono aiutare la popolazione in difficoltà.
L’operazione di polizia di Trump porterà la democrazia in Venezuela? E’ presto per dirlo. Vedremo. Intanto Il Presidente americano ha lanciato un forte segnale in America Latina e cioè non si può prescindere dagli Stati Uniti e che favorire la Cina e la Russia e i loro interessi geo-politici non è una buona idea”. Noi europei ci siamo scandalizzati perché Trump ha ignorato il diritto internazionale e ci piacerebbe vederlo sempre rispettato. “Però bisogna prendere atto – scrive Invernizzi – che nel mondo odierno comanda la forza degli Stati, o almeno di alcuni Stati. Sono tutti uguali questi Stati? L’uso della forza americana è ancora preferibile a quello cinese o russo o, peggio, della Corea del Nord? Io penso senz’altro di sì”. Pertanto, il gesto di Trump ha ancora diviso tra favorevoli e contrari. Attenzione però, si tratta di una divisione molto più antica che riguarda l’Occidente e risponde alla domanda: “la cultura occidentale è un patrimonio che merita di essere difeso e riproposto oppure al contrario merita di morire, cioè di essere spazzato via dalle nuove forze ideologiche e politiche che si richiamano o al vecchio comunismo aggiornato (Cina e Corea del Nord) oppure a una forma di nazionalismo imperialista con venature religiose (sciita in Iran e ortodosso in Russia)?” E ancora, continuo con le domande poste da Invernizzi.
Per un cattolico che vive in Occidente, “che sa benissimo che la sua cultura e la sua civiltà non sono le uniche possibili incarnazioni della fede cristiana, ma sono quelle che contraddistinguono le sue radici, è giusto difendere e riproporre questi principi (che sono quelli della dottrina sociale della Chiesa), oppure va incoraggiato quel vento rivoluzionario, nazionalista e/o socialista, che in nome del “socialismo del XXI secolo” vorrebbe spazzare via dalla storia l’Occidente decadente e corrotto?” Dunque, anche oggi bisogna scegliere, come durante la Guerra fredda, se si vuole proteggere e ricostruire partendo dall’esistente, per quanto disgustoso possa essere, oppure se si preferisce cercare di “distruggere il sistema” per poi affidarsi utopisticamente alla costruzione del “mondo nuovo”. Tuttavia, non si tratta soltanto del Venezuela.
C’è anche l’Iran, dove si svolge in questi giorni, un’antica battaglia fra la libertà e la tirannia. I manifestanti in Iran, sembrano, addirittura invocare il ritorno di Reza Pahlavi, l’erede dello Scià di Persia, fuggito dal Paese nel 1979 dopo la Rivoluzione khomeinista. Tutti quelli che manifestano dagli iraniani ai venezuelani, agli oppositori che non possono parlare in Cina, Russia e Corea del Nord, tutte queste persone, che magari appartengono a diverse formazioni politiche, stanno dalla parte della libertà contro i regimi totalitari o dispotici. Interi popoli hanno riscoperto il desiderio della libertà, l’amore per la propria tradizione e per le radici, e sono disposti anche a sacrificare la vita per raggiungere questi obiettivi. L’«asse del male» è in difficoltà, questa è la buona notizia.
a cura di Domenico Bonvegna
