Benvenuti nel 2026: vincolo europeo, tasse italiane e la solita classe politica in modalità genuflessorio. Obbedire è meglio di governare

Ogni anno, la manovra economica si presenta con la solita liturgia: conferenze stampa affollate, parole misurate con cura, promesse di “più soldi in busta paga”, “più sostegno alle famiglie” e “più attenzione ai pensionati”. È un linguaggio rassicurante, che dipinge un Paese in movimento, in miglioramento, che si prende cura dei suoi cittadini.

Ma basta spostare lo sguardo dalle frasi altisonanti alle righe più discrete per scorgere il meccanismo sottostante: in un sistema dove lo Stato non emette la propria valuta, ogni euro elargito deve provenire da qualche altra parte. Non è un’opinione: è un vincolo strutturale imposto dall’euro e dalle regole UE. E gli aumenti, infatti, non mancano. Quelli diretti e palesi: la nuova tassa da 2 euro sui pacchi extra-UE sotto i 150 euro, l’incremento delle accise sui carburanti (fino a +0,05 euro al litro) e sui tabacchi, il rincaro dei pedaggi autostradali del 2-3%, il raddoppio della Tobin Tax sulle transazioni finanziarie, e le imposte aggiuntive sugli affitti brevi. Sono misure che impattano direttamente la vita quotidiana, senza bisogno di interpretazioni.

Poi ci sono gli aumenti indiretti, quelli silenti ma inevitabili. Il governo preleva di più da banche e assicurazioni (ad esempio, con la proroga dell’imposta straordinaria sugli extraprofitti), e queste – come prevedibile – riversano i costi sui clienti: polizze vita più care del 5-10%, RC Auto appesantite, commissioni bancarie gonfiate. Non serve un decreto per alzare i prezzi: basta un’imposta a monte. Al contrario, la lista degli “aumenti positivi” appare modesta.

Le pensioni salgono dell’1,4% (circa 10-20 euro al mese per una media), gli stipendi beneficiano di un taglio IRPEF per le fasce medie (fino a 440 euro annui), l’assegno unico per i figli viene ritoccato del 2-3%, e gli statali ottengono incrementi salariali che l’inflazione (al 2,5%) erode quasi del tutto. Sono miglioramenti tangibili, sì, ma finanziati proprio dagli aumenti elencati. Non si tratta di espansione della spesa pubblica: è una semplice partita di giro. Nel frattempo, scorrono in parallelo spese inevitabili per gli impegni internazionali, come i 2 miliardi destinati al sostegno militare dell’Ucraina – capitoli che raramente entrano nella narrazione degli “aiuti alle famiglie”, ma che gravano sul bilancio complessivo.

Il punto è semplice, quasi disarmante: senza una valuta sovrana, lo Stato non può creare liquidità, svalutare o espandere il deficit oltre i limiti UE (3% del PIL). Deve inchinarsi a regole esterne, mercati, rating e spread. La manovra si riduce sempre alla stessa equazione: 𝑵𝒖𝒐𝒗𝒂 𝒔𝒑𝒆𝒔𝒂 = 𝒏𝒖𝒐𝒗𝒆 𝒕𝒂𝒔𝒔𝒆 + 𝒕𝒂𝒈𝒍𝒊 + 𝒅𝒆𝒃𝒊𝒕𝒐 𝒄𝒐𝒏𝒔𝒆𝒏𝒕𝒊𝒕𝒐 (e quest’ultimo è limitato). Per questo, ogni euro annunciato come “aiuto” è prelevato altrove: da accise, pedaggi, imposte indirette o rincari sui consumatori.

Non è polemica: è realtà strutturale. Finché perdurerà, ogni manovra funzionerà così: per dare qualcosa, bisogna toglierlo da un’altra parte. Il resto? Pura narrazione. Non sarebbe il caso che l’Italia, finalmente, ripensasse il suo ruolo nell’euro?

bilgiu