Storie di Cosa Nostra. Tu sei un mafioso e di qui inizia la tua perdizione

Quello tra me e le cronache dei casi giudiziari più scottanti non fu amore a prima vista. Quando ho iniziato a occuparmi di processi, violenze, omicidi, sparizioni, avevo da poco iniziato a collaborare con il quotidiano catanese La Sicilia, testata autorevole e prestigiosa, all’epoca diretto da Mario Ciancio Sanfilippo.

Non potevo certo sapere che impratichirsi con la cronaca giudiziaria e nera significasse fare i conti con la difficile arte del rompere le scatole ai cosiddetti intoccabili che ti porta, molte volte, a sbattere contro un muro di gomma. Una delle inchieste più scottanti è stato raccontare le storie accadute all’interno di Cosa Nostra anche grazie alle carte processuali, le testimonianze che ho potuto raccogliere da alcuni personaggi di primo piano dell’organizzazione criminale oltre che dai cosiddetti “soldati”. Un viaggio nella memoria è fatto di racconti, digressioni, lunghe citazioni. Proviamo a sintetizzarlo in tre atti…

Strana entità, la Mafia    

“Il vero pericolo, la minaccia più grave della democrazia italiana è Cosa Nostra”. E’ il mese di giugno del 1992 e Vincenzo Scotti, ministero degli Interni, compie l’ultimo atto della sua battaglia contro la grande criminalità. Il ministro trasmette al Parlamento il dossier sui primi sei mesi di attività della Dia, la Direzione investigativa antimafia. Una relazione molto allarmata, diversa da quelle che tradizionalmente si inviano alle Camere. E per la prima volta contiene un’analisi del fenomeno mafioso più accurata, con distinzioni, precisazioni e considerazioni non certo marginali.

Cosa Nostra, si legge nella relazione di Scotti, “costituisce il segmento più nascosto, profondo e pericoloso di ciò che viene chiamato mafia. A causa della sua capacità di confronto-scontro diretto con le autorità, a causa della particolare ed efferata qualità del suo materiale umano e della sua tradizione di governo territoriale, essa rappresenta il pericolo più grave”. E ancora: “La caratteristica principale di Cosa Nostra è la tendenza al confronto da pari a pari con lo Stato. Nonché all’infiltrazione in esso, tramite relazioni occulte con esponenti dei suoi apparati e degli organismi elettivi, fino alla neutralizzazione di chiunque si opponga al suo strapotere. Le famiglie che costituiscono Cosa Nostra si distinguono dai gruppi definibili come mafiosi per il criterio estremamente selettivo di reclutamento dei propri membri e delle più elevata capacità di regolazione della conflittualità interna”.

La mafia è l’unico, grande imprenditore di questa Sicilia. E non si è fatto quasi nulla per cercare di porre argini adeguati al suo potere, alla sua ricchezza. Sono gli interessi reali, quelli che premono e reagiscono, quando si sentono minacciati. E Falcone lo faceva ancora. Non era tanto la Superprocura in quanto tale, a dare fastidio ai clan. Ma l’attività costante di un magistrato che indagava sui punti di contatto tra la finanza in Italia e all’estero, la politica e le clientele che sparano, le cosche mafiose. La morte di Falcone, il dolore e lo sdegno fanno spazio ai più lucidi tentativi di capire il contesto dei poteri economici e politici, a cavallo tra legalità e illegalità, che sono stati messi in crisi dal suo lavoro. La mafia imprenditrice, dunque. Quanto valeva, quanto fatturava? Difficile, fare dei conti esatti. Ma si possono fare delle stime, sapendo comunque che sono sempre approssimate per difetto, mai per eccesso.

A fare le pulci a Cosa Nostra, Antonio Calabrò su la Repubblica qualche settimana dopo la strage di Capaci: “Nell’85 il Censis aveva calcolato in 100 mila miliardi il giro d’affari complessivo per tutta la criminalità, dai piccoli reati ai proventi del traffico degli stupefacenti: un dato che nel 1990 è stimato in quasi 200 mila miliardi, tenendo conto del naturale incremento degli affari e dell’inflazione. E sono tanti, quei 200 mila miliardi: poco meno di un quinto dell’intero prodotto interno lordo italiano del tempo, oltre tre volte di più del fatturato del gruppo Fiat (58 mila miliardi nel ’91). Utili altissimi Il calcolo cambia se si guarda soltanto alla criminalità organizzata, agli affari dei clan come “aziende del crimine”. La fonte è ancora una volta una ricerca del Censis, condotta tra il ’90 e il ’91 su “criminalità, istituzioni, società”. Il fatturato della cosiddetta “crime company” è stimato in 15.689 miliardi. E tra le voci più grosse, c’è innanzitutto il traffico di stupefacenti, con i suoi 4 mila miliardi soltanto per l’Italia. Più di 2 mila miliardi sono il frutto del racket delle estorsioni. E poi ecco i furti, soprattutto quelli in grande stile (il traffico dei Tir, tanto per fare un esempio), le truffe e le frodi (alcuni processi hanno accertato i raggiri condotti da famiglie mafiose, come quella dei Greco, ai danni della Cee – Unione europea), il gioco clandestino, il contrabbando e il traffico di armi. Ma attenzione: quei 15.689 miliardi sono soltanto in parte il vero fatturato della “crime company”. Perché dal calcolo il Censis esclude innanzitutto i proventi del traffico internazionale della droga, di cui mafia, camorra e ‘ndrangheta sono protagonisti di primissimo piano. E soprattutto perché dal calcolo, per impossibilità di valutazione, mancano i ricavati del “riciclaggio”. E non è affatto un’assenza indifferente. Quei capitali garantiscono amplissimi margini di utili su fatturati enormi. Quanti soldi…

D’altronde, chi conosce la storia in quegli anni della violenza mafiosa, sa che gli omicidi sono sempre scattati quando ci si è avvicinati a quelli che il giudice Giuseppe Di Lello (uno dei giudici istruttori, con Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, a costituire il nucleo originario del pool antimafia che portò al maxi processo e all’arresto di decine di mafiosi) chiama “gli interessi reali”, le migliaia di miliardi della mafia. Nel 1977, per esempio, quando i killer del “clan dei corleonesi” uccidono il colonnello Giuseppe Russo. Era la sera del 20 agosto quando un gruppo di fuoco mafioso composto da Leoluca BagarellaGiovanni BruscaVincenzo Puccio e Giuseppe Greco detto “Scarpuzzedda” arrivò a bordo di una Fiat 128 nella piazza principale di Ficuzza (frazione di Corleone) e, armati di pistole calibro 38, spararono contro il colonnello Russo, il quale, essendo in vacanza, stava passeggiando assieme all’insegnante Filippo Costa (che lo stava aiutando nella stesura di un libro di memorie), anch’egli colpito e rimasto ucciso. La sua colpa? Indagava su certi appalti per le dighe in Sicilia. O nel luglio del 1979, quando muore Boris Giuliano, capo della squadra mobile di Palermo, sulle piste degli affari del clan dei Gambino e degli Inzerillo e di don Michele Sindona, del traffico di droga e del riciclaggio dei miliardi tra Italia e Usa. La stessa pista su cui lavorava il procuratore della Repubblica Gaetano Costa, quando venne assassinato nell’agosto del 1980. Costa, ovvero, il primo magistrato a cominciare a chiedere alle banche siciliane i conti delle “famiglie” e dei finanzieri amici. Anni durissimi, quelli. Di mafia che traffica, accumula ricchezze, corrompe. E spara. Contro il presidente della Regione Piersanti Mattarella, che aveva aperto indagini amministrative sugli strani appalti di Palermo. E contro il segretario siciliano del Pci Pio La Torre, che difendeva in Parlamento la sua legge che avrebbe consentito gli accertamenti patrimoniali e la confisca dei beni accumulati illegalmente dai boss. Contro il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, le cui inchieste minacciavano i grandi appaltatori tra Palermo e Catania e i clan degli esattori delle tasse e contro il consigliere istruttore Rocco Chinnici, che aveva formato il pool anti-mafia e stimolato il lavoro di Giovanni Falcone.

Si parte dai delitti per ricostruirne il contesto. E si guardano i conti in banca, si segue la pista del riciclaggio dei capitali sporchi, si stabiliscono rapporti tra gli inquirenti di Palermo, Lugano e New York. Un lavoro difficilissimo, che arriva al successo quando il pool di Falcone riesce a incastrare i finanzieri Nino e Ignazio Salvo, l’anima degli affari della mafia siciliana e lo stesso don Vito Ciancimino, dieci miliardi di patrimonio personale sequestrato e una fila di affari che vanno da Corleone al Canada, passando per la solita Svizzera. Né i Salvo né Ciancimino saranno ovviamente grati a Falcone e agli altri giudici.

Così come i boss di Corleone non lo sono stati con Ninni Cassarà, il miglior poliziotto palermitano, condannato a morte per aver osato mettere il naso negli affari di Francesco Di Carlo, nei suoi traffici di droga tra la Sicilia e la Gran Bretagna e le sue oscure manovre che portano sino agli ultimi giorni del presidente del Banco Ambrosiano, assassinato a Londra – come raccontano i “pentiti” – proprio da Di Carlo. Di affari con soldi “sporchi”, nel corso degli anni ’80, Falcone e gli altri magistrati ne bloccano tanti. In Spagna, con le speculazioni immobiliari della “famiglia” di don Gaetano Badalamenti. E negli Usa, con l’operazione “Pizza connection”, condotta d’ intesa con Fbi e Dea, l’agenzia antidroga americana. Nonostante le inchieste la multinazionale mafiosa continua ad andare avanti. Traffica, smercia droga, ricicla soldi. Come i boss del clan dei Cuntrera e dei Caruana: caricano miliardi in contanti sugli aerei della loro flottiglia privata, volano dal Canada a Nassau, nella Bahamas e depositano miliardi alla Banca di Svizzera e d’Italia, che provvede a metterli in circolo, a “ripulirli” lungo i canali dell’ “hot money”, il denaro caldo delle speculazioni finanziarie e dei grandi affari che si muove tra paradisi fiscali e capitali della finanza.

Come Calabrò sottolinea nel suo reportage anche sui Cuntrera e sui Caruana, indagava Falcone. Ma la loro famiglia – dicono gli inquirenti americani – è ancora potente. Gli investimenti così come potenti restano i Madonia, uno dei clan più feroci. Il clan che controlla quella parte della provincia di Palermo lungo cui corre l’autostrada di Punta Raisi. Ai Madonia portano molte inchieste. Sul traffico di cocaina tra Sud America e Milano, per esempio. Le indagini sulla “Duomo connection” a Milano (stimolate appunto da Giovanni Falcone) rivelarono grosse iniziative immobiliari dei clan mafiosi. E in più occasioni un autorevole magistrato come Adolfo Beria d’Argentine, il presidente della Camera di Commercio di Milano Piero Bassetti e l’ex prefetto milanese Carmelo Caruso diedero l’allarme sulle infiltrazioni mafiose nel mondo della finanza.

Infiltrazioni non nuove, come raccontano le vicende di don Michele Sindona e del Banco Ambrosiano di Calvi. Perché una multinazionale da decine di migliaia di miliardi di fatturato all’anno negli anni Novanta deve pur mettere i soldi da qualche parte, riciclare, investire, crescere. E dunque ha bisogno che non ci siano in giro né bravi poliziotti né giudici esperti. Se danno fastidio, meglio ucciderli.

Ecco perché non è facile scrivere una storia della mafia siciliana e delle altre mafie, che sono penetrate così a fondo nel tessuto della società italiana e minacciano da vicino valori imprescindibili a cominciare da quello della legalità e dei diritti uguali per tutti.

Un mondo sdoppiato, schizofrenico, allucinato, in cui tutti sono nello stesso tempo amici e nemici di tutti. In cui tutti professano e ostentano lealtà e fedeltà intensissime, annodano e sciolgono patti e federazioni, nello stesso tempo in cui affermano il falso, promuovono l’inganno, progettano congiure e imboscate, tradiscono e uccidono persone care. E domina su tutto la continua paura e il pericolo di morte violenta.

Perché la mafia si è propagata in tutto il territorio nazionale, ma solo in alcune regioni è riuscita a penetrare nelle maglie deboli del tessuto sociale. In Sicilia dilaga. A Palermo, gli omicidi sono passati da 200 a 275; a Catania, sono stati 211. Le rapine 5.681 a Palermo, 4.666 a Catania. Più confortanti i dati di Reggio Calabria: gli omicidi sono diminuiti da 198 a 102.

Ma, se andiamo a cercare come e perché la Cosa Nostra è diventato l’universo descritto dai pentiti scopriamo che l’accelerazione decisiva è stata costituita dall’ingresso in grande stile del traffico di stupefacenti nella società italiana e tra l’Italia e gli Stati Uniti: i profitti della droga hanno cambiato il livello della competizione interna, hanno dato origine a uomini spietati e in nulla rispettosi almeno delle vecchie regole mafiose (come i corleonesi di Luciano Liggio, ma non solo loro: basta pensare al catanese Nitto Santapaola), disposti a tutto pur di emergere per potere e ricchezza.

In Sicilia storicamente sono presenti cinque province mafiose: Palermo, Agrigento, Trapani, Caltanissetta e Catania. I territori delle province mafiose non sempre corrispondono con le Province del territorio dello Stato. Se vi è coincidenza tra le province di Palermo, Agrigento e Trapani, la provinciale mafiosa di Caltanissetta comprende le Province di Caltanissetta ed Enna, mentre la provincia mafiosa di Catania comprende le Province di Catania, Messina, Siracusa e Ragusa.

Il capo di ogni provincia mafiosa nel suo territorio è Re nel senso che nessun altro mafioso di Cosa Nostra, della provincia e non, può nel territorio di competenza può compiere delitti senza il suo preventivo consenso e ciò in special modo per i delitti di particolare rilevanza.

I capi delle province mafiose di Cosa Nostra dal 1982 in poi sono stati per la provincia di Palermo (Salvatore Riina), Trapani (Francesco Messina Denaro e poi il figlio Matteo), Agrigento (Carmelo Colletti e poi Giuseppe De Caro) Caltanissetta (Giuseppe Madonia) e Catania (Benedetto Santapaola).

All’interno di ogni provincia mafiosa, specie in quelle in cui vi erano numerose famiglie mafiose, esistevano i mandamenti. Ogni mandamento mafioso era composto da tre o più capi famiglia. I capo mandamento erano comandati dal capo provincia. Solo a Palermo, stante il numero consistenti di famiglie e di mandamenti esisteva una commissione che era composta dai capi del singolo mandamento presieduta dal capo provincia. E’ bene precisare che le decisioni della commissione vincolava esclusivamente la provincia di mafiosa di Palermo e non quelle delle altre province mafiose. Nella sola provincia mafiosa di Catania non vi erano mandamenti in quanto esistevano in tutta la provincia sole tre famiglie (quella di Catania, quella di Ramacca e quella di Caltagirone).

All’interno della famiglia vi era un organismo che, per limitarci alla provincia mafiosa di Catania, era così strutturato:

A capo della famiglia mafiosa di Catania vi era un rappresentante.

Il rappresentante doveva conoscere l’andamento degli interessi di tutta la famiglia e decideva ogni questione, specie quelle più rilevanti. Nella famiglia di Catania il rappresentante di tutta la famiglia, così come dell’intera provincia è stato sempre Benedetto Santapaola.

Dopo il rappresentante vi era la figura di vice rappresentante (nel palermitano tale figura era definita sottocapo) che è colui che rappresenta il capo nei rapporti con il capodecina, i consiglieri e gli “uomini d’onore” e prendeva le decisioni, sempre ove possibile in collegamento con il rappresentante. Il vice rappresentante della famiglia mafiosa di Catania era dapprima Francesco Mangion e dopo il 1987 Aldo Ercolano (nipote prediletto di Benedetto Santapaola e genero di Francesco Mangion).

All’interno della famiglia vi era uno o più consiglieri del rappresentante che avevano un ruolo consultivo per quanto riguarda le decisioni di maggiore rilevanza che il rappresentante è chiamato a prendere. Rientra nel compito del consigliere della famiglia anche quello di farsi promotore di determinate iniziative nell’interesse della famiglia che saranno poi definitivamente decise o meno dal rappresentante o dal vice rappresentante. Sono stati consiglieri della famiglia catanese Francesco Mangion, Giuseppe Pulvirenti e Marcello D’Agata.

Nell’ambito della famiglia, seguendo la scala gerarchica, vi è poi il capodecine che è colui che sceglie a chi materialmente deve essere delegata l’esecuzione di ciò che il rappresentante ha deliberato, nonché dispone quando un’azione va compiuta o ne deve conoscere i tempi di esecuzione del delitto programmato.

Il capodecina è stato sempre Calogero Carlo Campanella, inteso “Carletto” e nei periodi in cui quest’ultimo era in carcere il ruolo è stato svolto da Aldo Ercolano che in tali periodi ha così avuto una doppia carica.

Per le decisioni che debbono essere prese immediatamente, senza cioè avere il tempo di contattare il rappresentante della “famiglia”, è necessaria una rapida consultazione tra il vice rappresentante della famiglia, un consigliere e il capodecina.

Oltre a tali cariche ve ne sono altre, non meno importanti, quali il cassiere della famiglia, ruolo che per lungo tempo è stato svolto da Enzo Aiello.

Le altre cariche altrettanto rilevanti sono quelle di “rappresentante della provincia” e di “ive rappresentante della provincia”.

Il rappresentante della provincia è il soggetto mafioso che tiene i collegamenti con le altre famiglie di cosa nostra sia della provincia che delle altre province mafiose siciliane.

Il rappresentante della provincia si sposta, a titolo esemplificativo, quando bisogna commettere omicidi fuori dalla provincia di Catania o quando un imprenditore, che è sotto la protezione della famiglia catanese, deve fare un lavoro in un’altra provincia e quindi bisogna far sapere che si tratta di una persona di interesse.

Tutto questo non esclude che l’imprenditore debba pagare il “tangente” in quanto quest’ultima viene versata dall’imprenditore alla famiglia che poi provvede a girarla, normalmente decurtandone una piccola parte per sé, alla famiglia nel cui territorio l’imprenditore sta effettuando i lavori.

In sostanza l’intervento del rappresentante provinciale o del suo vice serve soltanto ad evitare che possano essere compiute nei confronti dell’imprenditore protetto azioni di ritorsioni con danneggiamenti dei mezzi di cantiere.

Il rappresentante della provincia si sposta settimanalmente per gli incontri con i rappresentanti delle altre province che avvengono nei bar dei rifornimenti di benzina lungo l’autostrada Catania – Palermo.

Per ogni settimana si ha cura di cambiare il rifornimento di benzina dove deve avvenire l’incontro, per cui, a rotazione, si parte dal rifornimento più vicino a Palermo (quello di Termini Imerese) e si arriva a quello più vicino a Catania (quello del Gelso Bianco) e viceversa.

I rappresentanti per la provincia sono stati dapprima dagli inizi degli anni ’80 Salvatore Marchese, dopo il pentimento dello zio di quest’ultimo Nino Calderone, dopo che i “palermitani” non intendevano interfacciarsi con un parente di un pentito, tale ruolo è stato svolto da Marcello D’Agata, accompagnato da Maurizio Avola, successivamente da Giuseppe Ferrera e dal 1991 da Salvatore Santapaola (fratello di Benedetto) che, in considerazione dell’ età avanzata, di fatto non ha quasi mai partecipato alle riunione cui delegava Eugenio Galea nella qualità di vice rappresentante, accompagnato da Vincenzo Aiello o da Alfio Fichera.

L’ossatura di base della famiglia mafiosa è costituita dai c.d. uomini d’onore, comunemente definiti soltati ma molti dei quali veri e propri generali, per carisma, coraggio e intelligenza e ciò specialmente nelle famiglie in cui non vi erano molti uomini d’onore in quanto la selezione per il loro ingresso era particolarmente rigida.

A Catania la famiglia di Cosa Nostra era divisa in gruppi il cui nome era preso dalla località e territorio ove il gruppo esercitava il suo potere mafioso.

Prima di specificare i gruppi mafiosi catanesi è bene precisare che nell’ambito della famiglia catanese di Cosa Nostra militava il gruppo di Giuseppe Pulvirenti noto come “u malpassotu” a capo di un gruppo ben organizzato che operava nei paesi della provincia etnea.

Pulvirenti venne “fatto” uomo d’onore nel 1985 e Benedetto Santapaola consentì al “Malpassotu” di mantenere la guida di questa organizzazione in autonomia anche se lo stesso “Malpassotu” opera in alleanza con il Santapaola e ha dei doveri nei confronti di quest’ultimo in quanto componente della “famiglia”. Alcuni componenti del gruppo di Pulvirenti sono poi stato battezzati quali uomini d’onore quali il figlio Nino Pulvirenti, Girolamo Rannesi, Franco Stimoli e lo stesso Giuseppe Squillaci.

Gli uomini d’onore inseriti nell’organizzazione del “Malpassotu” sono responsabili davanti alla famiglia catanese di quanto viene fatto dal gruppo del quale sono inseriti e per quanto riguarda Pietro Puglisi, Nino Pulvirenti e Pippo Squillaci sono anche dei capi gruppo.

Girolamo Rannesi è inserito nel gruppo di Nicolosi che fa formalmente capo a Pippo Grazioso, genero del “Malpassotu”, ma in realtà quando era libero il Rannesi poteva liberamente disporre degli uomini di questo gruppo per eseguire attività criminose deliberate dalla “famiglia” Santapaola, senza dover dipendere dal Grazioso di peraltro è genero.

Per quanto riguarda lo Stimoli, lo stesso È inserito nel gruppo di S. Pietro Clarenza che È diretto da Nino Pulvirenti.

Per quanto riguarda i gruppi della “famiglia” operanti a Catania, essi posso essere così classificati:

1) Gruppo di Ognina, il cui responsabile era Marcello D’AGATA, che contemporaneamente rivestiva anche la carica di consigliere della “famiglia”.

Di tale gruppo facevano parte Maurizio Avola, Pinuccio Di Leo, Pippo Crisafulli, Ernesto Carbonaro, Carmelo Coco, Salvatore Barcella, Franco Pistone, Franco Giammuso, Salvatore Leotta, Orazio Trovato e altri personaggi minori quali Salvatore Fresta, Giuseppe Di Re, Alberto Torre, Nino Cornelli e Franco Leruzzo.

 

2) Gruppo di Picanello, di cui responsabile era Carletto Campanella il quale, sino al momento del suo arresto, aveva anche la carica di “capodecine”.

Di tale gruppo facevano parte Salvatore Cristaldi, Venerando Cristaldi, Giovanni Comis, Enzo Scalia, Gaetano Di Bella, Filippo Marciante, Roberto Illuminato, Renato Suraniti, Franco Sansone, Franco Raimondo, Sebastiano Tropea, Antonio Tomaselli, Rosario Grillo, Carlo Pastura, Alfio Campanella e Santo Tudisco.

3) Gruppo della Stazione, di cui responsabile era Iano Ercolano; il suo vice era Domenico Zuccaro.

Di tale “gruppo” facevano parte anche Carmelo Zuccaro, Aldo Di Paola e il fratello di Domenico Zuccaro.

4) Gruppo della Plaja, responsabili del “gruppo” erano Alfio Fichera e Santo Battaglia.

Alfio Fichera si occupava anche della zona di S. Cristoforo e di quella della strada “Ottanta Palme”, mentre il Battaglia si occupava anche della zona del Villaggio S. Agata.

Nel Villaggio S. Agata operava anche un altro piccolo gruppo diretto da Pippo Ercolano, padre di Aldo, che si serviva, a tal fine, di Michele Marchese.

Punto di riferimento del “gruppo” della Plaja era il rifornimento Agip ubicato accanto al bowling.

Il Fichera per volontà di Benedetto Santapaola, si occupava prevalentemente dei figli di quest’ultimo, cercando di stare vicino agli stessi.

A tale “gruppo” appartenevano Giovanni Tropea, Raimondo Maugeri, Salvo Battaglia, fratello di Santo, Salvatore Santapaola, inteso “Colluccio”, Angelo Santapaola, Franco Santapaola, detto “A Scimmiedda”, suo fratello Angelo (questi ultimi operano soprattutto nella zona di Villaggio S.Agata), i fratelli Zucchero, Salvatore Amato e Franco Di Venuto.

5) Gruppo del Villaggio S.Agata.

Il gruppo era diretto, per conto di Giuseppe Ercolano e da Michele Marchese.

Ne facevano parte “Bioscia”, Antonino Pelleriti, Maurizio Marchese, fratello di Michele, Pietro Marchese, fratello dei primi due.

6) Gruppo di Piazza Galatea.

In questo gruppo Pippo Mangion era responsabile.

Era il cuore di tutti i “gruppi” del clan Santapaola, proprio perché nei locali nel garage di viale Ionio gli uomini d’onore potevano incontrare, quasi quotidianamente, Aldo Ercolano che era il vice rappresentante della “famiglia” e Salvatore Santapaola, fratello di Nitto, che era il rappresentante della provincia, per cui impropriamente qualcheduno parlava del “gruppo” di viale Ionio, che in effetti non esisteva come “gruppo” a sé.

Del gruppo di Piazza Galatea facevano parte oltre a Pippo Mangion, Andrea Campione, Nino Licciardello, Carmelo Santonocita e i fratelli Mario e Pippo Strano.

7) Gruppo di S.Giorgio.

Di tale “gruppo” i personaggi più importanti erano Filippo Branciforti, Umberto Di Fazio e Giuseppe Braciforti. I primi due sono “uomini d’onore”. Tale gruppo si avvaleva Enzo Santapaola, figlio di Salvatore.

8) Gruppo di Monte Po.

Responsabile del “gruppo” era Natale Di Raimondo.

Personaggi di rilievo di tale “gruppo” erano Salvatore Pappalarso e Franco Di Grazia, detto “Francu u Sfasciu” e Lello Quattroluni.

In tale “gruppo” erano inseriti anche Sebastiano e Angelo Mascali, detti “Catina”, Giovanni Rapisarda, i fratelli Salvatore e Vincenzo Fazio, detti “Pagghioli”, Giuseppe Aiello e Giuseppe La Rosa e Maurizio Cusimano.

9) Gruppo del Castello Ursino.

Tale “gruppo” era diretto da Natale D’Emanuele.

Di esso facevano parte Ernesto Marletta, detto “Pippu Vulpi”, Santo Longo e Pippo Crisafulli e altri diversi altri personaggi.

 

CONTINUA…