di Roberto Malini
In occasione delle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina, alcune atlete e alcuni atleti statunitensi hanno scelto di rompere una tradizione di silenzio, intervenendo pubblicamente sul clima politico e civile degli Stati Uniti. Tra le voci più autorevoli, quelle della sciatrice Mikaela Shiffrin (nella foto) e del freestyler Hunter Hess, che hanno riaffermato con forza una distinzione essenziale: rappresentare una nazione non significa identificarsi con le scelte politiche del governo in carica, ma con i valori profondi della sua società civile.
Shiffrin, atleta simbolo dello sport mondiale, ha richiamato le parole di Nelson Mandela sulla pace come costruzione di un ambiente in cui tutti possano fiorire, sottolineando di voler rappresentare alle Olimpiadi valori di inclusività, diversità e gentilezza. Hess ha parlato apertamente del disagio provato nel gareggiare mentre negli Stati Uniti sono in corso politiche che colpiscono diritti fondamentali, in particolare sul fronte dell’immigrazione, chiarendo che indossare la bandiera non equivale ad avallare discriminazione e violenza istituzionale.
Le sue dichiarazioni hanno suscitato un attacco diretto del Presidente Trump, che lo ha insultato pubblicamente, ma la reazione del mondo olimpico è andata in tutt’altra direzione. Numerosi atleti hanno ribadito che lo sport non è separabile dalla realtà sociale e che l’etica olimpica implica responsabilità, empatia e rispetto dei diritti umani. In questo contesto, Shiffrin e Hess emergono come campioni non solo sportivi, ma civili, capaci di “volare alto” in un momento segnato da arroganza e intolleranza, offrendo un’immagine degli Stati Uniti fondata su dignità, coscienza critica e umanità.
