L’IMPORTANZA DELLE DATE NELLA STORIA DELL’EUROPA

Giovanni Paolo II dava molta importanza alle date soprattutto nella storia del suo Paese. Naturalmente non poteva dimenticare la battaglia della Vistola del 13 agosto 1920, quando i difensori polacchi guidati dal maresciallo Joseph Pilsduski si batterono come leoni per respingere l’assalto dell’Armata Rossa a Varsavia. Il maresciallo Jozef Klemens Pilsudski (1867-1935), fu un grande statista che si rese conto della natura della battaglia in corso. Di fronte a due milioni di bolscevichi elabora un piano rischioso quanto geniale, perché non previsto dai comandanti russi.

Esce fuori dalla capitale e attacca il fronte scoperto dell’Armata bolscevica, che sorpresa da questo audace attacco, si ritira, perdendo terreno e viene sconfitta senza potersi riorganizzare. Una battaglia che andrebbe approfondita, ho cercato di sottolinearlo nel mio libro, “L’Eredità politica di Giovanni Paolo II”. È significativo l’episodio del sacerdote Ignacy Skorupka, cappellano del 236 reggimento di fanteria, si ritrova da solo a comandare circa duecentocinquanta soldati: “con la croce in mano (come il cappuccino Marco d’Aviano a Vienna nel 1683) come unica arma guida i giovani volontari al contrattacco contro le linee nemiche e muore in combattimento”. In questa situazione la Chiesa polacca svolge un ruolo determinante. La gente dopo l’appello si arruola massicciamente nell’esercito. Anche i sacerdoti sono al fianco dei soldati polacchi, come don Ignacy.

I vescovi volevano far capire che la Polonia era rimasta l’ultimo baluardo che impediva la marcia trionfale del bolscevismo su tutta l’Europa. La Chiesa era consapevole che il bolscevismo era il primo nemico, perché “porta nel suo petto un cuore pieno di d’odio. Il suo odio si rivolge prima di tutto contro il Cristianesimo, del quale è la vera negazione: si rivolge contro la croce di Cristo e contro la sua Chiesa […]”. In questa storia ci sono altri particolari da segnalare, per esempio quello di mons. Achille Ratti, allora Nunzio Apostolico in Polonia, svolge un ruolo importantissimo. È l’unico diplomatico che non lascia la capitale polacca, mentre tutto il corpo diplomatico fugge spaventato. “Mons. Ratti partecipa alle preghiere organizzate durante la battaglia sulla Vistola. Compie anche un gesto molto coraggioso e simbolico, che solleva il morale dei combattenti: si reca a Radzymin, a nord-est di Varsavia, sulla linea del fronte, per far sentire la propria vicinanza ai soldati”. Il monsignore era consapevole che in quella battaglia si stava decidendo le sorti dell’intera Europa, di fronte a un nemico spietato. Successivamente monsignor Rati, nel frattempo divenuto Papa, col nome di Pio XI, non dimenticherà mai la Polonia, che rimarrà sempre nel suo cuore. Soprattutto “quell’epico scontro fra i bolscevichi russi e i polacchi, che salvarono l’Europa dal comunismo e di cui fu testimone oculare”.

I vescovi polacchi avevano colto il pericolo e così presero la decisione della consacrazione della nazione polacca al Sacro Cuore di Gesù. Nello stesso tempo, per smuovere le coscienze di tutti inviarono delle lettere: alla nazione, agli episcopati del mondo intero e al Papa, chiedendo a Benedetto XV la benedizione e preghiere per la Polonia minacciata dai bolscevichi. Nella coraggiosa lettera alle Chiese nel mondo i vescovi davano un’analisi puntualissima della situazione, scrivendo: “La Polonia non aveva intenzione di combattere; vi è stata costretta. Inoltre, non combattiamo affatto contro la nazione, ma piuttosto contro coloro che hanno calpestato la Russia, che ne hanno costretto dalla propria azione distruttrice a migrare; similmente ora il bolscevismo – ‘avvelenata’ e saccheggiata la Russia – si volge minaccioso verso la Polonia”.

In pratica, i vescovi prima di tutto volevano attirare l’attenzione del mondo sul fatto che i polacchi non fossero i soli ad essere minacciati: “Per il nemico che ci combatte, la Polonia non è l’ultima meta della sua marcia; è piuttosto una tappa e una piattaforma di lancio verso la conquista del mondo”. L’espressione “conquista del mondo” non era per nulla troppo ardita perché “il bolscevismo ha avvolto con una rete sovversiva, come un ragno, nazioni lontanissime dalla Russia (…) E oggi tutto è pronto per questa conquista del mondo. In tutti i paesi vi sono schiere già organizzate, che aspettano soltanto il segnale di battaglia; fervono i preparativi di continui scioperi, che dovranno paralizzare la vita normale delle nazioni”. Questa era la situazione allora dell’Europa, che come sempre non aveva colto il pericolo bolscevismo rosso.

DOMENICO BONVEGNA
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