Ho ascoltato con attenzione la canzone che ha vinto il festival di Sanremo, “Per sempre sì”, eseguita da Sal Da Vinci. L’ho fatto perché un evento mediatico di tale portata va capito. Ho chiesto un’opinione a mia figlia ventenne, che frequenta i concerti degli artisti più accreditati italiani e non anche fuori dei confini nazionali, è mi ha fatto un sorrisino pronunciando “è Sanremo”.
Nel merito musicale non sono riuscito a capire cosa sia, sforzandomi anche per cercare di memorizzare un qualche ritornello. Più che melodia antica, mi è sembrata vecchia, trita e ritrita.

Mi sono concentrato sul testo… ma… nulla. Amore eterno, matrimonio in bianco davanti a Dio, re-regina, la vita senza di te non vale niente, etc. Stereotipi che, quando si manifestano alcune “delusioni”, financo maniacali, siccome il garante di questa coppia è Dio e non il rispetto reciproco, se dovessero venir meno, l’esistenza in vita non avrebbe senso, e potrebbero portare il maschio ad uccidere la femmina e poi a farla finita lui stesso.
Mentre parliamo di educazione sentimentale, di femminicidi, di patriarcato, con tanto di babbo di Giulia Cecchettin invitato speciale al festival, i giurati di tutti i tipi fanno vincere questa canzone.
Sono e continuo a essere molto preoccupato. Per la cultura. Per lo spettacolo. Per un futuro brutto come le cose brutte che ho vissuto e viviamo.
Vincenzo Donvito Maxia – presidente Aduc
