Il Pritzker a Smiljan Radić, l’architetto della “Casa della Poesia”

di Roberto Malini

Il Pritzker Prize 2026 assegnato all’architetto cileno Smiljan Radić Clarke rappresenta qualcosa di più di un riconoscimento personale: è una dichiarazione di fiducia in un’architettura che non cerca lo spettacolo, ma il dialogo con il paesaggio, con la materia e con il tempo. Radić, nato a Santiago del Cile nel 1965, da padre di origine croata e madre britannica, si è formato alla Pontificia Universidad Católica de Chile e ha costruito negli anni un’opera coerente e appartata, lontana dalle logiche dell’archistar globale. Le sue architetture non dominano il luogo: lo interrogano, lo abitano con una presenza fragile e insieme potente.

Un esempio emblematico è la House for the Poem of the Right Angle, spesso chiamata anche Casa della Poesia, realizzata nei boschi di Vilches insieme alla scultrice Marcela Correa. Il titolo richiama apertamente Le Poème de l’Angle Droit di Le Corbusier, ma lo fa con un’ironia sottile: dove il maestro modernista cercava la misura razionale dell’uomo nel mondo, Radić introduce l’incertezza, la frizione con la natura, la tensione tra costruzione e paesaggio.

La casa appare come una scultura abitativa sospesa tra il progetto e la foresta. Non si limita a inserirsi nel bosco: lo attraversa e lo provoca. Le sue aperture — quasi bocche rivolte verso l’alto — sembrano pronte a inseminare il paesaggio di idee e contraddizioni, come se l’architettura strisciasse fra gli alberi, spaventandoli e rassicurandoli allo stesso tempo. È una presenza ambigua, al limite tra abbandono e invasione, tra rifugio e interrogazione.

In questo senso Radić porta avanti una poetica che potremmo definire architettura della fragilità: edifici che non pretendono di essere eterni monumenti ma organismi temporanei, in ascolto del mondo che li circonda. Non è un caso che nelle sue opere tornino spesso massi, pietre, elementi naturali non addomesticati, come se la costruzione umana dovesse continuamente negoziare la propria presenza sulla terra.

Il Pritzker 2026 riconosce proprio questa posizione: un’architettura che non si misura in dimensioni o spettacolarità, ma nella capacità di abitare poeticamente il mondo. In un’epoca dominata da megastrutture e immagini iconiche, Radić ci ricorda che costruire può essere ancora un atto di pensiero, un gesto di fede per affermare che l’umano esiste ancora.