La politica che una volta si chiamava estera non e più “forestiera”, com si dice popolarmente di qualcosa che non ti appartiene e che in qualche modo – quando “s’impiccia” dei fatti tuoi – ti dà fastidio e reputi che non abbia conoscenze tali per giudicare cosa sia buono o meno per te. Non è più tale soprattutto da quando il nostro è diventato Paese fondatore dell’Unione Europea, a cui abbiamo delegato le più importanti delle nostre funzioni economiche (al momento, le funzioni politiche sono “ballerine” e un po’ in crisi). Istituzioni ed economia sono legate e condizionate dal ruolo che il nostro Paese vive nel contesto comunitario e internazionale.
Per chi avesse qualche dubbio, soprattutto coloro che su slogan come “dal particolare al generale” o “dal locale al globale” hanno costruito le proprie credenziali politiche, se non prendono atto che il mondo sta andando in modo diverso, è bene che si ricredano.
Ci riferiamo a coloro che, per esempio, di fronte a fatti come quelli che quotidianamente caratterizzano le politiche degli Usa di Trump, della Russia di Putin o della Cina di Xi Jinping, non fanno altro che invocare le violazioni del cosiddetto diritto internazionale, chiedendo interventi risolutori di organismi che non sono in grado di farlo, soprattutto perché – come nel caso Onu – bloccati e condizionati da chi usa il proprio Paese e quelli al di fuori come terreno di conquista imperiale. E quindi è tutto lamento, rivendicazione, vittimismo che, talvolta, li porta anche a giustificare le fasce più estreme (financo terroristiche) che si oppongono a questo imperialismo (Hamas ed Hezbollah in Medio Oriente, per esempio), se non a diventare “di fatto” sostenitori di uno di questi imperialismi (Russia di Putin che invade Ucraina).
Al momento, quanto pronunciato dal premier canadese Mark Carney al World Economic Forum di Davos, è diventato, per chi non aderisce (anche nei fatti, con silenzio o ambiguità) a questi imperialismi, un punto di riferimento per chi non vuole aspettare che gli altri, proprio per questo mondo che è cambiato, decidano in tua vece sottomettendoti (1).
Nei giorni scorsi c’è stato un banco di prova su questa politica estera che diventa dominante e condizionante anche per le cosiddette politiche nazionali, il voto al Parlamento europeo sull’accordo Ue/Mercosur, rinviato formalmente a dopo una pronuncia di legittimità da parte della Corte di Giustizia Ue, ma di fatto – visti i tempi e le velocità con cui il mondo oggi si muove e cambia – mettendolo in soffitta (2).
Gli eurodeputati italiani hanno votato “scompigliando” i propri schieramenti nazionali. Fratelli d’Italia, Forza Italia e Partito Democratico hanno votato contro il rinvio, mentre Lega, Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi-Sinistra hanno votato a favore.
Chi non ha boicottato l’accordo, volente o nolente, ha rafforzato la capacità impositiva dell’Ue… capacità di cui ne abbiamo tanto bisogno quando, come l’intervento di Trump a Davos (3), si auspica la dèbacle dell’Ue e la sua sottomissione agli Usa di oggi.
Siamo consapevoli che il partito di Meloni non è “il massimo” dell’europeismo, ma questo voto vorrà pur dire qualcosa, per la nostra economia, per la sua capacità di non dipendere da decisioni per mera genuflessione al più potente… ci sono le basi per un governo nazionale molto pragmatico, magari a direzione Draghi (ammesso che non debba impegnarsi per il prossimo governo dell’Ue)?
Per chi non avesse colto, e fosse ancora “infuriato” tra destra e sinistra e altre amenità del genere, stiamo parlando di politica, non di ideologie o turbamenti dell’anima.
3 – https://www.rsi.ch/info/svizzera/WEF-di-Davos-il-discorso-integrale-di-Donald-Trump–1851024.html
Vincenzo Donvito Maxia – presidente Aduc
